Bentornati 99 Posse, Zulù racconta “Cattivi guagliuni”

 

E’ una delle reunion italiane più attese. Un momento immaginato per lungo tempo che ora è realtà e genera anche una certa emozione in chi ascolta, chissà quanta in chi ne è protagonista. Ci siamo, il 25 ottobre è la data annunciata per l’uscita di “Cattivi guagliuni”, il nuovo album dei 99 Posse che, a distanza di 11 anni dall’ultimo lavoro in studio (“La vida que vendrà”, ndr), e a due dall’incontro quasi casuale avvenuto a Napoli tra i fondatori: Zulù, Iovine e Messina.

Così nei mesi scorsi è arrivato il primo brano, “Antifa”, mentre qualche giorno fa su YouTube è stato pubblicato addirittura il brano omonimo del nuovo disco, scelto come primo singolo (linkato nella media-gallery, ndr). Da entrambi emerge la voglia di tornare a comunicare, di ricominciare a raccontare mondi e dimensioni ignorate dai media e dalla musica di massa, e persino dalla politica, perché scomodi. Viene fuori la voglia di tornare a lottare.

E’ quello che emerge anche dalle parole di Luca “O’Zulù” Persico, disponibilissimo nel parlare di questo “ritorno di fiamma” e del nuovo disco, senza tralasciare la situazione politico-sociale del paese vista dagli occhi di un musicista militante.

Un brano, “Antifa”, uscito nei mesi scorsi, prelude al nuovo disco; lo scorso tour invernale, se pur breve, ha avuto successo; ora la data di uscita del cd è fissata al 25 ottobre: com’è questo disco?

E’ tutto coperto dal segreto di stato (scherza, ndr). Si intitola “Cattivi guaglioni” ed è stato autoprodotto. Ovviamente dal titolo puoi immaginare di cosa parla, ovvero degli “ultimi”, dei dimenticati, degli esclusi, delle cosiddette “categorie a rischio”, che nel nostro paese diventano sempre maggiori per colpa dei modelli di sviluppo. Noi, facendone parte, abbiamo deciso di fare quello che quasi nessun partito della sinistra istituzionale fa: accollarsi la responsabilità di fare la strada insieme a questi soggetti, improvvisamente dimenticati per l’ipotesi di un accordo col centro che, a nostro parere, è impensabile, perché contempla categorie che non hanno a che fare né con la nostra storia né col mondo che stiamo cercando di costruire noi.

L’ultimo disco dei 99 Posse risale al 2000 (“La vida que vendrà”, ndr), dopo di allora si era parlato di una piccola pausa di riflessione che in realtà è finita col durare ben 11 anni: che effetto ha provocato il riaprire le porte dello studio con le persone con cui ci si era lasciati un decennio fa?

