Chi si ricorda di Vasco Ronchi?

 

Quattro secoli fa, nell’anno del Signore 1612, Galileo Galilei scriveva una lettera indirizzata a Federico Cesi, suo amico e fondatore dell’Accademia dei Lincei. Lo scritto conteneva alcune considerazioni circa la teoria copernicana della rivoluzione dei pianeti introno al sole, ritenute inaccettabili dalla Chiesa cattolica. Sappiamo come andò a finire la storia. La condanna di Galileo ha pesato non soltanto nei rapporti tra la scienza e la fede, ma tra le istituzioni accademiche italiane in genere, non soltanto legate alla Chiesa, e la ricerca scientifica pura.

Se però l’opposizione della Chiesa aveva una spiegazione nella componente dogmatica che vi è nelle sue posizioni, nel caso del potere culturale accademico non ecclesiastico, queste motivazioni sembrano un po’ più oscure. Ed è lecito domandarsi, per provare a far luce su queste occulte trame, se non vi siano stati in Italia altri casi Galileo. Delle baronie universitarie, infatti, non si può dire la stessa cosa della Chiesa cattolica che se pure ha condannato Galileo, almeno non ha sciolto nell’acido la memoria della vittima.

Dunque, vi sono stati altri scienziati italiani di cui il potere accademico ha decretato la “damnatio memoriae”? La risposta è purtroppo affermativa: vi sono stati altri scienziati, che non è del tutto improprio accostare a Galileo, condannati dal sinedrio del potere culturale, sui quali pesa la congiura del silenzio. C’è qualcosa di marcio, evidentemente, nella cultura italiana.

I nomi sarebbero più di uno. Ma emblematico pare il caso di Vasco Ronchi, uno scienziato che nel Novecento ha concentrato la sua ricerca sulla fisica ottica e particolarmente sul fenomeno della visione. Col suo lavoro, Ronchi ha cercato di rispondere a uno degli interrogativi più affascinanti che possa porsi l’uomo: come succede che l’occhio umano vede la realtà e cosa rende l’uomo capace di guardare?

A pensarci bene, è lo stesso quesito da cui è partito Galileo Galilei che non ci vedeva molto bene e che a un certo punto si è domandato: cosa si può fare per vederci meglio? Un interrogativo che lo ha portato a costruire il primo cannone-occhiale: il cannocchiale. La risposta a questa domanda, in realtà, c’era: c’erano già gli occhiali, ma la scienza non accettava questo tipo di risposta perché – si osservava – le lenti deformano la realtà, dunque, la conoscenza non può fare affidamento su una realtà deformata. Poteva capitare perciò, fino ai tempi di Galileo, di incontrare qualcuno del volgo che andasse in giro con gli occhiali. Più difficilmente, invece, avremmo incontrato una persona colta con una “volgare” montatura agli occhi – temeva di passare per un credulone.

Galileo Galilei ha voluto spazzare via questo tipo di pregiudizi e ha elaborato un nuovo concetto di scienza che si basasse sull’osservazione della realtà piuttosto che su ragionamenti intorno alla realtà e scoprire le leggi oggettive della scienza.

Anche Vasco Ronchi ha voluto liberare l’uomo dalle false certezze derivate dalle credenze, per confrontarsi con il dato della realtà. Esaminando la realtà, Ronchi ha scoperto una cosa a dir poco sconcertante. Ha scoperto che se gli oggetti della realtà hanno effettivamente alcune caratteristiche – dimensione, peso, consistenza, movimento, ecc. – non ne hanno altre che solitamente gli uomini attribuiscono alla realtà. Ha scoperto che gli oggetti non hanno né luce né colore. È soltanto il cervello che attribuendo un determinato significato alle informazioni che riceve tramite gli occhi definisce i valori di luminosità, tinta e saturazione. Tutta la realtà, pertanto, non sarebbe che una massa grigia che si limita ad irradiare energia.

Lo spettacolo, ridotto in questi termini, non sembra molto edificante. Comprensibilmente. E la cosa ci potrebbe portare anche a guardare meno poeticamente a un prato fiorito o a un paesaggio primaverile. In realtà, l’effetto meraviglia è spostato dalla realtà esterna a quella interna della mente umana. Cosa avviene, dunque? Avviene che l’uomo è animato da una febbrile attività della sua mente, gioiosamente dedita a colorare la realtà come fosse un vero Caravaggio con la sua tavolozza di colori. La colorazione della realtà avverrebbe, così, esclusivamente all’interno della mente umana. Quello della visione, pertanto, da essere un fenomeno prevalentemente ottico, diventa un processo più propriamente neurologico.

