Dentro Carnage

I bambini, scoiattoli disubbidienti, che giocano a fare i grandi ma senza seguire le regole degli adulti. Capita che s’azzufano e poi tornano amici. E’ l’ordine delle cose, troppe parole sono superflue. Questo non succede con i genitori, nemmeno quelli che vivono agiatamente nella New York che conta.
La miccia è una mazza da baseball che finisce sui denti di un undicenne nel corso di una rissa. La famiglia della vittima, i Longstreet, si è resa disponibile facendosi promotrice di un incontro coi Cowan, genitori dell’aggressore (che hanno accettato l’invito controvoglia con la sola idea di togliere il disturbo prima possibile) per fare il punto sulla zuffa. Fanno gli onori di casa, ostentano buoni propositi e vorrebbero immediatamente rammendare il contezioso facendo riconciliare i due discoli, con la saggezza di chi è grande, per dimostrare agli altri (ma forse soprattutto a loro stessi) quanto siano civili.
Si discute di cosa sia meglio per i loro figli, delle modalità da adottare per far capire loro che con la violenza non si risolve nulla, quel savoir faire che ognuno di noi pensa di avere e di poter insegnare agli altri. La madre del ferito ha già stilato una relazione con relativa attribuzione della responsabilità: nonostante i due incisivi rotti del figlio, sono pronti a passare sopra, in cambio di civilissime scuse al bambino vittima da parte del bambino carnefice (uno dei due rampolli è proprio il figlio di Polanski, ndr). Nel frattempo, il criceto dei Longstreet non ha trovato il posto giusto nella loro casa, per questo è stato abbandonato “alla natura”, senza troppo pensiero.
Inizialmente le buone maniere sembrano avere la meglio. E qui, per chi andasse al cinema non sapendo nulla di questo film, la vicenda dovrebbe logicamente proseguire sviluppandosi altrove, tanto è palpabile, carnoso il disagio che avviluppa i quattro personaggi costretti all’incontro/scontro.
Le due coppie, subito dopo i titoli di testa (girati da chi? Polanski a New York non può mettere piede, ndr) si stanno salutando. Sono già sulla soglia di casa ma ogni loro accenno di commiato si arresta sul pianerottolo o al momento dell’ingresso nell’ascensore (in cui spicca un cameo di Polanski nei panni di un vicino di casa … del terzo piano! ndr). Ben presto, cordialità e cerimoniali scompaiono per lasciar emergere i primi sostanziali dissidi. I fattori di attrito sono diversi e dai molteplici effetti. Difficile però precisare quale sia la parola o il gesto, sfuggito involontariamente o no, che fa precipitare la situazione: il cuore della pellicola, infatti, sta altrove. L’evoluzione graduale d’una ripicca è un alibi per intavolar conversazioni che poi involvono in discussione. In whiskey veritas: una bottiglia senza fondo diventerà carburante di un massacro. Dopo i toni pacati e cordiali di inizio giornata, i freni inibitori vengono anestetizzati con la complicità dell’alcol e le due coppie si ritrovano a dilaniare reciproche certezze e segreti coniugali senza ritegno. Il salotto borghese diventa gradualmente un campo di battaglia, senza che nessuno ne esca vincitore. In poco più di un’ora crollano strutture e sovrastrutture e l’aria che si respira in salotto (bonificata anche da una coniata di vomito) non è più delle migliori. La violenza è solo verbalizzata anche se ai massimi livelli e parte da subito, spiegando abbastanza in fretta dove il film vuole arrivare. L’elegante appartamento-proscenio, dove tale umanità (costituita da uomini e donne troppo uguali per essere diversi) è riunita a dibattere, è il luogo deputato alla messinscena del crollo del galateo della convivenza. Un mondo in una stanza, loculo di becero ed acerrimo individualismo: io ho ragione. Io sono meglio di te. Io. Tutti sembrano aver messo su famiglia non tanto per ispirazione, ma piuttosto per seguire le suddette regole. Quello che doveva essere l’agomento centrale della serata è diventato un pretesto per parlare di sè e dei propri problemi. E i figli vengono adoperati come armi di difesa e attacco, la falsità lascia il posto allo sfogo e dei buoni propositi di composizione amichevole si è fatta carneficina. E