Amando Amanda

 

Amanda Lear è un uomo, altro che Renato Zero e le sue tutine. Oggi, ammesso e concesso che ci sia ancora qualcosa che possa turbare il nostro senso del pudore, sarebbe una notizia da educande. Ma in quell’epoca fu uno shock. Se avessi potuto, avrei ingaggiato Marlowe per scoprire l’identità sessuale di questa conturbante androgina. Il resoconto del detective di Chandler, come d’abitudine, sarebbe stato molto verboso e confuso. Non per questo meno affascinante.

La donna/uomo. L’ossimoro definitivo. Marrazzo era un ragazzo come tanti e la nazione era in preda allo sconcerto ed alla curiosità. A rendere la soubrette ancor più affascinante, fu la frequentazione, in qualità di Musa, del geniale pittore Dali’ e le amicizie pop altolocate. Che una donna/uomo avesse rapporti con un Maestro del surrealismo o con una icona della bisessualità come Bowie ci stava (come dicono i “giovani”). Ma, che ci faceva con Bryan Ferry ? Cosa legava il Dandy dei Roxy Music, il Playboy più glamour, a questo ambiguo essere? Eppure, su una delle copertine dei dischi più famosi della band inglese c’era proprio lei, Amanda. Compressa in un abito nero, con una pantera, dello stesso colore, al guinzaglio.

Ovviamente il mio adolescente manicheismo sessuale mi impediva di comprendere che si potesse frequentare una donna/uomo o che si potesse fotografare una modella senza necessariamente portarsela a letto e magari fare brutte scoperte.

A dispetto della sua voce, borderline, quanto le sue parti basse, Amanda canta (per essere più precisi, parla) e conquista mezza Europa con la canzone Follow me. L’album di esordio contiene altri gloriosi inni trash-pop quali Queen of Chinatown e Tomorrow. La conturbante regina della doppiezza, con il tempo, mette da parte la carriera musicale ed intraprende quella di attrice, pittrice e presentatrice televisiva (cavalcando il Boom televisivo degli ’80) imponendo al pubblico una intelligenza ed ironia non comune. Provate a chiedere oggi una opinione sulla Lear. Il 90% cento degli intervistati risponderà “Una donna intelligente”, il 7% “Ah si, quella col cazzo” e solo un 3% “ma è uomo o donna?”, in rappresentanza di una quota over 70. Gli astenuti allo 0%, in quanto, Amanda con le sue astratte qualità è riuscita a farsi conoscere davvero da tutti.

In questo senso, trovo che la Lear sia il personaggio più Punk, forse l’unico, del panorama italiano di quegli anni. Come i Sex Pistols, anche lei è riuscita a mettere in piedi una enorme truffa. Un grande raggiro, basato sull’ambiguità sessuale, sullo sconcerto, che le ha permesso, tra le tante cose, di vendere milioni di dischi senza saper cantare. Proprio come le “pistole sexy” notoriamente a disagio con gli strumenti. Amanda ha creato e venduto il proprio personaggio con lo stesso approccio strategico di Malcolm McLaren (1), ma contrariamente alla creatura musicale del geniale produttore, spogliandosi di quella spinta autodistruttiva che caratterizzò il gruppo Punk per eccellenza. Amanda, al contrario, con lucidità e caparbietà, ha perseverato, sino alla emancipazione dalla “truffa”, verso lidi più borghesi. Lidi dove la “truffa” culturale è sistema e non exploit.

Di quanto fosse Punk se ne accorsero anche gli intellettuali CCCP che registrarono con lei una inaspettata cover di Tomorrow, uno dei suoi cavalli di battaglia. E non credo sia un caso se una mostra di opere pittoriche della Lear si chiami Never mind the bollock: Here’ Amanda Lear!, parafrasando il titolo di un album dei Sex Pistols.

Amanda ha attraversato gli ultimi trent’anni del nostro immaginario con intelligenza e trasversalità. Ha inventato il “Transgenderismo” Pop Punk ed ha viaggiato sempre nel vagone più elegante del Trans Europe express. In questi casi, si dice:Chapéu!

Attenzione, non significa cappella ma cappello.

 

(1) Produttore e mentore dei Sex Pistols. 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>