Django unchained, un esorcismo della storia

1858, due anni prima della Guerra Civile, da qualche parte nel Texas. Django, schiavo di colore con catene e cicatrici impresse sulla carne, si affranca dai suoi aguzzini per violenta intercessione del cinico King Schultz, cacciatore di taglie tedesco alla ricerca dei fratelli Brittle, uomini che Django sembra ben conoscere. In cambio della “consulenza”, Schultz offre contanti e libertà, ma è liberare sua moglie Broomhilda prigioniera in qualche piantagione del Mississipi che Django desidera più di ogni altra cosa.

Basterebbe questa anemica sintesi ad archiviare ogni sospetto di remake o rivisitazione della pellicola corbucciana del ’66. Ché Django (la D è muta, bifolchi!),del modello italiano, conserva soltanto titolo, cameo del protagonista originale e echi stilistici peraltro non totalmente formalizzabili nel campo delle certezze assolute. Tarantino espande gli orizzonti, e innesta le dinamiche del revenge movie a lui tanto caro in un contesto definito e storicizzato come quello dello schiavismo, attraverso un processo (re)interpretativo che stordisce ed esalta per l’audacia poetica con cui viene messo in pratica.
C’è, come in Inglourious Basterds, un respiro ampio, epico ad avviluppare il racconto. Ma, a parte questo, le due opere hanno ben poco da condividere, e in ambito puramente narrativo e in ambito estetico-formale. Se Inglourious Basterds si muoveva secondo una logica più sfacciatamente ludica, calibrata, dove forte era l’intenzione dell’autore nel modificare dati storici oggettivi, Django Unchained è frutto di una non meno attenta ricerca e documentazione, veicolata però attraverso una più sofferta e necessaria consapevolezza nei confronti della materia trattata. Segno questo dell’incredibile duttilità di un cineasta che della ripetizione di se stesso non sa che farsene (appare stucchevole puntualizzarlo). Dove Django si fa opera monstrum, totale e inebriante, è nel rivisitare con sapienza e approccio scientifico la calligrafia dello Spaghetti Western in toto, dividendosi tra l’omaggio (zoom vorticosi, dilatazione temporale inverosimile, violenza estetizzata) e la trasgressione (dalla
multiforme colonna sonora allo sfrenato citazionismo che scavalca le recinzioni del genere a cui il film, almeno nominalmente, appartiene) di un genere che già di per se trasgrediva i canoni del Western classico. Dove Django si fa opera politica in grado di aprire voragini di natura riflessiva è nella scelta di un approccio dissacrante, teatrale, grottesco nei confronti delle pagine in ombra della Storia americana e delle laide personalità che l’hanno resa possibile (con buona pace di Spike Lee).
Nel solco di questa interpretazione, libera ma non tanto, Tarantino inserisce, con la figura del dentista Schultz (Oscar!), vero deus ex machina della pellicola a fare da garante, il rapporto dialettico
tra due civiltà, due culture, rispettivamente quella europea e quella del Nuovo Continente. L’una raffinata e illuminista, l’altra prevaricante, rozzamente acculturata, accecata da una violenza che è pulsione irrazionale, radicata e inestirpabile. Da schiavo analfabeta e brutalizzato, puro contratto economico estinguibile all’esaurirsi delle sue forze, a contatto con Shultz Django diviene individuo senziente, non più un numero, non più un “negro” umiliato ma una personalità ben definita  la cui riacquistata individualità e dignità è la riacquistata individualità e dignità di un intero popolo.
Django Unchained è un esorcismo che, senza la pretesa di archiviarle, affronta le aberrazioni della Storia con un linguaggio che è inedito sì, in relazione al genere e al tema trattato, ma che è anche riconoscibile marchio di fabbrica di uno dei pochi registi ancora in grado di fare Cinema con la “c” maiuscola, raccontando Storie con la “s” maiuscola.

Author

La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.