Carillon due anni dopo

Carillon è un libro musicato, un “piccolo caso editoriale italiano” pubblicato nel 2009 da Zona Editrice, un’esperienza di viaggio fatta di visione, ascolto e ricerca personale dei significati. Carillon è figlio di Donato Cutolo, autore, compositore e “mago dell’elettroacustica” che ha già lavorato a tre importanti album e a molte colonne sonore con numerosi artisti della scena indipendente italiana e in questa occasione, insieme alla sensibilità artistica di Fabio Tommasone (autore in Carillon), al pianoforte, e Nicola Marino, al violino (“uno che ha già varcato le frontiere per suonare con Bijork, “perché all’estero sono sempre più svegli di noi”), arricchisce la lista dei contributi con altri nomi importanti :gli ‘strumenti vocali sensibili’ di Elena Martusciello, voce francese e Venere Perrotta, voce lirica.
Donato Cutolo e Alfredo Buonanno hanno poi realizzato anche un cortometraggio (Video1 nella media gallery in basso) presentato al laboratorio artistico del Mitreo Film Festival nel dicembre 2010 al Teatro Garibaldi, come esperimento di unione virtuale di musica, parole, suoni e immagini, che ha avuto un seguito come vero e proprio spettacolo live: un lavoro di qualità elevatissima, il cui miglior pregio è forse quello invisibile, cioè la capacità di avere impatto sull’evoluzione della musica e degli esperimenti artistici in generale, argomento della conversazione fatta con Donato Cutolo, Fausto Mesolella e Fabio Tommasone.

 

Donato, in una nota dedicata a Carillon, dopo avergli dato vita, racconti magistralmente un sogno a tutti gli effetti, che appartiene a chiunque viva la musica: musica che è passione, viaggio, avventura, storie, incontri, pendolari, biglietti mai fatti e controllori che smettono di salire, immagini dal finestrino che ti restano stampate per sempre a volte senza un motivo preciso. Una storia che è prima tua e, in maniera diversa, di Met e Kate e poi ancora di tutti quanti noi.

Si, è così, o quantomeno lo è diventata.

Il percorso che ha portato a fondere un bel po’ di arti è stato lungo, e Carillon una (inevitabile) conseguenza, diciamo un’esigenza. Ho creato paesaggi sonori ed elettronica (sulle musiche di Fabio Tommasone), e ho curato la regia audio per anni, a teatro e per vari film festival: di fronte avevo attori che recitavano Dante, Baudelaire, Lord Byron, da un lato, e chilometri di pellicole dall’altro: la priorità, in tutti e due gli ambienti, è stata sempre quella di tenere l’elettronica come comune denominatore; ma quei testi classici, i dialoghi, i film, e soprattutto il background classico di Fabio, hanno condizionato fortemente il mio modo di concepire la musica (ricercare frequenze per bussare a certe ‘porte mentali’, aprirle con suoni minimali, e far entrare così più a fondo strumenti classici di bellezza perfetta, come il pianoforte, l’arpa, il violino), e radicato in me l’esigenza della scrittura (comporre in versi e poi romanzare, ‘immaginativo’, il tutto senza dare punti di riferimento).

Quindi la necessità di mettere tutto assieme in maniera ‘indolore’, senza forzare, e cercando di regalare un tutt’uno a chi avrebbe deciso di darci ascolto. Inizialmente era un’utopia pensare di poter portare tutto ciò in ‘larga scala’, i costi e gli sforzi sarebbero stati elevatissimi, quindi si è pensato di riprodurlo semplicemente in una stanza; si, una ‘stanza’, che potrebbe essere quella da letto o un soggiorno: ascoltare nella propria intimità quel tipo di musica ‘fusa’, mentre si legge una storia: ecco Carillon. Un azzardo, una scommessa, fatto sta che prima Fausto Mesolella e poi Silvia Tessitore (direttore editoriale di Zona) decidono di accompagnarci in questa ‘follia’: si pubblica, ‘piccolo grande caso editoriale in Italia’. La cosa riesce.

