Chi va a Roma perde la poltrona

 

La passione di Woody Allen per Fellini è cosa nota. Ma forse, proprio per questo avrebbe dovuto omaggiarlo con maggiore riguardo o magari astenersi, una volta verificato che le idee non erano troppo brillanti. Sta di fatto che “To Rome with love” sembra un cinepanettone. Con le dovute differenze, neanche troppe in verità, il film in Italia di Allen ha la struttura, le dinamiche, persino la sciattezza, a volte, dei nostri film natalizi.

Degli ultimi film “cartolina” del Maestro (indiscusso) newyorchese  questo a Roma è senza dubbio il peggiore e si candida ad esserlo dell’intera sua filmografia. In più c’è questo insostenibile andirivieni di volti italiani che fa sembrare il film, perlomeno a noi della penisola, una sorta di ufficio casting impazzito. Tra le tante apparizioni, che alcuni giornalisti si sono divertiti a cronometrare, la più imbarazzante è senza dubbio quella “lampo” di Giuliano Gemma. Per una volta però i nostri attori non hanno particolari responsabilità. Macchiette incolpevoli di una sceneggiatura che non offriva scampo.

Il film inizia con un vigile urbano che recita in inglese ma che poi viene doppiato in romanesco con un corto circuito del labiale non indifferente. Il vigile pasticcione introduce le 4 storie del film, delle quali neanche una si merita la sufficienza piena. L’episodio di Benigni, una sorta di apologo sul significato della celebrità e dei vantaggi che più o meno immeritatamente ne conseguono, ha pretese pirandelliane ma, per fortuna, Pirandello è morto e non ha potuto guardarlo. La vicenda degli innamorati di provincia che, giunti a Roma, perdono la loro verginità tra le braccia, lui di una prostituta, lei di un improponibile topo d’albergo, è una pallida (direi irriguardosa) citazione del film “Lo sceicco bianco” di Fellini. Un capolavoro scritto anche da Michelangelo Antonioni. L’episodio, interpretato dallo stesso Allen, sull’impresario di pompe funebri che diventa magicamente un grande tenore ma soltanto sotto la doccia, vuole essere una parabola sul luogo comune degli italiani, tutti melomani e canterini. La gag del concerto a teatro nella cabina della doccia è irresistibile ma è una trovata più adatta ad un rapido sketch televisivo che a un film. L’ultimo dei 4 racconti (ma è un ordine ovviamente arbitrario) è uno scialbo rifacimento del sublime “Provaci ancora Sam”. Allen, in questo caso cita se stesso e a se stesso soltanto rende un pessimo servizio. Alec Baldwin, nel ruolo di un architetto che ripercorre il proprio passato sentimentale a Roma, prende il posto che fu del fantasma di Humprey Bogart nel fortunato testo teatrale (e conseguente film). Ultima annotazione. Non ho nulla in contrario al “product placement” ma forse in questo film si è esagerato. A volte il set sembrava una salumeria.

La pellicola, piuttosto tediosa, termina con la banda che suona “Volare” sulle gradinate di Piazza di Spagna. Poi la camera si sposta e inquadra la finestra di un appartamento da 10 milioni di euro, dal quale si affaccia però un burino in canottiera. Sarà uno dei furbetti del quartierino?

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.