E’ stato molto bello. La pausa era nata da un’esigenza quasi fisiologica: l’atmosfera nel gruppo era diventata, un po’ per tutti ma per qualcuno più degli altri, veramente soffocante. Nel caso dei 99 Posse, però, la ricchezza era proprio il collettivo, che costituiva la nostra diversità rispetto a fenomeni analoghi, era sempre in continua evoluzione, è per suono è per poetica, con risultati sempre ibridi e bastardi. Ed è stato proprio il bisogno del collettivo a farci ritrovare. La pausa, che sarebbe dovuta servire a farci sfogare funzioni non espletabili nel gruppo, ha fatto il suo effetto: Meg ha creato i suoi progetti, Massimo (Iovine, ndr) altri, Marco (Messina, ndr) i suoi e io i miei. Il problema, se di problema di può parlare, è stato che, nello sfogare queste pulsioni, ognuno si è reso conto che stava meglio da solo che nel collettivo e per questo lo abbiamo lasciato andare, dimenticato un po’. Un’occasione militante, però, un giorno ha fatto sì che ci rincontrassimo: c’era da promuovere una raccolta fondi per pagare gli avvocati di due compagni napoletani che erano stati arrestati durante gli scontri di Torino, al G8, perdendo di conseguenza il lavoro. Il loro centro sociale aveva organizzato una manifestazione a piazza del Gesù (a Napoli, ndr), chiedendo l’adesione a molti gruppi, tra i quali Massimo con gli “Iovine”, Marco col suo progetto e io probabilmente con un dj-set, in quel periodo venivo fuori da una cosa che non mi piace neanche ricordare. I creatori della prima 99 Posse, insomma, si sono ritrovati attorno a un tavolo per decidere la scaletta delle esibizioni e, guardandoci in faccia, ci siamo detti: “scusate ma anziché perdere tempo con scalette varie, facciamo due ore di prove e presentiamoci come 99 Posse, così magari assicuriamo anche un risultato migliore ai compagni”. Ovviamente, una volta presa questa decisione, le due ore di prove sono saltate e ci siamo ritrovati a farle sul palco, a otto anni di distanza dall’ultima volta, ritrovando innanzitutto un feeling eccezionale tra noi e poi l’affetto del pubblico, che si poteva toccare con mano. Sono cose difficili da spiegare a parole, ma quando le senti capisci che quello è il momento in cui fare delle riflessioni anche su delle dichiarazioni o delle posizioni prese in passato. Io, ad esempio, anni fa in un’intervista avevo categoricamente escluso che i 99 potessero riunirsi, ma poi mi sono dovuto rimangiare le parole, fare ammenda, perché è stato bello, necessario e se ne sentiva la mancanza, non solo tra i fan ma anche tra noi e finalmente oggi, con una lentezza tutta meridionale, dopo due anni da quell’incontro siamo anche riusciti a completare un disco.

Cerco di strapparti qualche altra anticipazione: a livello di sonorità, nel nuovo disco, proseguirete la ricerca elettronica intrapresa nei precedenti?

Sicuramente, perché questa è una nostra caratteristica che nasce dalla necessità di far confluire nei dischi tutti i gusti e le tendenze musicali di ognuno di noi. Nel caso di “Cattivi guaglioni” quelli di noi tre e di Sasha (il batterista, ndr), che addirittura viene dal jazz. Nessuno di noi, in definitiva, ha avuto a che fare sin da subito con il rap o con il reggae: Marco viene dalla psichedelia, Massimo dall’hardcore-punk e io dall’heavy metal, però nell’hip-hop, nel dub, nel reggae o nella dance-hall abbiamo scoperto un humus culturale capace di contenere oltre che sé stesso anche tutte le nostre origini musicali, culturali e politiche. Sin dal primo disco, d’altronde, abbiamo iniziato a confondere le idee ai puristi della musica mescolando i suoni nelle canzoni e in questo disco siamo sicuramente arrivati ad uno step altro rispetto al precedente: si sentono un po’ di più gli strumenti suonati ma al tempo stesso c’è moltissima elettronica, nonché qualche accenno alle sonorità del Sud dell’Italia, come la “tammurriata” ad esempio.

E invece a livello di contenuti? Hai parlato degli “ultimi”, di una missione che nemmeno la sinistra di questo paese è in grado di portare avanti. Il periodo non è facile ma nei testi hai avuto modo di infondere un po’ di speranza, di immaginare un futuro più roseo?

