Aboliamo il Premio Strega!

 

Si dovrebbe fare qualcosa per abolire il Premio Strega. Lo dobbiamo alla memoria di quanti il Premio se lo sono meritati davvero. Parlo di Ennio Flaiano, di Cesare Pavese, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di Bassani, di Buzzati, di Bufalino, di Pontiggia, di Magris e di tanti altri. Lo dobbiamo per salvare l’onore della cultura e la personale dignità degli italiani.

Quando tu vedi i nomi della cinquina di finalisti di quest’anno o quella dell’anno scorso, o dell’altro anno ancora e via via a ritroso fino agli anni Novanta, capisci che dal Premio Strega più che la pubblicità occulta del liquore che piace tanto ai camionisti non viene fuori nulla. Non parliamo del 2006 quando si cadde nel patetico con l’assegnazione del premio, oltre al “Caos Calmo” di Sandro Veronesi, anche alla Costituzione italiana che non so che diavolo abbia di un romanzo. Ma siamo seri!

L’editore Alessandro Dalai con Fabio Geda e il suo “Nel mare ci sono i coccodrilli” è stato escluso dall’edizione di quest’anno e Dalai si è arrabbiato moltissimo: «Siamo alle bucce. Un editore medio, che presenta un bestseller che ha già venduto il doppio di tutti i libri della dozzina sommati, ed è stato già acquisito in 40 Paesi del mondo, viene escluso dalla cinquina per i soliti giochini».

Il “giochino” è in questo caso il fatto che per una strana combinazione tre titoli, piazzatisi secondo, terzo e quarto, hanno riportato lo stesso numero di voti. Ciò rivela, secondo Dalai, che c’è stato un accordo sottobanco. I signori giurati del Premio Strega vogliono promuovere davvero la cultura? O sono soltanto illusionisti che con i loro giochetti prendono in giro il popolo italiano?

La proposta di Dalai è molto semplice: azzerare la giuria. Così com’è non ha nessuna credibilità. Dovrebbe andare via «chi è entrato per via di un ruolo che non ha più, un centinaio di persone almeno. Se uno è stato il direttore generale di una grande casa editrice e adesso fa l’organizzatore culturale o ha una fabbrica di carne in scatola, se uno dopo aver diretto la Rizzoli è uscito dal mercato, se uno faceva il sindaco e ora non è più sindaco… perché deve continuare a votare? Votasse il nuovo sindaco». Per non parlare, continua Dalai, dell’invadenza insopportabile di ex funzionari Rai.

Insomma, così com’è il Premio Strega è diventato una specie di Festival di Sanremo della cultura. Con la differenza, come osserva Massimiliano Parente sul Giornale del 9 aprile, che in Italia della cultura «non è mai fregato niente a nessuno». Franco Cardini, uno dei 400 giurati afferma: «Noi giurati siamo martellati dalla case editrici. Non telefonano le segreterie, no, alzano la cornetta i mammasantissima nel mondo editoriale. E se chiamano 40 dei 400, chiedendo di scegliere quell’autore per amicizia con loro, o con lui, o perché sei concittadino, o sei della scuderia; Bè, se il ricatto morale o il blando tentativo di corruzione è così pressante, capita che vinca chi non lo merita».

«Se chiamano 40…» dice l’onesto Cardini. Pensa un po’, è lo stesso numero di voti che ha preso il terzetto contestato dall’editore Dalai alla finale di quest’anno. Capito come funziona?

Anche Fulvio Abbate, un altro dei 400 giurati, cerca di spiegare perché il Premio Strega è caduto così in basso. Sentiamolo.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.