Cortoracconti: Il peso di uno starnuto

 

Con “Il peso di uno stranuto” F052 inaugura una nuova rubrica dedicata al racconto breve, genere letterario che ha avuto in Checov forse il suo massimo esponente. Invitiamo i nostri lettori a proporci le loro storie.

Fulvio Wetzl è un regista, attore, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano.

 

IL PESO DI UNO STARNUTO di Fulvio Wetzl

Mario aprì gli occhi. Le ciglia si scollarono impercettibilmente con lentezza. Gli succedeva sempre quando la sera prima era stato indulgente con se stesso, bevendo un secondo bicchierino di grappa. Era giorno fatto, e non era una giornata limpida. La finestrina sopra di lui, ricavata nella pendenza del tetto a tronchi, opportunamente trattati con il mordente, era un rettangolo bianco lattiginoso, orlato come un oblò dalla condensa nei doppi vetri. Non poteva darsi slancio, se non lateralmente, perché il soffitto spiovente era troppo basso. Doveva quindi combinare due movimenti, uno verso l’alto, l’altro buttando i piedi fuori dal materasso di lato. Ma innanzitutto doveva avere lo stimolo interiore per farlo, la molla per iniziare anche questa giornata. E stamattina questa voglia era un po’ stagnante dentro di sé, come il rigurgito che sentiva affiorare in gola, anche questo frutto di quel bicchierino in più. Spring, pensò, immaginando la molla che avrebbe dovuto catapultarlo, come ogni giorno, fuori da quel cunicolo scaleno che si ostinava a chiamare camera da letto, e rifletté che la parola onomatopeica per definire molla valeva anche per primavera, e fu questa coincidenza che lo fece sbucare come un croco dalle coltri, spostando con gesto ampio e circolare coperta e lenzuolo. La molla non metaforica dentro il materasso si compresse sotto il peso del tallone, rimandando il suono che aveva generato il nome. Mario ondeggiò carponi, stando attento a non imprimere sul grande tronco secolare che reggeva il tetto, la testata che puntualmente tutti i giorni stampava, fino ad aver creato un avvallamento sul legno, come le tracce delle ruote dei carri sul basolato nelle strade di Pompei. E un corrispondente avvallamento sul suo cranio. Ma forse era un residuo mai saldato di fontanella, ed il tronco era sempre stato così, irregolare, non squadrato: era il suo bello, il suo essere organico. Entrò in bagno, fece pipì a fatica, si guardò di sfuggita allo specchio, senza occhiali si vedeva gelatinoso come una medusa, spostò con l’alluce la bilancia di precisione da sotto il lavandino al centro del pavimento del bagno, diede un tocco sul piano per accenderla, precisa fino al milligrammo, neanche fosse una pesa pietanze, e salì. 78, 067500, lampeggiava il display davanti  ai suoi piedi, Mario fece un grugnito di moderata soddisfazione, cercando ora di mettere a fuoco la sua espressione nello specchio. Si pesava tutte le mattine, in un rituale tra il dietetico e lo scaramantico, e la bisboccia della sera precedente non aveva molto inciso sul peso. Aveva invece inciso su quel che sentiva nella gola, salire, scendere, ancorarsi di lato lungo la trachea, non voler sgorgare in uno sputo liberatorio. Pensò al salatino di Bush jr, pronto a soffocarlo là per là, pensò alle mucose rigonfie delle trachee negli choc anafilattici, e come è facile rimanerci secco, perché non riesci a sputare o deglutire e quel che senti dentro si incolla vischioso, fino a chiudere ogni passaggio. Venne in soccorso uno starnuto definitivo, di quelli che ti spaccano i capillari del naso e della gola, non necessariamente con l’emissione di alcunché. Mario si riebbe e, ondeggiando di nuovo, risalì distrattamente sul piatto della bilancia: 77, 81 più una serie di altri centesimali ininfluenti, recitava pulsando il display. “25 grammi e rotti”- borbottò Mario, che guardava sempre i numeri della bilancia come un mandala, fino a stamparli in negativo nella retina, e aveva notato il decremento. “Il peso di uno starnuto” – disse con voce ora più chiara ammiccando a se stesso, a cinque centimetri dallo specchio. “Pesa più uno starnuto che l’anima, quattro grammi in più…” – continuò a giocare a voce alta, ricordando un film che si poneva la questione. “Ho vomitato l’anima, si dice infatti…” – ghignò – “Io ho starnutito l’anima, stamattina, e forse anche un po’ di muco… quattro grammi all’incirca”.

