Arrietty: un mondo in Technicolor

Può un film conquistare il cuore e la mente? Certamente, se il film in questione è Arrietty e porta la firma di Hiromasa Yonebayashi, animatore di punta dello Studio Ghibli qui alla sua prima regia cinematografica. Se questo nome non vi dice nulla è possibile cercarlo tra i crediti de “La città incantata”, tra i capolavori assoluti del leggendario Hayao Miyazaki dove proprio Yonebayashi ricopre il ruolo di animatore. E proprio a Miyazaki si deve l’esistenza di Karigurashi no Arrietty, letteralmente Arrietty la prendi-in-prestito ma giunto in Italia con il titolo Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento. In verità, l’origine del film deriva dalla saga fantasy “I rubacchiotti” della scrittrice inglese Mary Norton. Trasferendo la storia dall’Inghilterra al Giappone, Miyazaki, che firma la sceneggiatura, trasforma Arrietty nella nuova eroina miyazakiana – dopo la Chihiro de La città incantata – a contatto con una realtà sconosciuta e densa di sorprese. Quello del confronto, assieme all’amicizia, è un tema caro a Miyazaki, che sulle basi di un incontro fortuito tesse i rapporti umani con delicatezza e partecipazione, ponendo come punto di partenza proprio le diversità reciproche che vigono tra i protagonisti dei suoi film. Arrietty è una vivace quattordicenne dalle dimensioni di uno gnomo che vive assieme alla sua famiglia – padre e madre – nelle intercapedini di una casa abitata da esseri umani del tutto  ignari della loro presenza. Durante una spedizione notturna nei meandri dell’abitazione, la piccola Arrietty si imbatte in Shō, introverso ragazzino dalle “normali” dimensioni con cui, a poco a poco, e non senza diffidenza, stabilisce un sincero rapporto di amicizia e fiducia che le permetterà dopo surreali peripezie di rivalutare la natura non sempre cinica degli esseri umani. In un’epoca dominata dai roboanti effetti in CG e dai pixel made in Pixar, Arrietty sfoggia fieramente una tecnica di disegno tradizionale libera da qualsiasi artificio che possa snaturarne la genuinità, come da tradizione in casa Ghibli. Ne viene fuori uno struggente affresco votato al perfezionismo, che trova massimo compimento laddove la piccola protagonista è rapportata con il mondo circostante, sproporzionato e grandissimo, colorato e frizzante, commovente nella sua semplicità e raccontato attraverso le originali musiche di Cécile Corbel, arpista bretone che con un tocco magico e delicato rende l’opera irresistibile. Presentato lo scorso anno al Festival di Roma, Arrietty entra di diritto nel nostro immaginario, con l’obiettivo di non uscirne più. Per fortuna.

Voto: 8

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