Calibro 35 a stelle e strisce

Milano, marzo 2011, un aeroporto, controllo di sicurezza per i voli internazionali: cinque uomini (quattro musicisti: Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Luca Cavina e Fabio Rondanini; e un produttore, Tommaso Colliva, ndr), vestiti casual, con pochi – ma funzionali – bagagli, sono intenti a superare il metal detector; sotto lo sguardo attento delle forze dell’ordine addette allo scopo, devono superare l’ultimo step prima di imbarcarsi per l’America, con destinazione ultima New York City.

E’ questione di vita o di morte, devono raggiungere i Brooklyn Recording e Mission Sound studios per portare a termine una missione rischiosa: incidere il loro nuovo disco.

Mi piace immaginarla così l’avventura a stelle e strisce dei Calibro 35, coloro che in tempi non sospetti – quando il boom dei poliziotteschi all’italiana non era ancora avvenuto – hanno rilanciato le atmosfere musicali, e quindi le soundtrack, di quelle pellicole che dai ’90 in poi tutto il Mondo ha voluto imitare.

Una scena in pieno stile gangster-movie e il paragone non è casuale, viste le sonorità che traspaiono dall’ascolto del prodotto finito, intitolato “”Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente casuale”.

Dai poliziotteschi, infatti, il “quintetto virtuoso”, per attitudine e forma-mentis, si è allontanato per non ripetersi, visti i tre dischi partoriti in pochi anni di carriera, per aggredire in modo più massiccio il mercato internazionale, già assaggiato con l’inserimento di un brano di repertorio (“Convergere in Giambellino”, ndr) nella colonna sonora del film statunitense “Red”, col titolo reinventato di “Calling all units to Broccolino”.

Loro, negli interrogatori preliminari riservatigli dalla stampa, hanno espressamente affermato che questa nuova avventura discografica tende a distaccarsi dai clichet cinematografici cui fino ad oggi ci hanno abituati ma, ascoltando il disco – e questa non è affatto una colpa – la celluloide la fa ancora da padrona, se pure con registri e ambientazioni immaginarie (solleticate e sollecitate dall’udito) diverse, come quelle de – uno su tutti – “Il braccio violento della legge” con Gene Hackman.

In dieci tracce originali – sottraendo le due “Passaggi nel tempo” di Morricone e “New York New York” di Piccioni – i Calibro 35 ripercorrono, con un’impronta qualitativa personale indiscutibile, le atmosfere di pellicole come quella di William Friedkin.

I tessuti sonori si fanno meno cupi, meno maledetti, ma restano pur sempre – anche nei titoli – tappeti ideali per storie criminali.

Dalle “Roma” o “Napoli” violente, dalla “Milano che odia” o dalle “Indagini su cittadini al di sopra di ogni sospetto”, si passa alle location da night club fumosi newyorkesi, alle trasferte da spaccio in Oriente o ai regolamenti di conti nei sobborghi statunitensi.

Atmosfere più frenetiche, sottese da sonorità che ispirano trame comunque “da duri” che, contrariamente a quanto sosteneva Norman Mailer, ballano eccome.

L’acid jazz la fa da padrona, si contamina di fiati dispensati generosamente (con Paolo Raineri e Francesco Bucci rispettivamente alla tromba e al trombone, ndr), di hammond, chitarre surf e addirittura di dub (seppur suonato).

Le ultime reminiscenze italiane, in buona sostanza, restano evidenti nei pezzi nei quali emergono prepotenti cori di monosillabi, quasi onomatopee, che a Piccioni devono molto.

Il risultato è caleidoscopico, in termini di suoni e di emozioni, sapientemente miscelati e articolati da musicisti di indubbia bravura e superiorità. Sempre alto, quindi, mai calante.

Come un attore o un regista abituatisi ad essere definiti con dei caratteri precisi, i Calibro si innovano, cambiando, ma senza spiazzare mai, perlomeno negativamente parlando. Ed è ancora musica per le orecchie e per gli occhi, aspettando che – nei live – lo diventi anche per il corpo.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>