Criticanarchia

 

Quando ho deciso di leggere il saggio di Baricco su musica colta e musica moderna ero convinta che me ne sarei appassionata, accattivata dalla scelta di un titolo tanto promettente. Invece facevo presto ad accorgermi quanto fosse antipatica la propensione alla saggistica del fondatore della Scuola Holden: con il titolo L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin era già finito l’atto di massima creazione ed il resto, una riflessione divisa in quattro capitoletti, resta un atto puro di vanità, con una chiara mancanza di piacere di conversare con il lettore. Baricco dimostra sicuramente consapevolezza nel dire ad alta voce quante ne sa e che ha voglia di prendersi lo spazio di gloria che si merita. La forma di egocentrismo presente nel suo saggio è uno dei fattori di maggior interesse, perché ti spinge a credere che presto ti verrà dimostrato un grande stimolo mentale, aumentando perciò aspettative e attesa: arma a doppio taglio, però, ché se usata con scarsa abilità, diventa motivo per chiedere all’autore tutto il tempo: “dimostrami ciò che stai dicendo”. Anticipo la risposta: Baricco non si schioda, non dimostra qualcosa. Evidentemente non si aspetta di avere un pubblico attento a cui deve dare ciò che promette.

L’idea di musica colta. Con il primo saggio Baricco mantiene un atteggiamento estremamente critico. Ribalta la concezione classico-romantica di “musica colta” ma quando tenta di spiegarne differenze e similitudini con la “musica moderna”, c’è un vuoto. Questo vuoto viene riempito con altrettanto pregiudizievole etichetta mento socio-culturale , andando oltre l’analisi storica e mirando alla giustificazione borghese delle due espressioni linguistiche, come per delimitare due aree di azione.

Lo stile inoltre lascia a desiderare. Dall’autore di Castelli di rabbiaci si aspetterebbe qualcosa di meno alienato , ma appassionato sia nei toni che nelle provocazioni, che mancano anch’esse di contenuto vivo, tralasciato del tutto. Insomma, l’impressione è che Baricco sostituisca un pregiudizio con un altro pregiudizio .

“C’è qualcuno che saprebbe davvero spiegare perché mai un giovane che preferisce Chopinagli U2dovrebbe essere motivo di consolazione per la società? E si è davvero sicuri che, a voler stare là dove il presente accade, il posto giusto sia un Auditorium e non una sala cinematografica o una strada?”

Poi inizia un discorso che torna anche verso la fine della trattazione, argomento dedicato ai giovani. In due punti ,che forse intendono passare inosservati, Baricco chiama l’ascoltatore di musica colta “consumatore”, con tutte le annesse, ma sottointese, considerazioni di merito a riguardo; credo consideri soltanto una forma di “movimento”, se così si può dire e cioè quella all’indietro, teso è a tornare proprio sul passato, quando invece spesso nei casi di ascoltatori consapevoli soprattutto, c’è uno sguardo verso la storia come riferimento evolutivo, ma non c’è negazione del presente. E questo Baricco non lo dice, lasciando così aperta, quasi strappata anzi, la possibilità dell’innovazione musicale, del suo linguaggio e dei sui canali di diffusione. Insomma, cosa sta accadendo? Che viene iniziata una trattazione semi-teoretica del discorso, ma appena fissati i paletti per la critica, appena intuita la filosofia alla base. Si, esatto, come ho appena fatto:  per rendere quello che accade mentre si legge la mala citata teoria Hegeliana. L’aspettativa diventa snervante ogni volta che la spiegazione si interrompe.

Seguono, a questo punto, tre argomentazioni maggiormente apprezzabili.

L’interpretazione.  L’elemento “interpretazione” che viene considerata è ripresa, con poca originalità, dalla teoria estetica di Adorno, giustificata dalla passaggio per cui “le opere d’arte, e completamente quelle di suprema dignità, attendono la loro interpretazione. Se in esse non ci fossero e basta, la linea di demarcazione dell’arte sarebbe cancellata”.

L’interpretazione viene trattata con meno demagogia e più attenzione per l’aspetto pragmatico. Si legge di Prassi, infatti. Esistono cioè un supposto logico, un’analisi e una fenomenologia precisa che suggerirebbero, per conto della musica colta, un metodo d’ascolto e di composizione.

