AlbertOne

“Ve lo meritate Alberto Sordi!” esclamava inviperito Michele Apicella nel 1978. Ecce Bombo, di Nanni Moretti, fu una ventata di aria fresca nell’asfittico panorama cinematografico italiano e si propose come elemento di rinnovamento ed alternativa a quanto offriva la claudicante industria. Ma, la battuta provocatoria su Alberto Sordi,  (diventata celebre, quasi come “D’Alema, dici qualcosa di sinistra”) condivisibile o meno, arrivava fuori tempo massimo.

Moretti, ha la rabbia intellettuale, ma non la lungimiranza di capire che la maschera dell’attore romano proprio in quegli anni, alla vigilia degli ’80, perde la sua funzione, la forza e la ragione di esistere. Proprio mentre Apicella denigra gli italiani che si identificano in lui, il cinema di Sordi si disorienta e intraprende una strada senza ritorno (1), incapace di rappresentare un Paese che è mutato socialmente, standardizzato dal consumismo e dalla mediocrità. Un Italia in cui l’italiano medio “sordiano” non ha più spazio. Il nemico che Moretti addita, quindi, è già stato sconfitto. E’ lo stesso Sordi a mettersi alla guida del suo, più o meno consapevole, declino, decidendo di dirigere personalmente tutti i suoi film, da quel momento in poi. Ammesso che Sordi sia mai stato diretto da altri. E’ innegabile infatti che “l’Albertone” nazionale sia stato un grandissimo attore ma anche impareggiabile autore di se stesso ed abbia costruito il proprio cinema, tutto, o quasi, (fondamentale il rapporto con lo sceneggiatore Sonego) da solo. Sono stati piuttosto i registi, a trarre grande giovamento dalla costruzione dei personaggi che Sordi metteva in campo.

Mi sembra superfluo argomentare sulla grandezza dell’attore/autore Sordi e sulla rivoluzione che ha generato nel cinema italiano. Molti altri lo hanno fatto, certamente meglio di quanto potrei io. Posso dire, per riassumere, che con la sua genialità, ha creato un modello, l’archetipo dell’italiano furbo, laido e vile. Ha inventato, di fatto, la “Commedia all’italiana di costume” (ma vedremo che forse non è cosi’). Ha rimpiazzato la poetica e popolare astrattezza ed eccezionalità, anche fisica, di Totò, con un personaggio grondante realtà e con una fisionomia, quasi normale, da “uomo medio”, appunto.

L’accusa ricorrente nei confronti di Sordi, e il caso Moretti ne è la sintesi, è quella di aver prodotto un cinema qualunquista, pronto ad autoassolvere, con una risata, le nefandezze del nostro bel Paese.

Per questo, il cinema di Sordi non ha mai eccitato gli intellettuali e non ha mai ricevuto medaglie critiche da ambienti ideologizzati. Il suo cinema è sempre stato considerato borghese e non è un caso che l’ultima grande maschera della sua opera sia proprio quella di “Un borghese piccolo piccolo”.  Sordi saluta per sempre il Paese che per un ventennio ha cercato, o ci ha fatto credere di voler rappresentare, guarda caso, con il suo personaggio più dolente, controverso e funereo.

L’equivoco, a mio avviso, e non solo mio (2), è nell’imputare all’attore romano, di non aver analizzato e messo sotto accusa i contesti sociali e politici generali e le strutture entro cui si muoveva il suo squallido anti eroe. A ben guardare, e nonostante le apparenze, questo non è mai stato l’obbiettivo dell’attore.  Sordi, è questa la sua missione di artista, ha lavorato per una intera carriera, alla costruzione ed al costante perfezionamento di un unico personaggio, di un singolo uomo, senza voler descrivere approfonditamente l’ambiente che lo circonda. Anzi, il contesto in cui agisce il suo “mostro”, pur avendolo generato, viene appiattito ed offuscato dalla osservazione specifica e maniacale che l’attore dedica, per scelta, esclusivamente al personaggio. “L’egoismo” con cui l’attore/autore si concentra sulla propria maschera, non va confuso con una forma di qualunquismo. L’analisi e la critica, spesso feroce, di Sordi è sull’uomo e non sull’Italia e le sue debolezze come si pensa generalmente. Il cinema di Sordi denuncia la miseria dell’umanità e mai specificatamente contingenze politiche o sociali del periodo in cui si situa la narrazione. Per questo motivo, il suo cinema è sterile rispetto all’ideologia e non ha mai convinto quei guitti gendarmi della cultura per cui già fare ridere è una grande colpa.

Concluderei, affermando che l’Italia si è meritata Alberto Sordi ed è anche uno dei doni più belli che abbia ricevuto. Il suo cinema, nonostante sia considerato il ritratto di una Italia becera e cialtrona, è in realtà, molto più universale. Al momento occorre chiedersi se ci meritiamo Nanni Moretti, il quale,  nonostante il conformista sostegno intellettuale di cui continua a godere in Italia e non solo, ha, secondo me, smarrito ispirazione e lucidità.

 

(1) Fatta salva la meravigliosa sortita nel film “Romanzo di un giovane povero” di Ettore Scola, l’ultimo grande ritratto/interpretazione di Sordi.

(2) Maurizio Porro lo teorizza ben prima di me e certamente meglio. 

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