A proposito di Rosi: viva Gianfranco e tutti i documentaristi!

Festeggiamo il grande Gianfranco Rosi che con Fuocoammare ha vinto l’Orso d’oro a Berlino. E con lui festeggiamo il progressivo ineluttabile cambiamento della nostra cinematografia. Fino a qualche anno fa sembrava impossibile vedere un cineasta italiano trionfare in così difficili competizioni. Prima con Sorrentino e ora con Rosi (due poli opposti ma saldi) del nostro cinema possiamo dire tranquillamente che passato il valico s’intravvede un nuovo paesaggio. Ora ci vuole ancora più coraggio e determinazione da parte di tutti, in primis degli autori che devono rompere ogni indugio e buttarsi nel rinnovamento con fiducia e anche con temerarietà. Ci vorrebbe un più deciso sommovimento anche nelle “retrovie” però, nella produzione, nella distribuzione, nelle istituzioni. Qualcosa si muove, ancora troppo poco.

Il film di Rosi, oltre a tutto ciò che significa di per sé, al suo farsi portavoce di un grido di dolore che l’Europa non vuole sentire né vedere (l’immane tragedia che si svolge nel Mediterraneo), ci dice qualcosa in più anche rispetto alla nostra stessa cinematografia: forse, oltre che alle storie di Papi, Re e Regine, Gansters e uomini di potere di ogni risma, bisogna tornare ad occuparsi di ciò che succede intorno a noi. Se lo facciamo con amore, con rabbia e con determinazione, e anche con acutezza di stile e di ricerca, non sbagliamo. In questo senso il nostro cinema può svolgere ancora un ruolo importante dentro e fuori dai confini nazionali. Abbiamo ancora molte cose da dire, dobbiamo solo riprenderci dalla sbornia trentennale di potere e pessima politica nella quale siamo stati e siamo purtroppo ancora immersi. Non credo sia secondario il fatto che Rosi sia un apolide, che si sia formato fuori dai confini dell’Italia. Infatti con il suo “gesto” cinematografico ha rotto una incrostazione culturale e produttiva insopportabile basata sul pregiudizio tutto politico, che l’immigrazione al cinema “non ha appeal”. Ecco, l’immigrazione non ha appeal, il lavoro non ha appeal, il disagio sociale non ha appeal, la protesta non ha appeal… a furia di praticare questa “filosofia” asfittica il sistema produttivo-distributivo italiano ci aveva condotto in un cul-de-sac. Ora per fortuna questa fase sembra in via di superamento. Direi che è stata una fase “di regime”, e direi anche attenzione perché non è ancora finita, ci sono ancora pezzi consistenti del nostro cinema che vanno alla corte di chi comanda e non ce n’è davvero bisogno, c’è bisogno di essere indipendenti dalla politica, qualunque essa sia. Siamo stati tutti vittime di un orgoglioso provincialismo, che non ha voluto vedere per esempio il lavorio incessante del cinema documentario, che ha cambiato e sta cambiando dal di dentro la natura stessa del cinema italiano. Ormai credo sia chiaro per tutti, anche per chi non vuol vedere. Il cinema documentario è una fucina irrinunciabile per il futuro della nostra intera cinematografia. L’immagine “contraria” del cinema documentario è sopravvissuta nelle catacombe del sistema produttivo distributivo, e ora prende la parola con orgoglio, ha dovuto sperimentare nuove vie, nuovi territori, nuovi equilibri. E li sta trovando. Rosi è la punta di un Iceberg, in questo povero paese si producono circa 600 film documentari ogni anno (600, non so se è chiaro). Infatti il SNCG ha dovuto moltiplicare i “nastri d’argento”, cercando di fotografare un magma impressionante e ormai irrinunciabile.

Ma basta questo? basta questo dato di fatto ormai acclarato per dire che ce l’abbiamo fatta? No, non credo che basti. Il cambiamento deve essere incessante, e andare ancora più in profondità: deve investire radicalmente tutto il cinema, anche quello “di finzione”. Lo dico perché serpeggia una paura nel nostro settore: «ma non possiamo fare solo film documentari, senza attori, costumi, luci… il cinema è altro, si dice. Rosi fa il film “da solo”, prende una telecamera e va, senza attori, costumi, scenografie»….

….PAURA EH?

Io sinceramente mi sto divertendo come non mai: questa è una paura salutare, ci fa bene a tutti. Ovviamente dobbiamo continuare fare film “di finzione”, una cinematografia deve praticare tutti i generi e usare tutti gli strumenti. Dobbiamo però farlo con più coraggio, rimettendo in moto la ricerca sul piano artistico, ripensando il linguaggio davvero, non basta rilanciare “i generi” e non possiamo morire di gangster movie (che amo, se sono belli) dopo che siamo morti di commediacce di terza categoria. Non amo il termine “documentarista” preferisco quello di “cineasta” ma per una volta cedo e lo dico chiaro e tondo: bisogna fare come fanno i documentaristi!!!!!

Cioè? esprimersi senza freni inibitori, un po’ come si fa sesso.

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Sono tizio e gestisco f052.it