Sia chiaro: io non parlo degli “ultimi” come di soggetti tristi; loro per me sono il colore dell’umanità, per il fatto stesso di esistere danno una speranza, sono persone che amo, ripeto, persone che riescono a sopravvivere in condizioni quasi al limite dell’impossibile trovando sempre il modo di essere positive e orgogliose della propria vita e delle proprie scelte. In mezzo agli “ultimi” io ho riscoperto la voglia di vivere. Quando negli anni ‘80 iniziai a militare, iscritto nel partito più di sinistra che riuscì a trovare, ovvero Democrazia proletaria, c’era qualcosa che non mi convinceva e col tempo, a partire dagli anni ’90, confrontandomi coi collettivi o coi movimenti extrapartitici, come quelli del non-voto, ho trovato una dimensione diversa. Il problema, oggi, è quello di individuare il soggetto rivoluzionario in un ambito non inquadrabile come un tempo, diverso da quello delle catene di montaggio e degli operai. E’ molto più difficile perché pur abbattendo tutte le catene di montaggio ancora esistenti, il capitalismo andrebbe avanti comunque, perché quasi quarant’anni fa ha già fatto uno step successivo: siamo diventati tutti operai, a causa di una routine quotidiana che si è radicata in ogni momento della giornata e che vede al centro di tutto il “consumo”. Quindi come fare a portare avanti un discorso di soggetti che magari non si conoscono proprio oppure hanno un rapporto addirittura conflittuale tra loro? I soggetti rivoluzionari oggi sono gli “ultimi” italiani ma anche stranieri, carcerati o quelli di sinistra che si schierano con Saviano per mandare in galera i delinquenti: c’è moltissima confusione e in questo marasma chi crede veramente nella pratica del movimento, deve avere il coraggio di buttarcisi con convinzione e con la consapevolezza del rischio concreto di prendere botte, più d’una volta, virtuali e materiali. Occorre mettersi e sapersi mettere in discussione e noi in questo disco lo facciamo con la musica, ma il soggetto politico con il quale siamo nati e col quale continuiamo ad avere rapporti univoci (ovvero il mondo dei movimenti e dei centri sociali) questo lo ha sempre fatto, ecco perché in quest’ambito non c’è crisi, al contrario della sinistra. Per noi non è crollato nessun muro, non si è sfaldato nessun impero ad Est; non abbiamo niente da farci perdonare, siamo sempre stati da una parte, dalla parte della gente, di quella che non ha gli strumenti, le possibilità o il tempo di farsi rappresentare dai partiti e insieme a loro finiremo il nostro percorso. L’unica cosa che nel tempo è cambiata è il linguaggio, il nostro inizialmente era ancora molto influenzato dal politichese, che traducevamo in immagini e situazioni comprensibili dalla gente che non lo parla; con gli anni, però, il politichese è quasi completamente sparito e in questo disco avrà molte difficoltà a trovarlo, ma c’è comunque. Anche il fatto stesso di avere la consapevolezza che l’auto-rappresentazione delle marginalità è l’unica opportunità che le marginalità hanno per uscire dalle loro condizioni di marginalità è un dato di fatto imprescindibile.

E parallelamente al linguaggio si è evoluto anche il concetto di fascismo, che puntualmente è ricorso nelle vostre composizioni? E’ visibile, invisibile, penetrante o meno?

E’ più penetrante solo nella misura in cui, da sempre, ha detto le bugie, comportandosi in un modo diametralmente opposto a quella che era l’idea da cui partiva e quindi oggi, per parossismo, Casapound organizza iniziative e stampa volantini su Rino Gaetano come se quest’ultimo fosse di destra o avesse qualcosa a che vedere con l’idea di destra popolare che loro hanno. La destra popolare è un’aberrazione filosofica, perché la destra non ha niente a che fare col popolo, la destra i suoi legami ce l’ha coi poteri forti, con la media e alta borghesia e con l’aristocrazia dei paesi in cui il fascismo si sviluppa. La destra è il braccio armato dei padroni che a un certo punto non riescono più a contenere la rabbia del popolo e quindi se ne devono appropriare, facendogli credere di essere benvoluto e poi mandandolo a morire in guerra. Questo è il fascismo, poi si può travestire come volete voi, ma l’essenza è questa e dovrebbe andare via del tutto da questo paese, non lo dico io, lo dice la storia e, soprattutto la costituzione. Vorrei ricordare che se io in questa intervista cominciassi a dire, ad esempio, che le Brigate rosse sono state un fenomeno molto convincente, che la lotta armata è l’unica soluzione, io andrei in galera per apologia di reato, che è valida sia per i brigatisti che per i fascisti, solo che da quando c’è il governo Berlusconi i fascisti hanno campo libero, fanno il bello e il brutto tempo, gestiscono, amministrano il potere anche con arroganza e noi di fronte a tutto questo non possiamo che essere duri, perché le nostre ideologie comuniste, che non sono state attuate in nessuna parte del mondo fino ad oggi, sono basate sul confronto e sul dialogo con tutti, tranne che coi fascisti, che il dialogo e il confronto lo rifiutano per definizione.

In conclusione, torniamo alla musica in senso stretto: l’autoproduzione è una condizione fondamentale per i 99 Posse?

