Dio perdona, Machete no!

 

“Noi vogliamo ricreare l’intera esperienza del cinema Grindhouse[1], quindi ci saranno i due film più gli ‘exploitation trailer’  che li accompagnano. E vogliamo che i trailer siano così fantastici che voi esigerete che i nostri prossimi film siano su quei trailer”.

Era più o meno con queste parole che il buon vecchio Quentin Tarantino, al Comic Con di San Diego, nel 2006, descriveva il progetto “Grindhouse” assieme al compare Robert Rodriguez (Dal Tramonto all’alba, Sin City, ndr), rispettivamente suddiviso in “Death proof” e “Planet Terror”. E proprio l’episodio di Rodriguez (Planet Terror, ndr) si apriva con il leggendario fake-trailer di “Machete” [2], nato certamente come divertissement e non come vero e proprio progetto embrionale su cui tornare in seguito. Fatto sta che il suddetto trailer, in poco tempo, è diventato fenomeno di culto tra cinefili e non, tanto da spingere il furbacchione, ma sincero, Rodriguez a trasformarlo in un film vero e proprio, imbastendo una trama rigorosamente scontata e concentrandosi invece sulla realizzazione di un exploitation movie [3] con gli attributi. In questo senso “Machete” è un film tamarro fino al midollo!

Rodriguez da sfogo alle sue ossessioni cinefile e confeziona ogni singola sequenza rendendola funzionale solo a se stessa e filtrandola attraverso un’ottica sensazionalistica, fumettistica e grottesca. A tal proposito, è utile rimandare il concetto all’impagabile scena in cui il nostro protagonista utilizza gli intestini di un sicario sfigato come liana, a mo’ di Tarzan. Tutto quello che gira intorno, l’immigrazione, i politici corrotti, un sistema controllato dai cartelli della droga è puro espediente narrativo che consente al film di andare avanti per più di un’ora e mezza. Contestualmente, la faccia butterata di Danny Trejo, ottimo caratterista formatosi nel carcere di San Quintino anziché nelle normali accademie, si muove a proprio agio tra le strade texane – trasformate per l’occasione in mattatoi – accompagnato da grandi nomi pronti a interpretare, con estrema autoironia, il ruolo dei cattivoni di turno. Perché, in effetti, diverte vedere Robert De Niro che gioca con i ghigni deniriani, così come diverte Don Johnson eterno ragazzo e Steven Seagal leggermente sovrappeso.  Tutti attori che, in mano al regista statunitense, diventano giocattoloni pronti ad essere impallinati, squarciati, affettati. Il cinema come mezzo di intrattenimento, dunque, trova la sua massima espressione in questo filmaccio scorretto ed eccessivo, grondante stereotipi tipici del cinema di serie B sfruttati con estrema intelligenza da un regista che ha i mezzi e sa come usarli.

Se non andate a vedere il film per queste ragioni andateci almeno perché, forse per la prima volta, Steven Seagal crepa con onore!

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>