Tantissime le stanze ‘contaminate’, quindi (inevitabile conseguenza anche questa) perché non provare anche in quella famosa ‘larga scala’? Decido allora di fare un cortometraggio ‘musicale’ (Parole Fotosensibili), a quattro mani con Alfredo Buonanno, tratto sempre da Carillon, e che serva da ‘apripista’: con quelleimmagini sullo sfondo approdiamo in vari teatri e film festival dove, in un meraviglioso gioco di luci e ombre, Fausto e Fabio intonano composizioni classiche e da film d’epoca, alternandole con alcuni inediti tratti dal cd allegato al racconto Carillon: tutto pieno, l’esperimento funziona. Punto. Ora accapo, consapevoli di cosa e come vogliamo comunicare.

 

Fabio, tu sei compositore ed interprete stesso delle musiche di Carillon. Ti sei preoccupato, perciò, di creare metà dell’identità dei brani, influendo anche sulla percezione degli stati d’animo di chi ascolta e dell’emotività stessa di Carillon, probabilmente. Come hai eseguito questo lavoro e secondo quali influenze?

Non mi sono preoccupato… niente di quanto si ascolta nelle mie composizioni è frutto di un lavoro a tavolino atto a suscitare chissà quali premeditate sensazioni nell’ascoltatore. Non penso di essere tanto preparato e non ho la pretesa di esserlo. Mi sono semplicemente lasciato trasportare dal racconto, immaginando i luoghi, i personaggi, immedesimandomi, a tratti, in alcuni di essi, come se fossi un semplice lettore che, una volta finito di leggere il suo libro, cerca di trasmettere le
emozioni suscitate dalla trama ad un amico. Solo che, invece di usare il linguaggio verbale, ho usato quello musicale. Le influenze sono chiaramente di natura impressionistica visto che ascolto molto la musica di Debussy pur suonandola poco: ogni volta che inizio a suonare una sua opera, mi lascio travolgere dai paesaggi sonori contenuti in essa fino a perdere del tutto il controllo. Penso che occorra una maturità culturale ben più ampia di quella che possiedo adesso per eseguire tali capolavori.
C’è ancora molta strada da fare e tanta voglia di percorrerla.

 

“Questa è la storia dell’incontro tra Met e Kate. Met e Kate sono due solitari, provati dagli eventi. La loro dignità – come spesso accade a chi ha vissuto certi traumi – è una specie di scorza, una linea scura che ne distingue la sagoma e la stacca dallo sfondo, così che la vediamo meglio. Si muovono in un mondo all’apparenza normale, il luogo è incerto, pare l’America, ma pure le cave di San Prisco possono sembrare un angolo della Monument Valley, se le guardi con certi occhi. Bloom Alia è una città immaginaria, di un tempo immaginario ma sicuramente posteriore al nostro. La storia di questo incontro è collocata nel futuro, un futuro – però – che non si riesce neanche a intravedere. Met e Kate navigano come scialuppe in un bar vicino al porto, ogni tanto attraccano a un tavolino.Mai vicini, anzi, lontani e quasi sempre di spalle. Cos’accade ai due lo scopriremo solo vivendo, infilandoci nell’esperienza di questo Carillon. Congegno di rarefatta e pressoché
assoluta perfezione, nato dalle viscere ancora pulite di Terra di Lavoro, là dove i rifiuti tossici non hanno ancora intossicato l’anima della gente”.

Così si esprime, nella prefazione al libro, Fausto Mesolella, interprete al contempo degli “sguardi dal basso” nel cortometraggio.

 

Fausto, quando descrivi in anticipo la fusione “in un abile gioco corale” di strumenti e atmosfere come ambiente profondo della narrazione, un ambiente che è prima di tutto uno stato mentale, quasi un esercizio d’estrazione di un ricordo. In particolare, quella tra testo e musica in Carillon diventa la vera storia d’amore, antecedente al racconto. Tu lo spieghi attraverso la regia elettronica di Donato, insieme alla presenza di due strumenti a corda come pianoforte e violino, corde che poi sono anche le tue. Quindi forse vi siete ri-trovati all’interno di questa esperienza musicotronica, non solo incontrati: “i linguaggi di questo lavoro sono nati per stare insieme”, hai scritto. Cosa significa per la musica, compiere questo atto di ritorno alle origini con l’esperimento di Carillon, se pensiamo che essa
nasceva per accompagnare le parole e le immagini per poi entrare in crisi proprio con la nascita del Cinema?

