Amore e guerra

 

Poche settimane fa è uscito nelle sale italiane il nuovo film di Giovanni Veronesi. Il terzo capitolo di una saga dal titolo “Manuale d’amore”. Sono film ad episodi (tre per ciascuna pellicola, ndr).
Carlo Verdone è l’attore presente in tutta la trilogia mentre negli altri c’è un avvicendamento di volti noti del nostro claustrofobico cinema italiano.
Per questa terza puntata dell’epopea sull’amore, Veronesi ha reclutato Robert De Niro.
Il grande attore americano recita al fianco di Monica Bellucci e Michele Placido in uno degli episodi del film. La partecipazione di De Niro ha sortito la desiderata eco ma poi non ha contribuito molto a rendere “Manuale d’amore 3” un campione negli incassi. Il film effettivamente è piuttosto modesto e neanche particolarmente divertente per un pubblico generalista. Quello che ha sorpreso molti però è il ritorno di un mostro sacro come De Niro, il quale mancava da un set italiano dai tempi dell’epico “C’era una volta in America “ di Sergio Leone. Sorvolando sugli improbabili ed ingenerosi paragoni tra i due registi e di conseguenza tra i loro rispettivi film, in tanti si sono chiesti come mai un attore di tale caratura abbia potuto sposare un progetto con queste caratteristiche. Ce lo ha spiegato, in verità, proprio De Niro, ospite sul palco della scorsa edizione del festival di Sanremo. Pare che la simpatia di Veronesi e la bellezza della Bellucci siano stati i catalizzatori della sua decisione. Bisogna riconoscere che De Niro, non sappiamo se per scelta o per mancanza di occasioni, anche in America, sta girando forse da troppo tempo film di poca importanza. A volte imbarazzanti. Quindi non drammatizzerei troppo per la sortita italiana, come in tanti hanno fatto. Non si può comunque non pensare con un certo rimpianto al Noodles di “C’era una volta in America” quando De Niro prende lo schiaffone da Placido che lo scopre in flagrante nel letto con la Bellucci. Sorvolando sulle decisioni artistiche o economiche della star americana, sarebbe innaturale non trarre da questa parabola una amara quanto oggettiva considerazione su cosa sia diventato il cinema italiano e sul valore autoriale dei propri protagonisti.
Ma bisogna ammettere che De Niro, dopo il primo shock nel vederlo in tale ambito, per giunta parlando in italiano, appare perfettamente calato in questo contesto da commedia quasi televisiva. Non ci sembra in questo film di Veronesi, l’alieno che pensavamo di incontrare in modo ravvicinato, magari del terzo tipo. Lo contestualizziamo subito in questa pantomima cinematografica, grazie o a causa delle terribili commedie che ha interpretato di recente sul suolo patrio (1), giunte puntualmente anche da noi.
Bob, dopo qualche minuto, perde la sua eccezionalità che gli deriva da furiosi incontri sul ring e da alienanti corse in taxi e diventa come Placido (con il dovuto rispetto). Un attore, che crediamo, abbia il potere e lo status di scegliere i progetti a cui prendere parte, compie delle scelte artistiche sbagliate, quanto meno aride, e siamo curiosi di conoscerne il motivo. Non ci rimane che elaborare delle nostre teorie al riguardo, più o meno maliziose, nessuna delle quali, ci rassicura o conforta. Questa vicenda insomma, ci delude ma non ci emoziona e soprattutto non ci insegna nulla.
Le cose sono andate diversamente in un’altra circostanza, per certi aspetti analoga ma dai risvolti molto più interessanti e complessi. Nel 1965, Joseph Frank Keaton VI, meglio conosciuto come Buster Keaton giunge in Italia per girare “2 marines e 1 generale” con la coppia d’oro del cinema italiano dell’epoca Franchi e Ingrassia. La regia del film è di Luigi Scattini (2). Buster Keaton muore un anno dopo. L’aneddotica su questo film è vastissima e da tempo eccita gli appassionati del cinema, in una sorta di corto circuito visivo, quasi una vertigine, provocata dal fantasma di uno dei più grandi attori e registi della storia del cinema che si aggira nei fotogrammi di uno strambo e raffazzonato film italiano di serie, a voler essere clementi, B.
E’ lo stesso Franchi a dichiarare lo stato di decadenza dell’uomo Keaton e le sue alcoliche abitudini dopo, prima e durante le riprese. L’emozione del comunque portentoso duo comico siciliano viene presto sostituita da una tenerezza mista a stupore, Il Buster Keaton che si palesa ai loro occhi è la fievole scia di una stella cadente morta troppi anni prima. Ovviamente defunta dal punto di vista produttivo, in quanto è certo che l’arte dell’attore americano rimarrà splendente ed immortale. Ma la vita dell’uomo è altra cosa rispetto a quella artistica, Coincidono nel profondo ma spesso divergono drammaticamente nello svolgimento dell’esistenza. Questa possibilità è avvalorata dalla parabola di un uomo, Keaton appunto, che molti considerano, a buon ragione, superiore a Chaplin.
Keaton viene in Italia a girare questo film per ragioni puramente alimentari, come si dice in questi casi. Accade spesso, soprattutto in un decennio che va dalla metà degli anni ’60 a quella degli anni ’70, che il cinema italiano ha offerto asilo ad attori americani che avevano smarrito in patria la strada della celebrità (3).
Mai però, come nel film di Scattini una partecipazione di tal genere è apparsa cosi’ stridente, struggente, quasi pornografica. Ma l’uomo che non sorrideva mai ha bisogno di questo film e anche noi spettatori guardandolo non riusciamo a sorridere più. Non riusciamo a sospendere l’incredulità e a dimenticare che quell’uomo, che si aggira tra lunghi piani sequenza e le smorfie di Franchi, è Buster Keaton.
“2 marines e 1 generale” è il racconto ideale del declino di un artista ma ci trasmette un senso di umanità e di pietas che commuove profondamente. E’ un film che racconta, non già di improbabili vicende belliche, ma, la guerra della vita.
In questo senso è uno dei film di guerra più riusciti.
(1) La saga “Ti presento i miei”
(2) Luigi Scattini, Il regista di “2 marines e 1 generale”, scomparso di recente a Roma è stato anche un produttore e documentarista. Esordisce alla regia con “Sexy magico” e continuerà ad agire nell’ambito del cinema di genere. Ha concluso la sua carriera come dialoghista e direttore di doppiaggi. E’ passato alla storia come il regista che fece parlare Buster Keaton. Nel finale del film, infatti, l’attore americano, rivolgendosi alla cinepresa, sussurra la parola “grazie”. Magra consolazione, credo. 
(3)La lista sarebbe lunga, ma il film Tentacoli del 1977, è un ricco catalogo in questo senso. In un solo film: Henry Fonda, Shelley Winters, John Huston. Chiusa la parentesi.

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