Amarcord Ufo Robot

“Sono violenti e poi sono fatti al computer!”

E chi se ne frega, pensavo. Avevo 14 anni e non sapevo neanche cosa fosse il computer. Ancora oggi non riesco a capire come, la tecnica di animazione di un cartone animato, possa rientrare in una categoria morale. Ma, torniamo al 1978. Costrinsi i miei genitori, con sfibranti e collaudate tecniche di persuasione ad acquistare la televisione a colori. Un Brionvega che sogno ancora spesso.

Ricordo il numero di TV Sorrisi e canzoni che annunciava l’inizio della serie Atlas Ufo Robot su Rai 2. Un paio di pagine, o forse più, dedicate, con le prime immagini di Goldrake e la sua compagnia. Fu una epifania. A casa mia, per la prima puntata, fui raggiunto dai miei inseparabile cugini. Conoscevo già Godzilla. Il lucertolone di gomma che si aggira tra i grattacieli di cartone, starnazzante, mi aveva introdotto, qualche anno prima, nell’universo catastrofico del Fantasy Giapponese ma senza coinvolgermi più di tanto. Invece, dopo una ventina di minuti di combattimenti tra robot e “veghiani”, il mio orizzonte era mutato per sempre. Ero diventato robot-dipendente.

Anzi, ero diventato Actarus. Unica differenza sostanziale tra noi: Lui era un genio della matematica, i libri li mangiava, io, un “cesso” spaziale (davanti ai numeri mi paralizzavo). La prima cosa che feci come novello Actarus fu di correre all’UPIM ad acquistare il 45 giri della sigla televisiva, senza sapere che più di un milione di altri Actarus stavano facendo la medesima cosa, con grande soddisfazione della Fonit Cetra. La seconda cosa fu quella di costringere i mie genitori, con le solite tecniche di persuasione, a comprarmi tutti i gadget esistenti e soprattutto le action figure (costosissime) dei mie eroi. Fortunatamente, ero un Actarus benestante.

Nel giro di poco ci fu una vera invasione di robot. Arrivò il Grande Mazinga, e poi Jeeg , Getta e molti altri. Furono momenti di euforiche visioni. Gli occhi saettavano alla ricerca dei componenti, sino alla loro predestinata composizione. Appuntamenti da non perdere. Basti pensare che non partecipai alla gita di terza media per non perdermi tre puntate di Mazinga. Ero ormai violento e disegnato al computer pure io! Un bel giorno però, sulla emittente locale del mio Paese, spuntò una “tettona” da paura, dal nome Fujiko. Quella apparizione cambiò nuovamente ed irrimediabilmente la mia prospettiva di consumatore di cartoni. Ma questa è un’altra storia.

Quello che da ragazzino non sapevo era che tutti questi robot erano trasposizioni di fortunate serie a fumetti (che solo dopo molti anni saranno pubblicati in Italia) e che la maggior parte di essi erano opera di un solo, piccolo, uomo. Il suo nome è Go Nagai. Questo occhialuto signore dalla faccia buffa, quasi quanto quella di Rigel è uno dei più importanti “mangaka” (1) giapponesi e direi, del mondo, vista l’eco e l’influenza che le sue opere hanno avuto nell’intero pianeta. Goldrake, Mazinga, Getter robot, Jeeg robot, Devilman, solo per citare i più importanti, sono tutti frutto della fantasia e della matita di questo sorprendente creatore. Una esplosione di creatività nipponica che non ha precedenti escludendo la titanica opera del Maestro Osamu Tezuka (2), il Dio dei Manga.

Go Nagai ha introdotto, nel mondo del fumetto e dell’animazione, i giganteschi ed articolati robots scomponibili, pilotati all’interno, da esseri umani. Le sue storie a fumetti, molto più crude delle relative versioni per la tv, sono un esempio perfetto della natura apocalittica di cui è imbevuto il fantasy giapponese. Le terribili  ferite di Hiroshima e Nagasaki hanno modellato il destino di questo genere, trasformandolo in un festival di mutazioni genetiche, funghi atomici, armi sofisticate e minacce che provengono dal cielo. Le due bombe hanno scavato due profondi crateri fumanti negli occhi dell’immaginario nipponico. Se la fantascienza americana degli anni ’50 era lo specchio della paura del pericolo comunista e gli alieni rappresentavano dei bolscevichi da un altro pianeta, quella giapponese, è un continuo interrogarsi sulla complessità della convivenza tra le razze (3) ed un monito costante alla assurdità della guerra e dei suoi infernali effetti. In entrambi i casi la fantascienza è il linguaggio ideale per esprimere opinioni senza dare troppo nell’occhio ed è per questo che il cinema sul “futuro” è sempre il più “politico”.

Tutto questo, non poteva immaginare l’Actarus di 14 anni del 1978 che faceva piroettare la scopa come una alabarda spaziale . Oggi, il Giappone vive un altro drammatico momento della propria storia. L’esorcismo dei robot dovrà continuare.

 

(1) Autore di Manga, cioè fumetti.

(2) Osamu Tezuka è stato tra l’altro il creatore di Atom. Il primo robot giapponese ad infiammare, molti anni prima dell’avvento di Goldrake, il cuore del pubblico internazionale.

(3) Non dimentichiamo che dopo la Seconda guerra mondiale, il Giappone viene sotto posto ad un controllo ed a una censura politica e culturale da parte dell’America, a dir poco, estrema. 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>