A difesa delle feste con animali

Il parco naturale più antico del mondo è Yellowstone, negli Stati Uniti. Presenta incredibili ricchezze naturali, paesaggistiche, animali e geologiche. Fu creato nel lontano 1872 ed un enorme portale d’ingresso ricorda a tutti i visitatori l’antesignana, ambientalista scelta del Congresso degli Stati Uniti.

Fino a tre anni prima, ci viveva la tribù nativa americana (“indiana”, si sarebbe detto all’epoca) degli Shoshone. Furono deportati altrove, con la promessa, non mantenuta, che avrebbero potuto continuare a cacciare all’interno del Parco. Nei fatti, ai nativi americani, comprese le tribù dei Nez Perce e dei Bannocks fu proibito con la forza e le armi ogni accesso al Parco: fu realizzato anche un vero e proprio forte, il Fort Yellowstone, una palizzata a difesa dell’area naturalistica, e fu impiegato l’esercito, fino all’istituzione, nel 1916, una volta sedato il pericolo “indiano”, del National Park Service.

Sembrerebbe una vittoria ambientalista all’avanguardia, che ha impedito alla retrograda cultura degli indiani di cacciare, e ha istituito il primo Parco Naturale al mondo.

La realtà è molto diversa.

Basta leggere le parole con cui F.V. Hayden ne propose al Congresso l’istituzione: “per impedire che i coloni deturpino per sempre, in una sola stagione, senza possibilità di recupero, queste incredibili curiosità naturali, che hanno richiesto alla natura migliaia di anni per essere create e che oggi possono essere di ristoro e divertimento per le persone“. Non una mera finalità ecologica, ma l’aspetto spettacolare e curioso dei geyser e dei bisonti, che andava protetto dalla minaccia degli stessi speculatori bianchi.

La cultura e la società dei nativi americani non aveva mai istituito un parco non perchè fosse meno sensibile dei bianchi alla natura e all’ambiente; al contrario, non aveva bisogno di recintare un fazzoletto di terra per rispettare la natura in quel luogo, e poi farne libero scempio altrove.

E’paradigmatica al proposito la presunta risposta che il Capo Seattle diede al Congresso degli Stati Uniti quando nel 1854 (18 anni prima di Yellowstone) questi proposero di acquistare il loro territorio, evitando così una guerra. Alcuni stralci:

Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole come è che voi potete acquistarli?
Ogni pezzo di questa terra è sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura, ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con sé il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti
alla stessa famiglia. (…)
Considereremo l’offerta di acquistare le nostre terre. Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos’è l’uomo senza le bestie? Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. (…) Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra.

Per gli europei gli effetti della natura erano puro “divertimento”, da proteggere solo affinchè la gente potesse goderne, recintando una piccola area che poteva scampare alla distruzione totale che veniva perpetrata subito fuori. E paradossalmente era la cultura dei nativi americani, ad essere tacciata di essere anti-ambientalista: come si può cacciare in un Parco Nazionale?

Con i dovuti raffronti, è esattamente quello che succede oggi con la polemica animalista sull’utilizzo degli animali nelle feste patronali. Sono innumerevoli le celebrazioni dove gli animali sono usati, spesso assurgendo al ruolo di protagonisti della festa. l numerosissimi palii, fra cui il Palio di Siena, la Festa della Bruna di Matera (entrambe proprio oggi 2 luglio), che vede muli e cavalli, la festa di Pamplona con i tori, i serpenti a Cocullo, molte altre feste con rane, cani, asini, pecore, e ancora colombe ad Orvieto, oche a Pagani e Stigliano. Ci sono anche feste che prevedono l’abbattimento di alberi, come le feste arboree della Basilicata (Accettura, Pietrapertosa, Oliveto etc) e l’utilizzo di buoi per il trasporto del tronco.

In rari casi si tratta di feste recenti, costruite ad hoc per il turista, e per il “divertimento” della gente. In questi casi, non ho problemi a concordare con l’abolizione, perchè sono frutto del becero marketing della società moderna. Ma nella surclassante maggioranza dei casi si tratta di feste plurisecolari, che resistono quasi intatte, ultimi simboli residui di antiche culture, di cui ormai si va distruggendo ogni traccia. Le feste patronali storiche e tradizionali sono degli esili recinti in cui ancora permettiamo il manifestarsi della società dei nostri avi.

Come possiamo noi oggi, figli di una cultura che distrugge senza ritegno, per il proprio tornaconto o divertimento, tutto ciò che può essere distrutto, che produce rifiuti a livelli mai raggiunti prima, che inquina, sporca e uccide, che devasta, consuma e disbosca, che estingue, annienta e sfrutta, puntare il dito contro le uniche, labili tracce tuttora presenti delle società pre-industriali e pre-capitaliste in cui non esisteva l’ecologia e non esistevano gli animalisti, perchè con la natura e con le bestie si era accomunati dalla stessa sorte, dalla stessa fatica e dalla stessa condizione?

A Matera il mio bisnonno, e il bisnonno del mio bisnonno dormivano con i loro muli in casa; li chiamavano per nome; non si addormentavano se non ne sentivano il respiro; si alzavano alle tre del mattino, e in groppa ai loro muli si recavano al campo, dove avrebbero faticato più degli stessi animali; alla morte del mulo esposero un drappo nero come segno di  lutto sull’uscio di casa; ogni anno, da 622 anni, il 2 luglio, a Matera, alcuni muli e decine di cavalli vengono bardati a festa, e resi partecipi della festa della città: alcuni trainano il carro  di cartapesta con la Madonna.

Oggi i muli sono in via di estinzione e i materani li vedono solo il 2 luglio, ultima testimonianza di una società di cui erano indispensabili protagonisti e in cui meritavano l’onore del vestito a festa.

Vietare la presenza degli animali nelle feste patronali equivale a porsi dalla parte dei coloni che dopo aver recintato Yellowstone per il proprio divertimento e per proteggerlo dalla propria distruzione, accusavano i nativi americani di non rispettare l’ambiente, perchè cacciavano i bisonti all’interno del Parco.

Ho parlato di Matera perchè sono materano ed oggi è il giorno della festa, ma avrei potuto prendere ad esempio qualcunque altra secolare celebrazione in cui gli animali sono chiamati a recitare parti più o meno importanti, non ultimo il Palio di Siena, vittima ogni anno di minacce di abolizione.

La nostra società non può permettersi di dare lezioni a nessun’altra, nè presente nè passata, sul rapporto con la natura, l’ambiente e gli animali. L’uomo moderno, specie se animalista o ambientalista, deve rispettare con umiltà le poche manifestazioni ancora residue delle culture passate, del tempo in cui non c’era bisogno nè di loro nè di eroi per proteggere natura e animali.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.