Dardano Sacchetti e il cinema: quattro chiacchiere tra ieri e oggi

 

In quarant’anni di carriera da sceneggiatore ha lavorato con i maestri dell’horror italiano, da Mario Bava a Dario Argento, passando per Lucio Fulci e Umberto Lenzi; ha contribuito a far affermare e consolidare il filone del “poliziottesco” oggi riscoperto ed ipercitato; come se non bastasse, infine, è il creatore dei “caratteri” che hanno fatto la fortuna al cinema di Tomas Milian. Dardano Sacchetti, insomma, è uno dei maggiori rappresentanti del cinema di genere italiano, quello degli anni ’70, riverberatosi con minore fortuna negli anni ’80, vivacemente attaccato dalla critica del tempo ed oggi risorto col mercato dell’home video digitale, dopo lo sdoganamento definitivo di Quentin Tarantino che, se da un lato ha reso giustizia agli autori dell’epoca, dall’altro ha fatto man bassa in pellicole semi-dimenticate e non sempre citando la fonte.

Oggi, a 67 anni, il mitico Dardano Sacchetti è ancora iperattivo, al cinema ma anche in televisione, sempre carico di entusiasmo e dotato di uno spirito critico e di una lucida e tagliente ironia che lo rendono inimitabile. E per un inguaribile cinefilo del genere come il sottoscritto, chiedere e ottenere la disponibilità del “vate” Sacchetti ad un’intervista per F052 è stata l’occasione d’oro per parlare dello sceneggiatore e del passato ma non solo; è stato bello anche poter commentare il cinema di oggi, il fenomeno Tarantino e fare luce sul “Monnezza”, uno dei caratteri che ha reso grande Tomas Milian. Una chiacchierata amichevole con un leggendario personaggio.

Dardano, a 40 anni esatti dall’esordio come sceneggiatore con “Il gatto a nove code” di Dario Argento, qual è il tuo rapporto attuale con il cinema?

Identico a 40 anni fa per quanto riguarda il mio interesse e il mio piacere nel fare cinema; ovviamente la dimensione lavorativa è diversa da allora.

Nello stesso anno, per “Reazione a catena”, hai lavorato con Mario Bava. Tu che hai avuto la fortuna di conoscerlo, quanto credi che il cinema lo abbia davvero apprezzato?

Non direi che il cinema, inteso come comunità che ci lavora, lo abbia trascurato. Sono la critica, l’intellighenzia, la cultura ufficiale che l’hanno snobbato, per non dire ignorato, ma questo è un vecchio problema che riguarda molti. E’ più rispettata una stronza che partecipa a “L’isola dei famosi”, che un eccellente maestro del cinema che non frequenta i circoli di potere mediatico/politico.

Bava, Argento poi Fulci, e oggi? Visti gli esiti deludenti dei film di Dario, l’horror italiano è morto?

Non si fa cinema, a parte qualche commedia, da svariati anni. Dire che sia morto piuttosto che in letargo o in attesa di finanziamenti o di Godot è difficile oppure inutile. Il cinema esiste per i singoli film, parlarne come un insieme è sbagliato. Nonostante Hollywood, il cinema non è un’industria, la televisione sì. Basta un film “azzeccato” per gridare alla rinascita, alla primavera. Quanto a Dario, la sua poetica ha già dato il meglio, forse dovrebbe trovarne una nuova, avere il coraggio di abbandonare il genere che l’ha reso famoso e tentare altre vie.

Al di là di questi nomi, in questi decenni hai avuto modo di lavorare con registi quali Massi, Lenzi, Tarantini, Martino, quelli, per intenderci, del “poliziottesco”, all’epoca bistrattato e oggi acclamato: cosa è cambiato per aver favorito questa inversione di tendenza? Tutta “colpa” di Quentin Tarantino?

Sì, Tarantino (che è un furbetto del quartierino) ha razzolato nei bidoni della spazzatura, poi ha rimescolato i rifiuti con grande mestiere (a volte supportato da momenti ispirati, a volte no). Ha razzolato soprattutto nei bidoni italiani perché ha capito prima di altri e più di altri che era una spazzatura che funzionava, aveva una sua comicità e una cialtroneria accattivante. Per aiutare i suoi film ci ha creato intorno una sorta di leggenda: da una parte serviva a proteggersi dalle incazzature di chi è stato saccheggiato e non ha mai visto una lira ma era contento, dopo anni di depressione, di essere citato e quindi rivalutato; dall’altra ha funzionato per quelli che non avevano mai visto i film che hanno pensato: sta a vedere che mi sono perso qualcosa. Ma è stato un fenomeno legato solo alla figura di Tarantino e da lui sfruttato, per il resto non si è commosso nessuno, non è nato nessun progetto o altro.

Tra gli interpreti dei poliziotteschi degli anni ’70 spiccava Tomas Milian, indimenticabile il suo Gobbo, che poi negli anni ’80 spopolò, complici anche Bombolo e Cannavale, coi film “der Monnezza”. La caratterizzazione del personaggio la dobbiamo a te: come nacque?

Intanto chiariamo che Bombolo e Cannavale non c’entrano niente. Io ho scritto “Roma a mano armata”, dove c’era il personaggio del Gobbo. Gran bel carattere di villain. L’ho replicato nel film “Il trucido e lo sbirro”, limando il personaggio (avendo come modello il lavoro fatto da Clucher con Trinità tanto che c’è all’inizio del film un omaggio al western con una scena presa da un film proiettato in carcere) ovvero togliere crudezza e dare ironia). Il soprannome Monnezza viene dal film “Trash”, prodotto da Andy Wahrol e diretto da Paul Morrissey. Il film, se ci si riflette, “ispirò” Walter Hill in “48 ore” dove il cialtrone è il poliziotto mentre il dandy è il negro, però sboccato come il Monnezza. Il film andò bene, ma il team che lo realizzò si sfasciò. Così Milian, attore bravo ed intelligente, che aveva capito le grandi potenzialità del personaggio, cominciò a trasferire alcune caratteristiche sul maresciallo Nico (poliziotto e non coatto) che era il protagonista della serie “Squadra antitruffa” ecc. ecc. dove c’erano Bombolo e Cannavale. A causa di un diritto d’autore inefficace (e di critici di merda che non sanno vedere i film) non potei oppormi, così nel giro di quattro cinque film i due personaggi finiro per coincidere e lo spettatore (ma vedo anche te) credettero che Nico il pirata (questo era il soprannome originario del personaggio interpretato da Milian nella serie “Squadra anti-ecc.) e il Monnezza fossero la stessa cosa. Oltretutto il doppiatore di Milian era Ferruccio Amendola che li doppiava nello stesso identico modo.

Esistono, a tuo avviso, le condizioni per le quali certo cinema, come quello di cui abbiamo parlato fino ad ora, possa tornare sul grande schermo e non solo rivivere nei dvd? Perché?

In parte è una questione di “coraggio finanziario” ma in realtà si tratta di registi. In Italia sono pochi i veri registi, si contano nelle dita di una mano. La maggior parte vuol fare cinema d’autore, senza esserne capace. Non sanno girare e non sanno raccontare. Gli altri si dedicano alla tv e si sono trasformati in impiegati. E’ venuto meno lo spirito avventuroso dell’artista. Ma se ci fosse un regista, il film verrebbe fuori. Sta sicuro.

Con quali attori o registi ti piacerebbe lavorare oggi?

Basta che siano bravi e intelligenti.

Progetti attuali?

Parecchi. Due film, parecchia tv, forse un libro, un manuale di scrittura creativa e una raccolta di poesie.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>