Con tanta benzina in vena

Driver guida. Fa soltanto quello. Nient’altro.

Di giorno lavora come stuntman nelle produzioni hollywoodiane, di notte si presta come autista per i rapinatori. I malviventi portano a segno il colpo, lui li attende nella sua dimora/automobile pronto a sfrecciare lungo le highway californiane. Driver è il migliore sul campo, parla poco e segue un rigoroso codice comportamentale che assume durante il suo secondo lavoro, fatto apposta per non farlo finire in gabbia. Meno sa meglio è. “Dammi ora e luogo e io ti do 5 minuti. Qualunque cosa accada in quei cinque minuti io sono con te ma ti avverto, qualunque cosa accada un minuto dopo sei da solo.” Questo il “mantra” ripetuto dal senza nome protagonista del film a coloro che lo ingaggiano. La sua schematica esistenza verrà scombussolata dopo l’incontro con Irene e suo marito Standard, ex detenuto messo alle strette e costretto da “alcuni tipi” a portare a segno un colpo.
Dimostrandosi subito per quel che è, Drive non fa sconti e ci proietta sin dall’incipit nell’angusto abitacolo di un’automobile lanciata verso la notte di una Los Angeles geometrica e iperrealista. Partendo dal brillante romanzo omonimo di James Sallis (edito in Italia da Giano, ndr), Nicolas Winding Refn, cineasta ossessionato dalla violenza come forma d’arte e dall’arte come atto violento, rifà il cinema noir, lo contestualizza nel denso magma  d’asfalto di Los Angeles, ne rivisita i cliché elevandoli ai toni dell’epica, omaggia esplicitamente i maestri che hanno fatto grande il genere ritualizzandone ed essiccandone i contenuti senza perdere per strada i pezzi della sua poetica incontrollabile e malata, dove schizzi di materia ematica e porzioni di cranio spappolato ne ribadiscono la natura fortemente disturbata e a tratti infantile. Il tutto è concentrato nello sguardo parzialmente distaccato di un Ryan Gosling in stato di grazia, sospeso tra l’estetica di Alain Delon e il fascino di Clint Eastwood, dai quali riprende gesti e pulsioni celate. Il portentoso regista danese punta tutto sulla (doppia)natura del protagonista, diurna e notturna, ovattata e inquietante, portatrice di un caos calmo destinato al cortocircuito: “E’ così perché noi scandinavi siamo da sempre un po’ repressi, educati in apparenza e incazzati senza farlo notare. Io l’ho evitato perché sono vissuto a New York facendo ciò che mi pareva, esattamente l’opposto della cultura scandinava”. Magistralmente fotografato da Newton Thomas Sigel, Drive sorprende e insieme incanta, alterna la poesia delle immagini (ralenti ed eleganti carrellate) a improvvise stilettate di violenza stilizzata, capaci di penetrare sottopelle e infettare la percezione dello spettatore abilmente manipolata dalla mano registica sicura e decisa di Refn, coadiuvato dalla straordinaria partitura sonora composta da Cliff Martinez e dai brani “Oh My Love” e “A Real Hero”, rispettivamente di Riz Ortolani e dei College, vere e proprie elegie malinconiche pregne di un romanticismo dark di cui Driver si fa portatore.
Giustamente premiato al Festival di Cannes, Drive si consegna alla Storia con il merito di raccontare con rinnovato sentimento e candida innocenza un genere abusato, visto e sentito decine di volte e che si pensava avesse detto tutto quello che aveva da dire. Per fortuna ci sbagliavamo.
Si spengono le luci in sala. Vediamo sullo schermo un guerriero silenzioso attraversare a bordo di una Chevy Malibu la giungla d’asfalto losangelina. E’ Driver, nuovo Samouraï il cui destino non è stato (ancora) scritto.
Capolavoro.

Nella sezione multimedia il trailer e alcuni immagini del film

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.