Dimmi con chi vai

 

«Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei». Pensavo che questa frase fosse un proverbio popolare. La ripeteva sempre mia nonna per dirmi di stare attento alle cattive amicizie. Scopro, invece, che questa frase è attribuita nientemeno a Goethe. Non sapevo che mia nonna conoscesse Goethe.

Devo dire, comunque, che non mi sono mai attenuto a questa raccomandazione di mia nonna e Goethe – lo confesso – non rientra tra le mie letture preferite. Devo dire anche che non la condivido per niente. Bisogna riconoscere però che Goethe, con questa massima, ha fatto numerosi proseliti. E se ti vedono in giro con un amico la gente storce il muso. Soprattutto se si tratta di un politico amico. E io mi chiedo come mai l’amicizia con un politico fa scattare automaticamente il reato di associazione per delinquere.

Mettendo da parte l’ironia, la cosa rivela alcune questioni fondamentali di carattere culturale che non possono essere assolutamente trascurate. Una innanzitutto: se in politica l’amicizia sia un bene o un male. Se cioè non ci sia il rischio che questa possa condizionare la vita politica, influenzandola negativamente. È questo, anche, un passaggio epocale. Fino a pochi decenni fa, infatti, l’amicizia era unanimemente riconosciuta come l’anima della politica. Ci si chiamava “amici” o “compagni” per affermare che i rapporti politici avevano come fondamento una reciproca benevolenza.

Ovviamente, non si può negare che un rapporto di amicizia possa essere viziato. Se lo è, indubbiamente, deve essere sanzionato. Ma pare che talvolta si affermi che l’amicizia in quanto tale vada inevitabilmente a viziare i rapporti politici e porti a distorcere l’uso corretto della pubblica amministrazione.

La corruzione dei rapporti e dei costumi è un rischio molto forte. Ma spezzare i legami di amicizia tra gli uomini non è un male ancora peggiore?

Marco Tullio Cicerone, così si esprime in una delle sue ultime opere, Laelius de amicizia: «Quale casa è così stabile, quale città è così salda da non poter essere sconvolta dalle fondamenta dagli odi e dalle discordie? Da ciò si può giudicare quanto di buono ci sia nell’amicizia».

Con l’uccisone di Cesare, la vita di Roma e quella personale di Cicerone ebbero conseguenze devastanti. Le stesse fondamenta della convivenza civile avevano ceduto. Nulla fu più come prima. Su cosa rifondare la società, la politica?

Cicerone ha un’intuizione che, nonostante la semplicità, era destinata a cambiare il corso della storia di Roma. Egli vede alla base della nuova società un nuovo fattore di aggregazione, che non aveva precedenti nella storia: l’amicizia. L’affetto, inteso come benevolentia e caritas, sarà per lui il fondamento della civiltà che sorgerà dalle ceneri della guerra civile.

La profezia ciceroniana si verificherà pienamente, tanto da adattarsi bene a ciò che Roma sarà sia nella realizzazione augustea, sia in quella, del tutto imprevedibile, del cristianesimo.

«Ma poiché le umane cose sono fragili e caduche, dobbiamo sempre ricercare qualcuno da amare e da cui essere amati».

È sorprendente che Cicerone non si attardi a ricercare nuove formule di ingegneria istituzionale, nuove regole per la politica, per la convivenza civile. Egli si rivolge direttamente al cuore dell’uomo. E lo fa nella consapevolezza che ogni cosa – il diritto, le istituzioni – è caduca. Soltanto il cuore dell’uomo è capace di costruire. La caritas ciceroniana è, appunto, questa grande capacità che ha il cuore dell’uomo di unire a sé ogni altro uomo, tendenzialmente il mondo intero. Soltanto la benevolenza e la carità possono generare una società.

«Ricercare qualcuno da amare e da cui essere amati» è per lui la ragione che spinge l’uomo a stabilire una rete di rapporti ordinata. Ogni altro principio è causa di disordine, di divisione e soprattutto di disagio per l’uomo. Ogni progetto di ricostruzione della società non potrà trascurare questa esigenza imposta dal cuore stesso dell’uomo.

Per quanto sinistro sia il rumore della nostra epoca e raccapricciante l’urlo dell’uomo contemporaneo, la strada indicata per la prima volta dal retore latino rivela una prospettiva di positività: «E pur racchiudendo l’amicizia molti ed enormi vantaggi, tuttavia essa certamente è superiore a tutte le cose, poiché ci fa brillare innanzi una lieta speranza per l’avvenire e non permette che gli animi si scoraggino o si abbattano».

E non si tratta di sentimentalismo. I romani alla parola amicizia seppero dare un contenuto concreto e giuridicamente rilevante. Scrive Emanuele Narducci: «L’amicitia (come l’inimicitia) è, nella società romana, non un rapporto privato, ma una situazione codificata e quasi istituzionale; non a caso trova una sua precisa sfera di applicazione anche nel campo del diritto internazionale: si parla di amicus populi Romanii per definire un popolo che ha scelto di collocarsi sotto l’ala protettrice dell’Impero».

«Dunque è vero, se non sbaglio» sostiene Cicerone, «ciò che ho sentito che i nostri vecchi ricordavano, avendolo sentito da altri vecchi, vale a dire ciò che era solito esser ripetuto da Archita di Taranto: “Se qualcuno fosse asceso al cielo e avesse osservato la struttura del mondo e la bellezza degli astri, quella contemplazione, che sarebbe stata piacevolissima se egli avesse avuto qualcuno a cui raccontarla, gli sarebbe stata sgradevole”. Così la natura non ama nulla di solitario e sempre si appoggia, per così dire, a qualche sostegno, cosa che è tanto più dolce quanto più caro è l’amico».

È la natura stessa dell’uomo, dunque, a esigere il sostegno dell’amicizia e un sistema politico che voglia essere equo – e di conseguenza stabile – deve essere rispettoso della natura dell’uomo.

Non è possibile una convivenza senza benevolenza e carità. Non è possibile tenere in piedi una società senza l’amicizia.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>