con il frangersi degli oggetti di valore e del valore degli oggetti si infrangono anche i rapporti coniugali, che manifestano tutte le loro antiche crepe, i rancori, le ferite mai risarcite. I 4 massacratori/massacrati si scoprono vulnerabili e infelici, nell’essere incatenati nel loro ruolo e tra loro, fra quattro mura, con poche interferenze dall’esterno e solo sottoforma di lontane voci telefoniche. E hanno bisogno di capire se stessi piuttosto che di salvare il mondo con i loro giudizi e le loro idee. Un susseguirsi di effimere alleanze a combinazioni 2 a 2 che innalzeranno il livello dello scontro scomponendo e ricomponendosi in nuclei omogenei: prima coppia contro coppia, poi uomini contro donne, fino a rimanere soli ad affrontare il caos della propria esistenza con in mano una bottiglia di scotch. A turno, ognuno dei protagonisti ammette: “Questo è il peggior giorno della mia vita”. E non lo dice perché sia successa una qualche tragedia irrimediabile, ma solo perché la maschera che tutti indossano (e indossiamo) fieramente è caduta e si è sgretolata innanzi a loro. Alla fine questi collassano esausti sulle poltrone dell’appartamento e il regista ci riporta all’esterno, dove tra mille problemi, la gente conduce la solita vita, a partire dai loro figli. Nel parco, lontano dall’arena dove papa e mamma, rinchiusi nelle loro piccole meschine ripicche, si stanno sbranando, il criceto perduto guarda divertito il rampollo dei Longstrett e quello dei Cowen di nuovo insieme come se non potessero fare più a meno l’uno dell’altro. I due ragazzini hanno fatto pace, da soli, non sappiamo se civilmente, perché l’occhio del regista ce li fa scrutare da lontano, senza ascoltare. Anche il criceto ha trovato il suo posto, un po’ sconcertato, ma più sereno: ha scoperto che le sua ex gabbia e la giungla (metropolitana) sono meno opprimenti dell’abitazione d’un gruppo di homo sapiens. Per la serie “tanto rumore per nulla”: i soggetti da proteggere vanno avanti nel migliore dei modi, depositari di verità che i loro genitori mai riusciranno a cogliere. Forse la vittoria della natura e dell’innocenza sulle fisime della (in)civiltà. Le certezze degli adulti sono assai vane, perchè quel che davano per certo è andato al contrario delle loro aspettative e che i ragazzi possono avere atteggiamenti più maturi, andando oltre il patetico disincanto dei “grandi”. Mentre la cornice esterna si è in qualche modo ricomposta, all’interno del quadro tutto rimane estremante instabile. Fuori, nell’aria e nella luce, c’è la vita vera. Quella vissuta, quella sudata, quella quotidiana e l’inquadratura fissa finale suggerisce che forse possiamo imparare qualcosa dai nostri errori. Un undicesimo comandamento: non desiderare il dialogo. Si può convivere solo a patto di reprimere il dio della carneficina vigile in noi e la coercizione genera nevrosi ed infelicità. Evidente rappresentazione metaforica della triste deriva di un’umanità votata al conflitto. Uno scontro tra due visioni di mondo (da una parte il buonismo, dall’altro il cinismo) che si fondono, si mischiano e giocano a rincorrersi per poi rivelarsi simili. E’ stato definito “kolossal in un posacenere”, un film scarno ma non striminzito fin dal titolo. Un fantastico film d’attori come non se ne vedevano da anni. A Carnage va riconosciuto il coraggio, oggi controcorrente, della brevità: meno di un’ora e venti minuti (quindi un film in tempo reale) in un’era in cui sembra quasi che la qualità sia proporzionale alla durata. Potrebbe essere girato da Woody Allen: l’incontro di cortesia tra due coppie newyorkesi che si fronteggiano, in realtà, sono quattro solitudini male assortite e il tutto si trasforma in una terapia di gruppo, senza il supporto dello psicologo. I dialoghi tra i personaggi vengono sempre interrotti dallo squillo di un telefono o di un cellulare, a ricordare che l’invasività dei mezzi di comunicazione è una delle caratteristiche più riconoscibili del vivere contemporaneo, l’illusoria apertura ad una globalità che è solo virtuale, visto che gli uomini e le donne non sono neanche più capaci di parlare stando seduti insieme in uno stesso