Don Camillo e Peppone

 

Sessant’anni fa avevano inizio le riprese cinematografiche del primo dei film dedicati a don Camillo e Peppone, personaggi creati da Giovannino Guareschi per il Candido, giornale umoristico della depressa Italia dell’ultimo dopoguerra. L’anniversario meritava di essere ricordato perché si trattò di un ciack che interessò per ben quattordici anni la stessa location – un record forse mondiale.

Brescello, paese di cinquemila anime, conobbe così i benefici dell’industria cinematografica. La produzione pagava le comparse a mille lire al giorno, quando in Italia si cantava ancora la canzone “Se potessi avere mille lire al mese”. La paga saliva a 1.500 lire se si lavorava di notte. Ma il vero affare lo fecero proprio i produttori che soltanto per il primo film incassarono al botteghino la cifra hollywoodiana di un miliardo e mezzo di lire dell’epoca.

Chi ci rimase male, invece, fu Gino Cervi che avrebbe voluto recitare la parte di don Camillo e al quale invece era stata assegnata quella dell’avversario: il sindaco comunista Peppone. Dovette cedere la tonaca al francese Fernandel. Non c’era niente da fare: anche la Francinex aveva messo i suoi soldi nella produzione e i francesi non fanno mai niente per niente. Fernandel la tonaca se la tenne ben stretta per tutto il tempo – praticamente fino alla morte – e non se la toglieva mai.

Questa cosa al parroco vero forse non piaceva molto, ma Fernandel col suo sorriso da cavallo sapeva essere disarmante. Il parroco “vero” dovette, oltretutto, rassegnarsi a sentirsi costantemente gli occhi dell’attore addosso, che lo scrutava attentamente per rubargli il mestiere. Del resto, come parroco aveva il dovere non soltanto di accettare di essere scrutato, ma anche di mostrare pure “l’altra guancia”. Sono gli inconvenienti del mestiere di prete.

Vittorio Gianelli all’epoca era il sacrestano della chiesa di Brescello e lo anche oggi. Perché evidentemente nemmeno lui è disposto a mollare “la tonaca”. E anche lui si metteva in tasca le sue belle mille lire al giorno, ma era tenuto a una prestazione straordinaria. Racconta a Fulvio Fulvi di Avvenire: «Io suonavo le campane quando mi davano il segnale e portavo messaggi correndo su e giù per il paese» – allora non c’erano i telefonini – «Ha presente la scena della processione del Crocifisso per la benedizione del fiume? Fu girata una ventina di volte perché il cane che doveva seguire don Camillo per le vie deserte del paese non ne voleva sapere. Stava lì senza muovere un passo». E allora? gli chiede Fulvi. Allora «al regista venne l’idea di nascondere sotto la tonaca di Fernandel una sfilza di salamini… E finalmente il cagnolino gli andò dietro!»

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>