Agente 007 missione (quasi) compiuta

 

Dopo un rocambolesco inseguimento ad Istanbul, nel quale viene erroneamente sparato da una sua collega con licenza di uccidere e viene perfino dato per morto, l’agente al servizio di Sua Maesta – siamo nell’epoca del biondo ma tenebroso Daniel Craig – la cui specialità e passione sarebbe la risurrezione, dovrebbe partire alla ricerca e alla scoperta del capo della Spectre di turno.
Prima lo attende un test di re-training in cui si denota una perdita della mira e l’insorgere d’una certa instabilità psichica (!) ma la responsabile amministrativa dell’Intelligence Service alias M – il premio Oscar Judi Dench – prova ugualmente ad offrirgli fiducia, non senza una riluttanza iniziale ed una costante titubanza in merito al suo riutilizzo nella missione.
Stavolta, al posto dell’ex Monty Phyton John Cleese, nel ruolo del creagadget Q troviamo un ragazzino che si rivelerà semimpreparato.
Dopo una sortita a Shangaii, Bond incontra già a metà film nel suo covo il deuteragonista del caso. Raoul Silva – nella fattispecie il premio Oscar Javier Bardem: è la seconda volta in cui un attore così blasonato indossa i panni del cattivo, non accadeva dai tempi di BERSAGLIO MOBILE con Christopher Walken – è uno stregone informatico che manovra quotazioni di Wall Street, elezioni politiche e come se non bastasse sta platealmente assassinando tutti gli stipendiati da M, sulla quale non vede l’ora di mettere le mani addosso. Anche Silva era un collega di Bond ed M giocoforza lo lasciò in un mare di guai durante una remota missione che si rivelò fallimentare. Silva viene facilmente trasportato in un carcere di massima sicurezza, dove lo ritroveremo travestito alla Hannibal Lecter. Troppo facilmente …
A 50 anni dell’inizio della saga, il leggendario James è arrivato alla sua 23^ missione, senza contare il parodistico quanto catastrofico (in ogni senso) CASINO ROYALE degli anni ’60 e l’apocrifo MAI DIRE MAI del lucasiano Irvin Kershner.
La prerogativa per dirigere una pellicola di 007 chiesta dalla famiglia Broccoli – quella casata che da mezzo secolo produce la saga – è che non sia statunitense. Per la prima volta, dietro la mdp, c’è un regista insignito di riconoscimenti dall’Academy Awards: Sam Mendes, sì proprio quello di AMERICAN BEAUTY. C’era bisogno di infondere un pizzico di qualità in più nella serie dopo il relativamente fiacco QUANTUM OF SOLACE.
Con l’avvento di Craig nei panni di James Bond – che stavolta esclama una parolaccia ad un suo superiore, che tempi! – la nuova linea editoriale posiziona i titoli di testa dopo il prologo e una minore roboanza nel finale rispetto alle scene d’azione dei minuti precedenti: sarà un continuo invito ad aspettarsi di meglio nel prossimo episodio? L’incipit sfrutta la location turca che sta andando di moda: l’abbiamo già scrutata in TAKEN 2 con Liam Neeson e ARGO con Ben Affleck. Poi, in una Cina ultralussureggiante – che la guerra fredda sia stata vinta dai comunisti? – assistiamo a sequenze d’azione al passo con l’epoca anche a livello di design: Bond oramai è proiettato nel XXI° secolo perciò non mancano gli omaggi visivI a BLADE RUNNER e DIE HARD.
In conclusione, si fa una capatina nei traumatici luoghi d’infanzia del personaggio creato da Ian Fleming e viene gia ufficializzato il sostituto/successore di Judi Dench ossia il bravo Ralph Fiennes.
Ma ciò che resterà più in mente ai cinefili è la magistrale entrata in scena di Bardem, col sottofondo di “Boum” di Charles Trenet. Non che quella di Bond sia da meno, col notevole primo piano che illumina i suoi occhi in maniera rivelatoria.
Quel che invece rimarrà nella memoria dei bondiani, la vera peculiarità di questa avventura filmica, è che il nostro eroe sostanzialmente non azzecca una missione: si fa sfuggire i nemici o li porta addirittura dentro i reparti di sicurezza britannici, generando una mezza strage dentro il parlamento di Buckingham Palace; non ovvierà (anzi causerà) il deragliamento di una metropolitana londinese; non riuscirà a salvare la bond-girl di turno e nemmeno il suo superiore! Assistemmo a qualcosa di simile in AL SERVIZIO SEGRETO DI SUA MAESTA’ con George Lazenby e il pubblico di allora rimase sconcertato, oggi invece – in piena epoca decadentista alla Nolan – l’accanimento sadico verso l’irreprensibilità delle figure eroiche si spinge oltre qualsiasi logica di “superproblemi” mai creata dalla Marvel. Il messaggio dietro questa tendenza è semplice: se negli ultimi tre decenni abbiamo ormai mostrato qualsiasi violenza fisica o scatolgica, adesso invece è giunto il momento di mostrare tutte le possibili violenze intellettuali … Qualcuno, parafrasando un precedente titolo di Mendes, lo ha definito “Revolutionary Bond”.
La fotografia è più curata del solito. Impeccabile soundtrack col brano di Adele. Gli amanti dell’action non rimarranno delusi.
Probabilmente Mendes tornerà a dirigere il prossimo episodio; vorrebbe il suo attore feticcio Kevin Spacey, che già non se la cavò male nei panni del Lex Luthor di Bryan Singer, come prossimo cattivo.
Noi in cabina di regia inizieremmo già a proporre Edgar Wright, che diresse l’ex 007 Timothy Dalton in HOT FUZZ: questo sarebbe un personaggio che riuscirebbe ad indurre qualche vera innovazione nella saga.