Il suono è precedente alle parole

È stata la prima vera forma espressiva di comunicazione non verbale
Le parole sono nate dopo nella storia della vita e sono nate proprio grazie al suono che è diventato tappeto volante per far volare il significato e il significante della parola stessa per me non è un atto di ritorno alle origini ma è il proseguimento di un mio studio personale sul significato del suono.

 

Donato, hai un’illuminazione importante tu, invece. Quello di superare la crisi dell’asemanticità del linguaggio musicale applicando intuizioni di psicotronica: all’interno di un contesto teatrale noti anche un risultato visibile, cioè le reazioni (consapevoli?) del pubblico: cosa accade cioè con questi esperimenti che uniscono suoni, musica, immagini e parole?

‘Psicotronica’, ma sai che non ho controllato sul vocabolario?! Cioè, l’ho inventato io questo termine?! (Donato ride, ndr…)

L’effetto, o meglio le cose che mi hanno colpito sono due: la prima è stata l’incredibile varietà di persone che hanno ‘approcciato’ i progetti (dal libro + cd agli spettacoli teatrali al cortometraggio), persone diverse sia per background che per età. La seconda, il ‘silenzio’, l’attenzione: alla fine di ogni spettacolo gli spettatori sembravano uscire da una ‘bolla’, come tornati da chissà dove, e usavano tutti un’espressione: “E’ stato un viaggio”. Da fermi…

E questo è quello che volevamo, che volevo, tant’è che ho sempre associato questo fenomeno alle prime parole che Mencken inviò a John Fante (il ‘mio’ John Fante), per avvisarlo della prima pubblicazione: “… Va da sé, purtroppo, che di norma uno scrittore abbia meno esperienza degli altri uomini, e ciò in forza del fatto incontestabile che non si può essere in due posti contemporaneamente, Signor Bandini: o si è davanti alla macchina da scrivere, o si è nel mondo a fare esperienze. Pertanto, poiché vuole scrivere, e vuole fare esperienze di cui scrivere, deve imparare a fare molto con poco. E fare molto con poco è, in breve, Signor Bandini, il mestiere dello scrittore”.

 

Insomma, pare che questa “cura psicotronica” sia stata scoperta insieme, grazie a Carillon. Anch’io ho imparato la sua esistenza insieme a voi! (sorrido)

Fabio, insieme alla capacità d’immaginazione pura dello scrittore, ti lancio una piccola provocazione: quella sulla famosa regressione dell’ascolto, vista anche la tua formazione. Cosa significa per te riascoltare Carillon, consapevole del tuo lavoro, e come credi dovremmo porci noi nei confronti di questo particolare ascolto musicale? Riascoltare Carillon?!

(… Alza sopracciglio sinistro e guarda assorto nel vuoto).

Per me è come entrare in una bolla dove tutto rallenta e dove tutto e diverso dal quotidiano… è un immergersi in se stessi facendo riaffiorare ricordi legati al periodo in cui ho composto i pezzi che, inevitabilmente, assumono sapori e forme diverse, perché influenzati dal mio background in continua evoluzione. La risultante è che ogni volta mi ritrovo a vivere esperienze emozionali sempre diverse. Ovvio che questo riguarda l’arte in generale; quante volte capita di riascoltare un autore dopo un lasso di tempo più o meno ampio , di rileggere un libro, di guardare nuovamente un quadro e scoprire nuovi particolari? In realtà quei particolari sono sempre stati lì. Eravamo noi a non essere pronti a coglierli. Questo è il bello dell’arte suscita sempre nuove emozioni. Quindi il mio consiglio e quello di sedersi comodamente mettere su il disco e iniziare a leggere lasciandosi trasportare semplicemente dalle sensazioni che si provano… alla fine, data l’unicità di ogni singola persona, ognuno si ritroverà in un luogo diverso con un unico e magico fattore comune: l’aver viaggiato pur restando seduti comodamente nella propria stanza.

Il troppo pieno, come nel cinema, produce solo orrore del vuoto. Il senso “dionisiaco” di cui parlava Nietzsche diventa attesa di qualcosa che deve arrivare e non arriva mai, non può arrivare, soffocata com’è alle origini. In teoria la musica non dovrebbe neanche riempirlo il vuoto, ma solo nascere, esistere, rivelarsi in un incontro (di due cose diverse eppure simili, come burro e neve) Un incontro sempre più difficile, che ogni volta ci evoca scissione, memoria di ciò che si è perso.