ambiente. Requisitoria mirabile quanto abrasiva, Carnage è un film profondamente polanskiano perché pullulante di richiami al teatro dell’assurdo e alla claustrofobia, caratteri dominanti di tutta la sua filmografia (da “Repulsion” a “L’inquilino del terzo piano”). Caratteristiche fondamentali del suo cinema sono riconoscibili da alcuni elementi come l’abitazione, germe che azzera ogni barlume di volontà personale premettendo formalità e sfociando nell’isteria. Anche l’assunto di base, in fin dei conti, è quello di quasi tutti i film di Polanski: qualsiasi essere umano, per quanto civilizzato e confinato nel selciato della moralità e delle regole della comune convivenza, se messo nelle condizioni adeguate dimostrerà tutta la propria animalità. Basta un niente per trasformarlo in quel che è, per gettarsi alle spalle un linguaggio secolare artificiosamente nutrito di parole vuote quali etica, amore e rispetto. Il gusto del “grottesco quotidiano” gli è sempre stato congeniale, fin dagli anni 60, senza disdegnare tuttavia uscite “brechtiane” nelle quali i personaggi si dichiarano consapevoli dell’incubo/sceneggiata del quale sono prigionieri. Spietato nel sondare i meccanismi di auto-generazione del Male e lo sbando moralo di ogni evo, chiude quattro persone come animali, ampliando il meccanismo de “L’angelo sterminatore” bunueliano, costringendoli a fare come Liz e Richard in “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, nel loro “Breve incontro”. Bersaglia anche un progressismo di facciata che a stento ricopre rabbie retrograde (piccola vendetta nei riguardi di quei liberal che non lo hanno mai difeso a sufficienza). Polanski, il sentenziato, sentenzia l’inganno dell’American way of life, del suo ergersi/imporsi a unica vi(t)a possibile. 50 anni d’onorato servizio dietro la macchina da presa – è un uomo ormai isolato, costretto a girare i suoi film in luoghi ben diversi rispetto a dove sono realmente ambientati, a limitare i perimetri d’azione in spazi sempre piu’ circoscritti. Ma questa costrizione non fa che accentuare il suo vigore, fornendogli ambientazioni ricercate ed ideali. Si muove fra classicismo di prospettiva e surrealismo di tono: un paradosso che solo un regista maturo e ispirato avrebbe potuto mettere in scena. Dev’essersi ritrovato in questo testo e ha fatto sbraitare agli attori ciò che anche lui prova nei confronti del puritanesimo americano, contro cui deve ancora combattere e sotto il quale si cela il marcio nel pianeta; complice l’implacabile piece teatrale “God of Carnage – il Dio della Carneficina” scritta da Jasmine Reza (che ha collaborato all’adattamento). Aiutato da un poker di attori in stato di grazia (dei quali è pressoché impossibile stilare una graduatoria) e dalla sua proverbiale quanto fenomenale ossessione per i dettagli, tiene desta la attenzione dello spettatore; ad ogni ripresa dello scontro verbale. Si concentra sulla sua macchina da presa, trasformandola in una presenza impercettibile ma decisamente superba nel contenere ogni scatto improvviso dell’azione. L’agguerrita regia gestisce sapientemente l’esiguo spazio filmico: piazzando la cinepresa dal basso verso l’alto, infittisce lo schermo di spazi allargati e impregna di senso ogni disposizione dei personaggi nell’ambiente circostante. I rapporti di forza tra i personaggi, che cambiano molto rapidamente (con temporanee alleanze e tregue fittizie), sono magistralmente rappresentati dalla occupazione dello spazio nell’angusto soggiorno: a volte Nancy e Alan da un lato, a volte le due donne di fronte ai due uomini, altre volte ancora diagonali immaginarie uniscono improvvise consonanze di pensieri e intenti. Tra campi e controcampi, sembra ancora sotto assedio: si rifugia dentro le mura di un appartamento prigione ed organizza la festa di uno scampato pericolo. Classici degli anni ’50 come “Nodo alla gola” e “La parola ai giurati” ci insegnano che, se c’è un tipo di film “difficile” da dirigere, è proprio questo. Perché il rischio dell’abbiocco (dello spettatore, s’intende) è sempre dietro l’angolo. Ma evitarlo è un giochetto da ragazzi, se ti chiami Hithcock, Lumet, Polanski.