Esiste una virtù intrinseca ad ogni prodotto musicale che non è legata all’intenzionalità particolare di essere interpretato, tale da renderlo qualcosa di più che un prodotto di consumo. L’analisi infatti scatta grazie ad un “istinto all’interpretazione”, una prassi collettiva che permette all’opera di essere riprodotta a posteriori attraverso la riflessione critica e la sua ri-creazione. Baricco osserva poi un passaggio psicologico in questa fase, più propriamente fenomenologica: da una coscienza soggettiva del prodotto musicale si arriva alla coscienza oggettiva della sua creazione (intesa non solo come visione comune dell’oggetto musicale, ma anche dei contenuti e degli stili rispetto alla psicologia junghiana che riguarda la coscienza collettiva). Si conclude con la constatazione di un mistero intrinseco alle opere d’arte, per le quali la fattuale esperienza diventa una trascendenza vera e propria. Anche qui, sul più bello, non otteniamo maggiori informazioni sul metodo analitico.

La Nuova Musica. L’ascolto è assoggettato ad alcuni passaggi, che servono ad individuare il grado di apertura di un’opera d’arte ad un dialogo con l’interpretazione. Si riflette su come interpretare musica significhi tramandarla (in particolare, il gesto univoco dell’interpretazione in questo caso viene notata come l’unica esperienza artistica che presenti quest’anomalia) e che fanno parte della sua prassi non soltanto la storia e la memoria, ma anche i luoghi, i modi e le motivazioni dell’ascoltatore, che rendono la prassi esecutiva nel contesto sociale.

Da questo momento in poi non nego a Baricco maggiore apprezzamento, perché si è deciso in qualche modo di affrontare il nodo teoretico della musica atonale, che segna il passaggio della critica tra musica colta e musica moderna.Essa nasce con Beethoven e la sua grammatica e la sua sintassi raggiungono una complessità che sfida le capacità ricettive di un “normale” pubblico. “Di fronte ad un ascolto gastronomico e privo di mediazioni anche i più degni capolavori della tradizione musicale colta tornano ad essere ciò che erano in origine: brillanti meccanismi di seduzione, se non addirittura prodotti di consumo puri e semplici” sostiene l’autore quando finalmente giunge alla conclusione: sarà che la musica colta che, procedendo invece nel senso opposto indicato da Baricco, sì è negata al piacere del moderno ascolto ed è diventata una vera e propria truffa intellettuale? Con la Nuova Musica,infatti, la musica diventa seriale, dodecafonica, atonale. Questo perché intanto è accaduta una rivoluzione e “negli occhi si ha il cinema” e la musica smette di dettare le immagini, ma ne diventa sottofondo. L’estetica novecentesca, infatti, influisce sulla pratica di tramandare linguaggio e segni della musica, cambiandone i contenuti, o per lo meno, la percezione.

La spettacolarità. La reale alternativa alla Nuova Musica è stata la reinvenzione del suo linguaggio. Mahler e Puccini riescono a rendere pratica quell’ambizione di coniugare la forma grammaticale e sintattica della musica con l’aspettativa della modernità: l’opera, nella nuova ottica, deve essere una storia (ecco cosa significa che negli occhi abbiamo in cinema e non sappiamo più ascoltare la musica), trasformandosi da opera originale ad opera oggettiva. Secondo Baricco, essi sanno viverla e resisterle contemporaneamente, anzi sembrerebbe che l’unico modo di resisterle è viverla. Anche se questo passaggio sembra l’ennesima polemica poco concretizzata con argomenti, lasciando ulteriori dubbi. Il lirismo di Puccini e la creatività di Mahler sembrano non solo aperte concessioni alla spettacolarità  e alla sua forma più moderna, quindi al cinema, ma addirittura sembrano anticiparlo, preparandosi ad essere brani “usati” per la costruzione cinematografica. Puccini e Mahler “sentono” la modernità e la vincono giocando d’anticipo.

Eppure leggendo questa conclusione, di amaro in bocca ne resta un bel po’, considerando che è la proposta che ci viene fatta. Comunque, tutto il suo discorso non considera variabili tecniche ma relega solo ad un ennesimo preconcetto culturale la differenza tra musica classica e moderna, come se tra l’altro non ci fosse già.

L’intenzione era smontare la concezione di musica colta, ma dal mio punto di vista l’arringa a difesa della Modernità è una farsa, perché è bastato giocare sui significati di due o tre espressioni linguistiche per portare il lettore, con mano, al finto paradosso. A discapito di quello che la musica oggi vive realmente.

Ormai è tardi per dire di non comprarlo.Ma se proprio dovete leggerlo, evitate di farvi condizionare anche dai miei stessi giudizi in merito. Non c’è niente di più antipatico di un lettore che si fa infinocchiare come fosse una questione di principio.

Rosanna Perrone 

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