Come “ a ciò che accade a Met e Kate nel finale. Funziona un po’ come un test. Da quel che ci vedi puoi capire – in amore, in questo momento della tua vita – se sei disposto a volare tra le stelle o non ti stai lanciando invece in fondo a un pozzo scuro. Fosse la seconda delle due, chiudi gli occhi e riascolta il disco. Lasciati portare, finché non ti accorgi che stai guardando il mondo da una certa altezza, e stai respirando finalmente aria fresca. È il Carillon, fa quest’effetto”.

 

Terapie lenitive, algoritmi e neurologia: il mondo della ricerca ha fatto della musica un nuovissimo oggetto di studio negli ultimi anni, proprio quando il mercato discografico conosceva la sua crisi più profonda. In luoghi come le strutture del rumore di Alva Noto o i cicuisti instabili di Oval, i passaggi sintetici, come composti chimici complessi, hanno trasformato i gusti e le orecchie di una generazione. L’armonia si è frantumata e le architetture sonore formate da “errori digitali” hanno aperto una nuova frontiera. Berlino in particolare è diventata la capitale europea della sperimentazione musicale. Ma in Italia, secondo un rapporto ministeriale del 2008, la musica occupa in media un’ora del tempo settimanale nelle scuole dell’obbligo e alle elementari, dove è facoltativa, l’insegnamento è affidato alla disponibilità di maestri appassionati e volenterosi. Come potrebbe mai essere possibile, secondo voi, escludendo l’educazione, lasciare che la musica e la sperimentazione italiana non lasci casi come Carillon del tutto isolati?

(Donato) La soluzione è semplice: non aspettare che la la musica e la sperimentazione italiana arrivino a progetti come Carillon, bensì lavorare e spingere con forza per arrivare, ma non a ‘loro’. Dove? Chissà… Quindi, come dice il caro Fausto nel suo miglior intercalare: “Andiamo avanti.”.

(Fabio) Devo ammettere, mio malgrado, che è molto difficile non farsi inghiottire da questa triste realtà che ci avvolge. C’è come la volontà di soffocare le menti per non risvegliare consapevoli coscienze, pericolose da gestire. Tutto questo mi ricorda un film: Matrix. Beh, mi piace pensare allora, di essere imbarcato sulla Nabucodonosor al fianco di Morpheus, Neo e Trinity e nel mio piccolo, contribuire alla distruzione di Matrix stesso! Vi ricordo che noi siamo campani e, se siamo riusciti noi dal profondo sud a fare un piccolo miracolo, beh, allora tutto è possibile.

(Fausto) Sarà possibile solo correggendo lo stile di vita delle persone. Non è obbligando ma facendo notare che la bellezza ha un costo dolce e non amaro…  Ma rimango sempre del parere che non a caso l’arte è una libera scelta e quindi quel che oggi si vede brutto domani si vedrà come bello.

Anche io come tutti noi aspettiamo il nuovo rinascimento e nell’attesa dobbiamo cercare di educare i meno credenti ad uno stile di vita più affascinante di quello che si conosce.

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A distanza di due anni, questa è l’eredità di Carillon. Ma Donato Cutolo sta preparando proprio in questo periodo il nuovo romanzo. Questa volta ci sarà un adolescente che muove fra la Francia meridionale e un paesino italiano del centro – nord, fra i misteri degli arcobaleni…

Nel frattempo inaugura il nuovo ‘donatocutolo.it‘ con un brano, fatto assieme a Fausto Mesolella, per una meravigliosa compilation, ‘Jazz al Dente’, che potete ascoltare anche qui.

Grazie al regalo che ci ha fatto Donato, alla sorpresa con cui si è lasciato accompagnare, aprendoci al mondo di Carillon, a Fausto per la sua gentilezza, la disponibilità, per la sua musica e alle sue parole incisive ed infine a Fabio, che mi ha sottilmente corretto e guidata nella maggiore comprensione di Carillon e che al contempo mi ha affascinato proprio con questo gesto. Tre anime di un viaggio sublime.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.