Questa è una domanda simpatica, perché noi le abbiamo provate tutte. Abbiamo iniziato con un’autoproduzione un po’ sui generis, in quanto lo era pur avvalendosi della distribuzione di un’indipendente. Oggi, con il digitale che imperversa, etichetta indipendente può significare anche due amici che in casa si riuniscono e creano un marchio chiamandolo “Tazz’e cucchiar’”, ma non hanno una lira e tantomeno contatti. Sul finire degli anni ’80, invece, le etichette indipendenti avevano un ruolo fondamentale, erano l’unico strumento per veicolare nei negozi di dischi, al di là dei piccoli giri di intenditori, generi come il reggae o il rap, ma penso anche all’hardcore, al metal o al punk. E noi con una di queste etichette, napoletana, avevamo raggiunto un accordo inattaccabile: ci offriva tutte le garanzie e una cosa di soldi per il disco, oltre che l’opportunità di farlo arrivare nei negozi. Tale scelta fu anche molto discussa nel nostro circuito, ma alla fine fu accettata perché tutti dovettero ammettere che, in definitiva, non avevamo legami, nulla da spartire con nessuno o tantomeno da rendere conto. Col passare degli anni queste etichette indipendenti sono venute meno, una alla volta, e nelle multinazionali sono spuntati nuovi posti di lavoro, gli addetti all’indie o all’underground, che hanno rapporti con gruppi che le aziende non saprebbero nemmeno riconoscere. Quando la nostra etichetta (la Flying, ndr)è fallita, pertanto, noi per un certo verso siamo stati anche un po’ costretti, anche se non è il termine giusto perché l’abbiamo scelto, a firmare un contratto con la Bmg, a patto che questa multinazionale firmasse lo stesso contratto che avevamo con la Flying. Caso unico nella storia della musica, la Bmg lo firmò e noi finimmo con l’essere completamente autonomi e proprietari di noi stessi se pure in una multinazionale. Quando il gruppo, due anni fa, si è riformato, abbiamo ricordato che avevamo un contratto con la Bmg e abbiamo preferito scioglierlo, piuttosto che intentare una lunga causa per farlo valere, anche perché i tempi sono cambiati e dischi se ne vendono molti di meno. Questo, inoltre, ci permette di accorciare i tempi con le uscite discografiche e di riprovare l’ebbrezza totale dell’essere completamente autoprodotto. Questa è l’evoluzione di un rapporto che per noi è stato sempre conflittuale ma occorre precisare che noi oggi, a vent’anni dalla nascita, abbiamo un nome spendibile a cui tutti sono interessati, ma questo non vale per tanti altri gruppi che non hanno notorietà e hanno bisogno di investimenti per ottenere soprattutto visibilità e promozione, attraverso la comunicazione. E questo, oggi, non puoi ottenerlo con l’autoproduzione che, ricordo, in Italia fu avviata dai centri sociali punk-anarchici e proseguito da quelli di estrema sinistra con le Posse. Oggi, però, questo patrimonio è andato completamente perduto e in questo momento ogni strumento è valido purché ti faccia fare un passo avanti verso il raggiungimento di un obiettivo. Questo è il consiglio che do ai giovani, purché seguano se stessi e non i trend, perché chi suona trend suona falso e, in definitiva, ottiene solo frustrazioni, perché la maggior parte delle volte il suo percorso finisce molto presto.

Concerti?

Restiamo fermi fino a novembre, dicembre, almeno coi 99 Posse, io poi sono spesso in giro con altri progetti paralleli.

Nuova Compagnia di Canto popolare, Caparezza, Daniele Sepe, Marcello Giannini, Valerio Iovine, Peppe Siracusa, Claudio Marin: sono soltanto alcuni dei nomi degli artisti che hanno collaborato al nuovo disco dei 99. Il videoclip di “Cattivi guagliuni”, invece, lo ha girato niente-popò-di-meno-che Abel Ferrara, su sceneggiatura della Posse e con la stessa protagonista, a Venezia, durante la sua ospitata al Festival del Cinema a settembre.

Dal sito ufficiale della band, intanto, ecco le prime date live:

27 novembre – Bari

2 dicembre – Roma

3 dicembre – Bologna

5 dicembre – Milano

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.