Mario 2 scese lo scalone che portava nella hall dell’albergo, dove risiedeva quando gli impegni di lavoro lo trattenevano in città, cioè, da quando aveva assunto l’incarico un anno  prima, sempre e continuativamente, con la sua camminata dritta e le punte delle scarpe leggermente tendenti verso l’interno. Un passo lento e gattonato, le spalle ricurve avvolte dal gessato blu, il sorriso statico da museo delle cere. Preferiva le scale, avevano un che di ufficiale e hollywoodiano che non guastava, e le quattro guardie del corpo lo circondavano sui vertici delle diagonali di un rettangolo informale intorno a lui, e lo precedevano e seguivano, con precisione e per quanto possibile con discrezione, lungo qualsiasi percorso o digressione egli volesse. Ma Mario 2 non ne approfittava mai, non aveva bisogno come certi Presidenti di immergersi nella folla. Era una mattina importante, una relazione programmatica nella Tower che i mercati aspettavano in fibrillazione da giorni. E dalla fissità dello sguardo e del sorriso, la carta vincente di Mario 2, non lo sguardo, non il sorriso ma la fissità, si capiva che il Governatore aveva ben chiari tutti i passaggi di un discorso che questa volta avrebbe condotto a braccio, senza inutili foglietti di promemoria, chiaro sintomo, per gli interlocutori, di insicurezza e di indecisione. L’unico vantaggio degli appunti è che guardi basso, non sei costretto ad alzar lo sguardo alla platea, gli occhi tradiscono, e in quest’ambito c’è sempre qualcuno pronto a carpirti. Scacciò il velo di preoccupazione muovendo la testa in diniego e guardò fuori la città resa anodina dai bombardamenti prima, poi dalla ricostruzione che ne seguì. La potente auto tedesca che lo stava portando alla Tower percorreva la Straße,silenziosa e ovattata e Mario 2 vide a specchio la fissità imbambolare anche i passanti fermi, schierati ai semafori e sotto le pensiline degli autobus, inconsapevoli dell’importanza di quell’uomo dietro il vetro per ciascuno di loro, e per il loro destino presente e futuro. In un minuto erano tutti, Mario 2 e le quattro guardie del corpo, nell’altrettanto silenzioso e ovattato ascensore che li portava alla buvette, digressione concordata, dove il Governatore avrebbe consumato la colazione con i quattro bodyguard.

Mario stava leggendo come forse faceva tutte le mattine, in attesa del caffè, gli ingredienti sulla bustina di dolcificante, alla ricerca dell’aspartame, perennemente messo sotto inchiesta come se fosse il fantomatico antrace. Ma quella mattina indugiò sul peso, 0,8 grammi, recitava il bugiardino, non vendibile singolarmente, – “Ce ne vorrebbero tre di bustine, per il mio starnuto”- calcolò a mente. Sneeze, replicò il suo naso, meno sonoramente. Ed era già sul marciapiede, il caffè non l’aveva dolcificato ma zuccherato, verso il portone austero, il portiere distratto, sempre intento a smistare qualcosa, che lo vedeva con un colpo d’occhio, impercettibile come quello degli orchestrali al direttore, le scale preferite all’ascensore nel gabbiotto. E già davanti al computer, desktop mai spento come la macchina del caffè al bar, in mezzo ad una fila di ragazzotti, perennemente in movimento su sedie a 5 rotelle, con 4 si ribaltano, per governare più di un monitor, poche donne, una sola buona per un rapporto fugace, già provata.