L’ultima fase della visione è poi culturale. Valutando le informazioni immagazzinate nel cervello, l’uomo elabora un giudizio che lo porta a definire un disegno, in base al quale costruisce le immagini. È forse l’unico fenomeno fisico dove entrano in campo fattori psicologici capaci addirittura di influenzare le stesse leggi della natura. Perché evidentemente la mente umana tende a rappresentare la realtà secondo un’istanza estetica e non rigorosamente scientifica.

È questo è un bel guaio per la scienza che, soprattutto fino a qualche anno fa, non aveva gli strumenti culturali per formarsi l’idea di questa specie di photoshop. Infatti, in base alle informazioni che riceve e ad altri fattori, come la memoria e l’immaginazione, la mente riesce a valutare la natura e la frequenza delle onde elettromagnetiche percepite dall’occhio. Questo è un guaio per la scienza perché, per come Galileo Galilei ha impostato il metodo scientifico, nell’esperienza scientifica non vi è assolutamente posto per fattori come la memoria, l’immaginazione, il giudizio soggettivo. L’idea che il cervello umano ritocchi le immagini, esattamente come si fa con il photoshop è una cosa inaccettabile per la scienza. Non è ammissibile, infatti, pensare a uno scienziato che, dopo aver raccolto i dati scientifici, li manipoli con un “ritocchino” al pari del grafico di un giornale di gossip.

Ma anche se ciò sembra inaccettabile, questa è la pura verità. E anche gli scienziati ne sono consapevoli. Per esempio, tutti sanno che le immagini sono percepite dall’occhio in maniera capovolta ed è soltanto il cervello umano che le “raddrizza” per adeguarle a come sono nella realtà. Del resto, la verità stessa non è che il prodotto di questa operazione di adeguare l’intelletto alla realtà – è il concetto “adaeguatio rei et intellectum” formalizzato, già nel lontano XIII secolo, da Tommaso d’Aquino.

Tutto ciò ha fatto inceppare l’intero sapere scientifico. E sarebbe necessario – spiace per Galileo – ridefinire i concetti fondamentali di questo sapere. Un’operazione impossibile, almeno fino a quando qualcuno non avrà il coraggio di impostare i termini di una “scienza creativa” nella quale anche al giudizio, alla memoria, all’immaginazione e alle “immagini ritoccate al photoshop” sia riconosciuta una dignità scientifica. Fino a quando, cioè, qualcuno non avrà il coraggio di mettere in discussione il metodo galileiano. Certamente, non sarà facile.

Vasco Ronchi è oggi pressoché sconosciuto, particolarmente nella sua Italia. Nelle biblioteche non si trovano molti dei suoi libri, dei quali comunque soltanto uno ha avuto una certa diffusione: “Storia della luce”, edito da Laterza di Bari. Chi interroghi un motore di ricerca di internet per avere una qualche notizia su di lui, non troverà che pochi cenni, a parte due sue lettere indirizzate a Mario Jelpo di Avigliano, un paese nella provincia di Potenza e nelle quali scrive: «l’esperienza ormai di vecchia data ha dimostrato che le idee nuove soppiantano quelle antiche e superate non per via di ragionamento (o almeno, molto raramente per tale via), ma a forza di pugni nello stomaco. È questa una tecnica molto più efficace di quella della logica per costringere le persone addormentate nelle vecchie posizioni a svegliarsi e a riconoscere che vi è del nuovo, se qualcuno non esita ad adottare una serie di azioni, che potrebbero esser disastrose per lui se non fosse più che sicuro di essere dalla parte della ragione. E ciò è molto efficace».

Sempre nella corrispondenza epistolare con Jelpo, accenna a quello che considerava il suo più importante libro: «Le posso confidare che la stampa di questo volume con le due parti è stata rifiutata da sei editori, per quanto miei amici cordialissimi, e pronti a pubblicare qualunque altra mia opera… ma non questa. E anche il volumetto che lei conosce è stato pubblicato dal Centro Didattico di Roma, prima di tutto perché l’iniziativa è stata del Prof. D’Elia, che è veramente benemerito in materia; e poi perché nessun altro editore ne ha voluto sapere. Tutti hanno dovuto scusarsi del rifiuto, perché la pubblicazione di questo volumetto li avrebbe costretti a ritirare dal commercio tutti i loro testi di fisica. Bella ragione!»

 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>