Cinecittà, la fabbrica dei sogni

Cinecittà – esterno, giorno – scena unica

Nel luogo simbolo del cinema italiano – e non solo – è mezzogiorno di un sabato di novembre, un capannello di curiosi è intento a seguire la spiegazione di una guida incaricata dalla direzione del luogo di accompagnare la gente attraverso i set a cielo aperto rimasti montati in questi gloriosi teatri di posa romani situati sulla Tuscolana, a futura memoria di un tempo che fu e che purtroppo ora è sempre meno, visto che la desolante fiction, al pari dell’altrettanto imbarazzante televisione italiana, ora, con una prospettiva sempre più freddamente digitale che analogica, lì, la fa da padrone.

Da questo gruppo di gente, rompendo le fila disciplinate di una platea attenta a seguire le direttive della Cicerone di turno, a un certo punto, si distacca per qualche istante una coppia di fidanzati, un ragazzo e una ragazza. Li attrae un numero, il 5, impresso gigante su uno degli edifici del complesso, visibile da uno scorcio ben aperto:

Ragazzo (visibilmente emozionato) – “Amore! Guarda! Quello è il teatro 5!”

Ragazza (altrettanto rapita dalla visione) – “Oddio, che bello! Da dove fanno Buona domenica!”

Il ragazzo, vagamente deluso, rimane in silenzio e, con disciplina, torna a recuperare il posto perduto nel capannello che, nel frattempo, si è spostato oltre. Dietro di loro, a cercare di strappare una foto ricordo, c’ero io al momento del misunderstanding tra i due e avrei voluto tanto dire qualcosa, spiegare all’ingenua ragazza che quel teatro, quel 5, è stato il leit-motiv, e chissà se non proprio il numero fortunato di tanti registi che tra quelle quattro mura hanno girato intere pellicole, o le parti più suggestive delle loro pellicole. Uno su tutti? Federico Fellini. IL cinema italiano. Persino Fiorello, che da da tre lunedì da lì va in onda col suo show di Rai 1, nella prima puntata, lo ha omaggiato immaginando la sciarpa rossa del regista riminese svolazzare sopra il pubblico.

Ma sono rimasto in silenzio, preferendo continuare a vivere quella emozione che oggi rivive grazie ad una mostra che da aprile, e fino a fine novembre, sarà visitabile: “Cinecittà si mostra”, appunto.

Un omaggio doveroso al cinema italiano ma non soltanto, e al luogo che serba i suoi segreti lunghi decenni, un percorso strutturato tra esposizione in senso stretto, con memorabilia di rilievo, e set a aperti visitabili, quelli di “Gangs of New York” di Martin Scorsese, ancora in piedi perché riutilizzato e reinventato a seconda delle esigenze, e gli scorci imponenti ricostruiti per “Rome”, la fiction sull’Impero andata in onda anche su Rai2.

Incontrata la guida all’ingresso, dove si radunano a scaglioni i visitatori, è lei a guidare il gruppo nella prima parte del percorso, quella delle scenografie, e a concedere qualche minuto per scattare foto e ammirare la dovizia di particolari utilizzata dai progettisti e tradotta in fattura concreta dalle maestranze specializzate della settima arte.

Per fortuna, colpiscono al punto tale da far passare in secondo piano il fatto che sui teatri che si incontrano via via le produzioni in corso, eccetto per un film girato proprio negli stessi luoghi di Scorsese, sono tutte televisive, “Distretto di Polizia” in pole position.

Dopo la sortita tra la fine dell’Ottocento americano e l’era imperiale, arrivano le emozioni vere, almeno per chi è cresciuto a pane e celluloide tricolore. La guida rompe le fila, il percorso espositivo diventa obbligato e si passa all’interno dell’edificio centrale di Cinecittà. Un corridoio illuminato da pareti e pavimenti di ledwall ricoperti in plexiglas su cui scorrono sequenze emblematiche del cinema italiano dal dopoguerra a oggi, alternate a immagini degli archivi dell’Istituto Luce e di backstage, apre le porte in varie stanze dove sono esposti cimeli fotografici (come un’istantanea di Scola sul set di “Splendor”; bozzetti e storyboard, come quello della Venusia del “Casanova” di Fellini che campeggia, reale, all’ingresso di Cinecittà), attrezzature di scena e di ripresa che servono a ricostruire, di stanza in stanza, il processo di realizzazione di un film e, infine, i costumi, quelli veri, indossati da miti come Anita Ekberg ne “La dolce vita” o da Dirk Bogarde ne “Il portiere di notte”.

Chissà cosa avranno pensato i due del teatro 5, a quale star mediocre della tv o della fiction avranno immaginato indosso quegli abiti. Certo, va considerato che il cinema è l’immaginazione per eccellenza ma, appunto, per immaginarlo oltre bisogna conoscerlo.

Abbandonato il nucleo centrale della mostra e superato lo spazio a vetri in cui sono esposti reperti di “peplum” e film storici vari, l’ultimo luogo è quello dove si sublima l’omaggio al “cantore” di Cinecittà – lui – Federico Fellini.

C’è chi, distratto, osserva per qualche secondo le sequenze che scorrono sul grande schermo di una piccola sala di proiezione in stile vintage: Fellini racconta il suo rapporto coi teatri di posa, si susseguono sequenze di sue pellicole, le testimonianze dei suoi feticci. Non sono il solo a volermele godere, resto in piedi a seguire mentre altri si siedono addirittura. La coppia del Teatro 5 non la scorgo più, chissà, forse ha già raggiunto la stazione metro Tuscolana.

Io e gli altri spettatori, in quella stanza, sembriamo come i fedeli in piazza San Pietro la domenica al momento dell’Angelus: il nostro Papa si chiama Federico e non ha numeri ordinali che lo caratterizzano perché è unico; la nostra bibbia, invece, è la sceneggiatura de “La città delle donne” conservata nella teca nella stanza accanto, l’ultima dell’esposizione, insieme ad altri cimeli felliniani.

Il nostro credo si chiama cinema, la nostra preghiera è la capacità di sognare e Cinecittà – da molti – è stata ribattezzata “la fabbrica dei sogni” – non quella di Mediaset (con tutto il rispetto per le iniziative benefiche, soprattutto rivolte ai bambini) – ma quella vera.

Il luogo di culto, per chi fosse interessato, avrebbe dovuto chiudere al pubblico oggi, 30 novembre, ma per il successo dell’iniziativa resterà aperto fino al 31 marzo 2012.

Chissà quanti potranno provare a girare lo stesso mio piano sequenza in soggettiva. I miei occhi sono rimasti ben aperti, senza staccare mai, perché a Cinecittà si può sognare ad occhi aperti.

Cinecittà si mostra, sul web: www.cinecittasimostra.it

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.