Mario 2 si schiarì la voce, un fastidio leggero punteggiava irto la trachea, come il pavé sotto le ruote di un ciclista, fece anche un movimento con le spalle quasi a scrollarsene, poi si stabilizzò nel suo sorriso, urticante lo consideravano gli avversari, perché era buono per qualsiasi cosa decidesse, quindi non trapelava nulla, come la fissità, ammantava e fuorviava. La voce vagamente tenorile senza incertezze cominciò ad uscire, anzi ad essere emessa, e la platea, irta di taccuini e iPad schierati, cercava di evitare, con inarcamenti di spalle e scrollamenti di testa, di farsi ottundere dal suono, una melopea ipnotica, che come altre volte nascondeva il senso, rendeva ostica l’interpretazione.

Anche Mario si inarcò nelle spalle, guardava l’intervento in streaming nel riquadro sul computer, e vedeva in contemporanea i diagrammi mutare vorticosamente, mai assestarsi, ad ogni parola, ogni pausa del Governatore. Digitava all’impazzata i suoi ordinativi, le sue vendite, spaziava con abilità consumata su tutti i listini, punteggiava con “ooh” e “ah”, ogni suo successo o perdita. Gli uscì anche un Snort! di disappunto, onomatopeico. I suoi compagni facevano altrettanto, come una dozzina di tuffatori sincronizzati. La già provata, all’estremità opposta del suo desk, gli lanciò uno sguardo ammiccante, era eccitante vedere crescere e calare ogni secondo l’indice sotto le dita, un precario senso di onnipotenza, il turbinio di cifre accavallarsi; ere il bello di quel videogame. Lui, imbambolato per un nanosecondo, le restituì lo sguardo.

Ecco Mario 2 procedere inesorabile, anche se sentiva la sua voce mutare, divenire qualcosa di diverso, comunque scandita e inequivocabile, il suo naso arricciarsi e fibrillare. Imboccò la frase che tutti aspettavano come entrando bruscamente in autostrada: “Nelle prossime settimane, la Banca Centrale nel suo mandato e nella sua indipendenza…” Sneeze!!! ….Un sonoro starnuto, una bordata di vento gelido che ti sposta di corsia appena fuori dal tunnel, troncò la frase del Governatore.

I ragazzotti, Mario compreso, di scatto alzarono gli occhi allo streaming, mascelle socchiuse in statue di sale per dieci lunghi secondi, poi furiosamente all’unisono ricominciarono a digitare, a vendere a vortice, per salvare il salvabile, con una frenesia da free jazz.

Come braccato dal ticchettio di milioni di tastiere, Mario 2 riprese la frase, ma la voce gli uscì afona, rocciosa, se n’era andata nello sneeze, polverizzata in goccioline. “…potrebbe fare interventi diretti sui mercati” – ricominciò con un condizionale, paradiso dell’incertezza, e la sua frase si frantumò come la scia incendiata del Challenger. La ricaduta a terra fu devastante, miscela esplosiva di afonia e indecisione.

Penetrò come i frammenti di un razzo esploso, giù giù fino all’abisso profondo. “Alla faccia dello starnuto!” – esclamò Mario. “Uno tsunami” – gli fece sponda lo Zuckerberg al suo fianco – “6 per cento in 6 minuti!”.  “Spread!!”- echeggiò lo stropicciato alla sua destra, spalancando le mani a scatto, come una marionetta inquietante. “80 punti in 8 minuti!”- urlò la già provata dal fondo.  “90 miliardi persi in 9 minuti…”- gridò un altro ancora più forte. “Il valore dell’intera Fiat in fumo! Zac! C’era… ora non c’è più!”.  Un’euforia immotivata, elettrizzata, s’era impadronita di tutti, come surfisti sul Pacifico contro onde abnormi, un’incoscienza assoluta come se non stessero precipitando tutt’insieme. “Com’è possibile che uno starnuto…?”- Mario si interrogò a mezza voce sospendendo la frase. “Sai quanto è grande una valanga da piccola? – disse beffardo lo stropicciato – “Non più grande di un chicco di grano!”. “Sai quanto pesa uno starnuto?” – replicò Mario – “25 grammi, stamattina l’ho pesato”. Il ragazzotto scosse la testa: “Ci sono starnuti e starnuti… Il tuo pesa 25 grammi…”. “…Questo pesa 90 miliardi”- concluse Mario, giocando d’anticipo.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.