CINEFILIA


Sotto la sonnacchiosa provincia americana color pastello ribolle un alveare di follia, localizzato nell’essiccato e sudaticcio Texas, lì dove nessuno può sentirti urlare. Lo sa bene il barbuto Tobe Hooper, giovane cinéphile con la settima arte che scorre nelle vene, che, lontano dai suoi coetanei impegnati a colonizzare la Hollywood dorata, sceglie di ambientare un’opera di feroce impronta realista nel profondo Sud americano, quello tanto familiare ai racconti di Cormac McCarthy e abitato da abominevoli individui con il raziocinio azzerato. Hooper sa anche quanto lontana e ingenua sia l’idea di un orrore che si identifichi con le invasioni aliene e i blob ritardati che fino ad allora avevano popolato drive-in e salotti medi: la nuova configurazione culturale che gli Stati Uniti attraversano ha assorbito le immagini traumatiche di un decennio macchiato di sangue, dalla Dallas del ’63 al Vietnam, fino al deposito morti di casa Gein. Rendere concreto il Male significa per il coraggioso cineasta di Austin trapiantarlo nella comunità rurale, rendere conturbante il familiare e inquietante il quotidiano, dove tutto è morto o sta per morire. Una scelta che si riflette anche sulla narrazione, rapsodica, cronachistica, contigua alla ricostruzione documentaria che amplifica l’autenticità ma al contempo non disdegna stordenti virate dal retrogusto splendidamente lynchiano (si veda il monologo del vecchio nella sequenza del cimitero). Non è un caso dunque, se proprio alla radio, mezzo di informazione e diffusione, è affidato il compito di ricostruire un contesto prevaricatorio, depravato e violento (un approccio analogo è stato adottato da Andrew Dominik nel suo Killing Them Softly). Una riflessione che si fa tattile attraverso la forma, iraconda, grezza e irregolare. Nei fotogrammi sgranati e nell’isteria della macchina da presa, testimone di un’atmosfera mortifera e maleodorante. Nonostante la sua fama di Horror archetipico, The Texas Chain Saw Massacre è l’istantanea non troppo immaginata di un intero Paese moralmente sbalestrato il cui way of life è imploso nel caos e nell’irrazionale. Ne sono sintesi perfetta le ultime immagini del film, con il terribile Leatherface che, munito di motosega, in preda alla rabbia e nell’ovattato nulla che lo circonda, ingaggia un macabro e insensato balletto. Un finale di inusitato pessimismo e rara efficacia. Hooper ne realizzerà una seconda parte nell’ ’86, da rivalutare.

Author

<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>