Diritti distorti

 

Palazzo contro Palazzo. E’ un’espressione che sa un po’ di peplum e un po’ di scontro istituzionale.

Nella concretezza del musicista che quotidianamente è costretto a “darsi pane”, per dirla “alla romana”, è da intendere più come la lotta eterna tra Davide e Golia, dove Davide rappresenta un eroico indipendente, Umberto Palazzo, tra i pochi ad essere veramente svincolato dalle major, e la Siae, il Palazzo in senso figurato, ovvero la società che gestisce i diritti d’autore, aliquote e percentuali spettanti ai legittimi proprietari di composizioni o manifestazioni artistiche originali regolarmente iscritte nei propri elenchi.

Un rapporto vecchio un secolo e tre decenni che progressivamente ha finito col generare la solita casta, espressione tristemente nota che rende bene l’idea di quanto qualcuno, grazie alle dinamiche burocratico-economiche di quest’ente, abbia finito con l’arricchirsi alle spalle degli altri. Il ricco ha finito col surclassare il povero, come in una sorta di logica alla Robin Hood perfettamente capovolta.

Umberto, con la sua schiettezza di sempre, l’ha efficacemente riassunta in un post su Facebook, dove è attivissimo e attivista, che ha già raccolto l’interesse giornalistico di numerose testate nazionali.

A Palazzo va il merito di aver riassunto una situazione che chi, almeno una volta, si è trovato ad interagire con dei funzionari della Siae, ha subito inteso bene:

“i soci Siae– afferma l’artista nel post in questione – sono divisi in due fasce. Una fascia A è formata dagli autori più ricchi a cui toccano privilegi incredibili quali la suddivisione del calderone (concetto meglio spiegato in seguito, ndr) e una fascia di 20/30.000 autori e compositori ai quali viene sottratta anche una buona parte di quello che spetterebbe loro di diritto”.

“Come avviene ciò?”. Palazzo è volutamente retorico nel chiederselo. “Tramite la ripartizione a campionamento e la divisione del calderone solo fra soci maggiori. E’ un meccanismo chiaramente iniquo, che costituisce un arricchimento senza causa dei soci maggiori e dei loro editori, che sono sempre dei gruppi economici potentissimi”.

Di qui l’idea di Palazzo: “io propongo un’azione politica che porti al cambiamento di questa palese ingiustizia, tramite un nuovo regolamento e propongo che si inizi con una class-action, che, anche se ha poche possibilità di vittoria in tribunale, può fare molto rumore e portare l’opinione pubblica dalla nostra parte. E’ il momento giusto: si parla di modernizzare il paese e di scardinare vecchi e ingiusti privilegi, quindi ci conviene attaccare prima che si scopra (che qualcuno s’inventi) che abbiamo qualche privilegio che non sapevamo di avere. Inoltre se saremo in tanti, oltre a far rumore, ci costerà poco”.

Per essere ancora più esplicito e chiaro, poi, Palazzo spiega come la Siae ripartisce i proventi delle serate da ballo e i concertini, attraverso una sintesi efficace: “i programmi musicali verdi, cioè quelli che compila il dj, vengono pagati a campionamento”. Secondo questo meccanismo, la Siae manderebbe ogni anno i suoi ispettori a 500 serate – questo dicono gli addetti ai lavori – e questi prenderebbero nota dei pezzi più suonati in quelle serate, anche se non è dato conoscere il criterio in base al quale sono scelte le serate ma “se si pensa che i piccoli soci non possono controllare questi controllori – afferma Palazzo – è facile immaginare quale esso sia. Tutto il ricavo annuo di tutte le feste da ballo che si fanno in Italia – prosegue – viene poi ripartito fra i pezzi più suonati in quelle serate scelte in maniera arbitraria, cioè nessuno legge quei borderò verdi che vengono compilati a centinaia di migliaia. Ovviamente i brani prescelti sono famosissimi, perché – suppone Umberto Palazzo – gli ispettori non vanno in giro con Shazam (applicazione per smartphone che fornisce titolo e autore dei brani che vengono sottoposti al suo filtro attraverso l’ascolto tramite il microfono della periferica, ndr), visto che la normativa è più vecchia dell’app,. Quindi (pazzesco ma è così) – conclude – i pezzi che vengono pagati (e si tratta di un alluvione di denaro se solo pensate a quante serate si fanno nel fine settimane nei vostri paraggi), sono solo quelli che il funzionario preposto conosce e magari il burocrate in questione è un ex-carabiniere piuttosto anziano, come mi è capitato. E già fa malissimo al cuore”.

Ma non è tutto, ci spiega ancora lo schietto Umberto. “La cosa che forse non sapete, infinitamente più grave, è che dal 2007 anche per il 75 per cento dei concerti (i programmi musicali rossi) la ripartizione si fa nello stesso modo e l’obiettivo è chiaramente quello di arrivare al 100%, cioè non dare più nulla ai piccoli soci. L’altro 25% è analizzato ad estrazione (ma basta mettere una lettera fuori da uno spazio perché il programma sia annullato e allora tutto nel calderone). La scusa: è stata scoperta un’orchestra in Campania che falsificava i programmi musicali, cioè su questi scriveva solo brani del capo-orchestra. Praticamente non si prende neanche in considerazione l’idea che ci siano artisti che suonino solo musica di propria composizione. Nell’immaginario corrotto di chi fa i regolamenti Siae esistono solo le orchestra che eseguono i successi dei supersoci. Questo va cambiato perché non è tollerabile suonare dal vivo per fare arricchire ancora di più Zucchero e Co. In generale non trovo tollerabili le ingiustizie e questa ci tocca tutti personalmente. Inoltre tutto il fiume di soldi che arriva dalla filodiffusione nei locali pubblici, la tassa sui cd vergini e altre utilizzazioni finisce nel cosiddetto calderone che viene ripartito fra i super-soci. E sono cifre enormi. In questo caso, se ci fosse un equa divisione ci toccherebbero magari degli spiccioli, ma decine di migliaia di piccolissime quote fanno milioni di euro per poche persone che hanno solo il merito di essere già ricche. Vi pare giusto?”.

Domanda che – per dirla alla Antonio Lubrano – sorge spontanea. Ecco perché Palazzo oggi propone una class-action che restituisca giustizia alla materia Siae, passaggio obbligato per ogni artista “di professione”, anche se iscritto come tale all’estero ma, specifica: “per fare  una class-action bisogna che tutta la categoria sia coinvolta, quindi fate conoscere questa cosa a tutti i musicisti che conoscete, se siete d’accordo. Non iscriversi non serve a niente, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, anzi favorisce i supersoci perché i locali devono comunque pagare per farvi suonare. Se non siete iscritti i soldi versati per il vostro concerto andranno ai supersoci al 100%, mentre oggi beccano il 75%. Se non v’iscrivete aumentate di un quarto la ricchezza di gente già ricca da far schifo”.

Un appello accorato e – giochi di parole a parte – senz’appello: “non c’è nessuno interessato a combattere questa battaglia al nostro posto – conclude Palazzo – e non ci può essere perché sono i nostri diritti e i nostri soldi. Chi non combatte peri propri diritti (e per i propri soldi) è destinato a perderli ed è esattamente per questo motivo che siamo arrivati a questo punto, ma prima non c’era Ffacebook ed era molto difficile fare rete”.

 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>