17.Feb.2012

PAC MEN

 

Secondo Roger Ebert (autorevole critico cinematografico statunitense) il video gioco non è arte, e mai potrà esserlo (http://blogs.suntimes.com/ebert/2010/04/video_games_can_never_be_art.html).

Scrive sul suo blog che il videogioco, a cagione delle caratteristiche che gli sono proprie, non sia sussumibile sotto alcuna delle diverse definizioni di arte, qualunque se ne scelga,  da quella formulata da Platone a quella rinvenibile su Wikipedia. Il videogioco è ritenuto da Ebert privo di quegli elementi (capacità di trasmettere emozioni, valore estetico, eccetera) che consentono di attribuire valenza artistica ad una opera umana di carattere creativo. Inoltre, argomenta Ebert, il videogioco non può partecipare della natura di "opera d'arte" perché ad esso è connaturo il perseguimento di un obiettivo il cui raggiungimento determina la "vincita del gioco"; vittoria del gioco che sarebbe incompatibile con l'opera d'arte la quale, secondo Ebert, non presuppone - non può presupporre - che il fruitore possa "vincere" alcunché.

Non è questa la sede per disquisire della complessa questione, rimandando in merito alla letteratura in materia, ma sia consentito dissentire dall’autorevole critico. In particolar modo trovo molto debole il suo secondo argomento, per due fondamentali ragioni. Prima di tutto, l'assunto inespresso del ragionare del critico sembra essere che il raggiungimento dell'obiettivo (il "vincere" il/al gioco, di volta in volta secondo schemi e declinazioni diversi) impedisca al gioco, si direbbe ontologicamente, di possedere valenza artistica. Tuttavia non riesco a vedere una siffatta invincibile incompatibilità; come se un'opera d'arte non potesse comprendere, quasi per legge di natura, anche un elemento "eteronomo", o di ludus, come può essere la partecipazione attiva del fruitore, o l’essere divertente o di intrattenimento o, per l'appunto, essere previsto il perseguimento di un obiettivo. Gli esempi abbonderebbero. Certamente i futuristi dissentirebbero da Ebert, e se mentre Palazzeschi scriveva il suo "controdolore" vi fosse stato un pc o una playstation, li avrebbe probabilmente assunti a modello espressivo della sua poetica.

Ma vi è più. Il videogioco, nel corso della sua tumultuosa evoluzione (vincolato e limitato solo dalla tecnologia), si è profondamente trasformato. Esso non consiste più nel mero raggiungimento di un obiettivo sul cui sfondo è appena intravedibile, in controluce, un'esile trama che ne funge da giustificazione teleologica, quasi da alibi, ma è divenuto, come è stato detto, una "esperienza di narrative" costruite attorno ad un obiettivo, di talché - rovesciato il paradigma - l'obiettivo ha drasticamente perso d'importanza,  quasi scomparendo, nell'intero meccanismo esperenziale (di gioco).

In realtà penso che Roger Ebert non si sia mai cimentato con un videogioco che non sia pac-man; penso che non abbia mai giocato a Bioshock, a Portal o ad uno degli episodi di The Edler Scroll, per citarne solo alcuni. E così non ha potuto vagare nello sconfinato mondo di Oblivion, senza meta e senza obiettivo, per il solo gusto estetico di esplorarlo; non ha potuto ascoltare le musica e gli effetti sonori che lo avrebbero avvolto ed emozionato; non si è potuto commuovere - sì, commuovere - nell'operare alcune "scelte morali" vestendo i panni di un big daddy; non ha potuto apprezzare la poetica suggestione delle architetture di Rapture; non ha potuto provare la suggestività delle atmosfere create e godere dei dialoghi dei personaggi e della loro caratterizzazione; non ha potuto assaporare la liricità delle strutture e delle articolazioni narrative. Non ha potuto gioire del portentoso effetto combinato di tutti questi elementi, magistralmente acconciati, apparecchiati e fusi insieme a congiurare la "esperienza" di gioco. Sì, Ebert non vi ha mai giocato perché, se lo avesse fatto, si sarebbe arreso all'evidenza che il videogioco può ben essere una eccezionale sintesi tra linguaggi: pittura, scrittura e musica, fotografia e architettura, cinema e performance.

 Non so se sia vero che il video gioco non sia sussumibile sotto alcuna delle esistenti definizioni di arte. Non lo penso, in verità; ma, se così fosse, ci sarebbe dunque bisogno di approntarne  una nuova.

 

  

scritto da: Vincenzo Vinciguerra

© F052

categorie: pensieri

Sufi
  • Sufi
  • 25.02.2012 | 17:29
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Mi riesce davvero difficile vedere arte in un videogame, d'altronde non sono un'esperta di videogiochi, né di arte. Credo tuttavia che l'arte debba trasmettere un messaggio, positivo o negativo che sia, debba insomma comunicare qualcosa, e che non sia sufficiente suscitare sentimenti e sensazioni per far sì che un lavoro assurga al titolo di opera d'arte. Gli uccelli di cera di Valie Export o i sacchi di Burri agli occhi dei profani come me diranno ben poco, ma hanno dentro di sé un cuore di significato che gli conferisce valore artistico (e forse la loro notorietà è dovuta proprio alla capacità di dire tanto con poco... molto più semplice è far passare un concetto con l'arte figurativa). Ma questa è solo l'opinione di una profana, forse anche un po' all'antica. :-) P.S. Condivido comunque la prima parte della tua dissertazione. dove sta scritto che l'arte debba essere fine a se stessa?

Riccardo Romani
  • Riccardo Romani
  • 17.02.2012 | 21:27
  • mi piace | 10 non mi piace

Caro Vincenzo, mi trovi assolutamente d'accordo con il tuo pensiero. E non te lo dice un TheBoss qualunque!!

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