Al cinema con Albert Camus

 

 

Albert Camus moriva il 4 gennaio del 1960 a bordo dell’auto di Michel Gallimard, nipote del celebre editore. La potente Facel-Vega era andata a schiantarsi contro un platano nei pressi di Villeblevin, un paesino della Borgogna. Camus, invece, avrebbe preferito morire «sulla strada che sale verso Siena» – così aveva detto una volta, per dire quanto amasse l’Italia. In quella giornata del 1960, Albert Camus non sarebbe dovuto essere su quell’auto. In tasca gli fu trovato il biglietto di un treno che all’ultimo momento non aveva preso per salire a bordo della macchina dell’amico.

Due anni prima, Camus aveva vinto il Nobel per la letteratura. Lo scrittore ne era rimasto sorpreso, «con una specie di panico», perché era il più giovane dai tempi di Kipling ad aggiudicarsi quel premio, perché era scarsamente considerato dal mondo culturale, ma soprattutto perché il Nobel andava a un uomo cresciuto in un ambiente totalmente analfabeta. Disse: «Nessuno intorno a me sapeva leggere; tenetene conto». Nel discorso di accettazione del premio sostenne l’idea che lo scrittore, con la sua arte, «non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono».

Veniva da una famiglia poverissima di francesi d’Algeria. Suo padre, uno dei primi coloni a giungere in terra algerina, era morto in guerra quando Albert aveva appena un anno. Camus, nel romanzo rimasto incompiuto Il primo uomo, ha raccontato la storia della sua famiglia, attribuendole nell’opera il nome di fantasia della famiglia Cormery. Nella loro povertà, i Cormery dovevano privarsi di tutto. Nonostante ciò, mandavano i loro figli a scuola vestiti decorosamente, tanto che nessuno sospettava quale fosse la loro reale condizione, e alcune volte la nonna e il nipotino si concedevano l’evasione di uno spettacolo cinematografico. «Erano ancora gli anni del muto» ricorda Albert Camus – alias Jacques Cromery – che ne Il primo uomo scrive:

«Alla nonna piacevano soprattutto questi film a puntate ognuna delle quali terminava in una situazione di suspense. Per esempio, l’eroe muscoloso s’accingeva, con in braccio la ragazza bionda e ferita, a percorrere un ponte di liane sopra un canyon con un torrente impetuoso. E l’ultima immagine dell’episodio mostrava una mano tatuata che, armata di un coltello primitivo, tagliava le liane del ponte. L’eroe continuava a camminare imperterrito, nonostante gli avvertimenti urlati dagli spettatori delle “panche”».

Poiché i film erano muti, spettava al nipotino leggere le didascalie alla nonna analfabeta. «La nonna, nonostante l’età, non era per niente sorda. Ma anzitutto bisognava sovrastare il rumore del piano e quello della sala, le cui reazioni erano generose. Inoltre, malgrado la loro semplicità estrema, in quelle scritte si usavano spesso parole che la nonna non conosceva e altre che le erano del tutto estranee. Dal canto suo Jacques, desideroso da un lato di non infastidire i vicini, e preoccupato soprattutto di non comunicare all’intera sala che la nonna non sapeva leggere (lei stessa, a volte, in un accesso di pudore, gli diceva ad alta voce, all’inizio dello spettacolo: “Dovrai leggere tu, ho dimenticato gli occhiali”), non le leggeva forte quanto avrebbe potuto. La conseguenza era che la nonna ne capiva soltanto la metà e gli imponeva di ripeterle a voce più alta. Ma quando tentava di parlare più forte, degli “Sss!” lo riempivano di vergogna, e cominciava a farfugliare, e la nonna lo sgridava e, un attimo dopo, arrivava la didascalia successiva, ancor più oscura per la povera vecchia che non aveva capito la precedente. Allora la confusione aumentava, finché Jacques non aveva la presenza di spirito di riassumere in poche parole un momento cruciale, per esempio, del Segno di Zorro con Douglas Fairbanks senior. “Il cattivo vuole portargli via la ragazza”, articolava con decisione, approfittando di una pausa del piano o della sala. Ma altri film, tipo Le due orfanelle, erano davvero troppo complicati, e Jacques, combattuto fra le esigenze della nonna e le rimostranze sempre più irritate dei vicini, finiva per tacere. Ricordava ancora quel giorno in cui la nonna, fuori di sé, era uscita prima della fine, e lui l’aveva seguita piangendo, sconvolto dall’idea di aver sciupato uno dei rari piaceri della sventurata e il povero denaro che aveva dovuto sborsare per pagarlo.

«Sua madre non veniva mai al cinema. Nemmeno lei sapeva leggere, e per di più era mezzo sorda. Il suo vocabolario, infine, era perfino più limitato di quello della nonna. Ancora oggi la sua vita era priva di divertimenti. In quarant’anni era andata al cinema due o tre volte, non aveva capito nulla e, per non contrariare le persone che l’avevano invitata, aveva detto soltanto che i vestiti erano belli o che quello con i baffi aveva un’aria cattiva».

Questo brano fa parte del manoscritto de Il primo uomo che fu ritrovato tra i rottami dell’auto a bordo della quale l’inconsapevole Camus era andato incontro alla morte. Della Facel-Vega si diceva che era un’auto con molti difetti, ma anche con il grande vantaggio di non prendere mai fuoco. Questo ha permesso all’incompleto manoscritto del premio Nobel Albert Camus di salvarsi dalla distruzione e di giungere fino a noi, parlandoci del cuore addolorato di uomini lontani e di una vita desolata che, a parte qualche serata passata al cinematografo, era «priva di divertimenti». Camus vuole insegnarci ad amare, così com’è, questa vita “scossa dai singhiozzi”: «“Mamma, mamma,” aveva detto Jacques, toccandola timidamente con una mano. “Sei bellissima così.” Ma lei non aveva udito e, con un gesto della mano, gli aveva chiesto di lasciarla sola. E il ragazzo era indietreggiato fin sulla soglia e, appoggiato allo stipite, si era messo a sua volta a piangere d’amore e d’impotenza».

Abstract in inglese:

In 1957, when Albert Camus happened to be awarded the Nobel Prize in Literature, he was surprised for different reasons. Because he was the youngest recipient of that Nobel Prize after Kipling, because he was poorly thought of by the cultural world, but mainly because he had grown up in a totally-illiterate background. He said: “No one around me could read; consider that.”

In The First Man, the writer remembers when he was a child and, at the cinema, had to read the film captions for his illiterate grandmother. It was the period of silent cinema and, in the audience’s complaints, it was not easy to report out loud what was written in The Mark of Zorro or in The Two Orphans. [Carla Tritto]

Author

<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>