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L’ufficiale dell’aereonautica Colter Stevens, senza sapere né come né quando ci è arrivato, si risveglia a bordo di un treno, sotto mentite spoglie, con il compito di scoprire chi si cela dietro l’attentato che ha portato all’esplosione del convoglio. Dopo una prima deflagrazione, Stevens sarà costretto a rivivere l’esperienza più volte, fino a quando non riuscirà a smascherare l’identità dell’attentatore. Con “Source code”, Duncan Jones entra di diritto nella Hollywood che conta, con tutte le conseguenze, positive e negative, che questo comporta. Dopo il brillante esordio lunare (“Moon”, ndr), il figlio di David Bowie può permettersi un cast di lusso unito ad un budget più sostanzioso e meno restrittivo. La fantascienza spartana e concettuale di Moon, kubrickiana nella mise-en-scene e vicina alla “Atmosfera zero” di Peter Hyams, lascia quindi il posto ad un progetto più commerciale e digeribile, senza per questo rinunciare ad una certa vocazione autoriale e ad un senso di alienazione, che pare essere uno dei marchi di fabbrica del talentuoso regista. Il percorso del protagonista, poi, rimanda molto alle tribolazioni del Sam Rockwell di “Moon”, accentuando l’impressione di  una certa intenzionalità nel seguire un preciso percorso poetico da parte del regista [1]. L’impianto narrativo è basato sulla ripetitività di molte azioni e situazioni, orchestrato secondo l’accavallamento dei piani della realtà – fattore che in epoca post-Inception assume un suo fascino –  e, secondo tradizione,  dotato di un quasi happy-end che mette in pace tutti. Certo, gli ingranaggi rischiano di incepparsi durante la visione – un vago senso di insoddisfazione è in agguato – e soprattutto nella parte finale, dove per questioni di etica commerciale, si cerca di assemblare diligentemente il puzzle dando un senso a tutto. Il pericolo è parzialmente scampato grazie alle evidenti doti del promettente regista e al suo approccio sobrio e poco avvezzo a particolari virtuosismi, peraltro poco funzionali alla storia raccontata. In sostanza, “Source code” è un prodotto che se da un lato accontenta i gusti del pubblico dall’altro permette a Duncan Jones di affermarsi nel panorama internazionale e di confermare le sue reali capacità. “Moon” però, era tutt’altra cosa.

 

 

 

[1] A scanso di equivoci è opportuno sottolineare, nonostante la presenza delle analogie di cui sopra ho parlato, che la sceneggiatura porta la firma di Ben Ripley.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>