Cold Fish

 

 

Tutto questo è basato su una storia vera”, recitano i lapidari macrocaratteri dell’incipit, scandito dalle martellanti percussioni. Un’immagine: quella della famiglia Shamoto riunita per cena (padre, madre, figlia). Mangiano distrattamente e senza voglia, con cadenza meccanica. Nessuno dei tre parla o si parla, amplificando il senso di disagio e incomunicabilità che infetta l’atmosfera. Didascalia: negozio di pesci tropicali Shamoto.

Sion Sono, il ragazzo ribelle del cinema giapponese, poeta convertito all’immagine in movimento, trova nella cronaca nera lo stimolo e il fermento creativo per dire la sua sulla società nipponica, putrefatta e repellente sin nelle viscere, sopraffatta dalle tante metastasi che al suo interno, progressivamente, si sviluppano. Lo fa con coraggio da crociato, mitragliando con la sua macchina da presa famiglia e religione, (pericolanti) istituzioni su cui qualsiasi civiltà occidentalizzata ed economicamente sviluppata si fonda e si regge. Il mite e smidollato Shamoto, quasi fosse scritto, incontra per sciagurato caso Murata e consorte, incarnazioni del Male incontaminato e commercianti di pesci tropicali, restandone irrimediabilmente circuito e diventando involontariamente complice delle loro parossistiche mattanze (vittime i creditori di Murata stesso), tra corpi smembrati e ossa carbonizzate. Come i pesci (freddi) del titolo, carnivori divoratori della stessa specie, i disgustosi protagonisti, masticano e ingurgitano gli esemplari più sommessi e difettati, gli anelli deboli della catena, secondo un’implacabile e rigida gerarchia della forza proiettata verso una discesa autodistruttiva. Kammerspiel isterico e nichilista, di inusitato e impietoso pessimismo che saltella con noncuranza tra il dramma, l’horror e il grottesco, Cold Fish siede a tavola con i Coen, Verhoeven, Fassbinder, Haneke e Ferreri, oscuri aedi dell’anormalità in terra borghese, formicaio di morte e sopraffazione. Né speranza, né redenzione e tantomeno espiazione in Cold Fish, dove anche la prole, illusoria proiezione di un’auspicabile palingenesi morale, è infettata dall’irreversibile virus della follia, ormai fattore ereditario su ampia scala. In completo accordo con quanto narrato, Sono silura nello sciacquone decenni di Ozu e Mizoguchi, di minimalismi e inquadrature fisse, e dipinge con camera a mano e colori devitalizzati, come lo Shohei Imamura più moderno e polemico, un affresco che si edifica sul sangue rappreso delle sue vittime. Un capolavoro di monumentale e irripetibile crudeltà.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.