Esiste davvero il male?

 

È uscita l’edizione italiana di The Chesterton Review, rivista dedicata al grande scrittore inglese G.K. Chesterton. È indubbiamente una scelta coraggiosa da parte degli editori italiani quella di scommettere su una rivista letteraria in un mercato, come il nostro, poco attento alla letteratura. Ancora più coraggiosa è l’idea di puntare su un autore così anticonformista, o come si dice oggi “politicamente scorretto”.

Uno dei meriti della rivista, oltre a quello di diffondere gli scritti e il pensiero di G.K. Chesterton, è il fatto di non tentare di “addolcire” il carattere anarchico, se non addirittura sovversivo, delle sue posizioni e soprattutto di rilanciare le sue terribili domande.

Come per esempio queste: esiste davvero il male? E se invece noi uomini fossimo ancora nel paradiso terrestre? Ciò basta a farci comprendere bene in che senso il suo pensiero può considerarsi sovversivo. Come nota Paolo Pegoraro nel primo numero della rivista, Chesterton ritiene il peccato di Adamo «non una colpa morale, ma una corruzione del nostro modo di conoscere il reale».

In parole povere, il “peccato” dell’uomo è quello di non riuscire a guardare al bene, alla positività della realtà. È dunque come un difetto della vista, generato da un pregiudizio – una specie di paraocchi o di lente deformante. È una noncuranza, certamente colpevole, ma soltanto una banale noncuranza della realtà, della vita, del fatto di esistere. La realtà, la vita, l’esistenza sono, invece, ciò da cui proviene il bene. Se è così, ci conviene guardarla bene in faccia la realtà. Perché, dunque, «non prendere sul serio il fatto stesso di esistere?» si domanda Pegoraro.

Perché? Rispetto a questo interrogativo, ognuno potrebbe avere una risposta diversa. Una di queste è il fatto che sulla “colpa morale” c’è tutta una fiorente industria. A cominciare da quella dei moralisti, ma anche quella delle ideologie politiche. Se invece l’uomo fosse ancora nel paradiso terrestre, non ci sarebbe bisogno di qualcuno che venga a promettercelo, non ci sarebbe bisogno di tutti questi personaggi che impongano la necessità di rivoluzioni, di paradisi di uguaglianza, di fratellanza. In fondo, sarebbe sufficiente aprire gli occhi sulla realtà per renderci conto di essere tuttora nell’Eden. Con costi per ciascuno di noi, decisamente accessibili.

Quello moralistico è diventato un grosso business negli ultimi tempi, nell’epoca del progresso e delle utopie. Quando si è cominciato a sostenere che nel caso l’uomo avesse mutato la propria condotta avrebbe toccato le gioie dell’armonia e del benessere. Con un po’ di buona volontà, l’uomo si sarebbe liberato progressivamente delle proprie colpe e così «sarebbe venuto il giorno in cui nessuno avrebbe più ucciso» come Chesterton scrive ne Il Napoleone di Notting Hill, e l’uomo sarebbe diventato, per esempio, vegetariano, ma per divenire antivegetariano dopo aver scoperto che anche il vegetariano «sparge il sangue verde degli animali silenziosi». Finché l’uomo, per il rispetto che si deve alla natura, cioè per non far soffrire animali né piante, si dovrà limitare a nutrirsi soltanto di sale. Ma anche qui sorge la tremenda domanda: «È proprio vero che il sale non soffre?»

Osserva Dermot Quinn in The Chesterton Review che l’autore dei Racconti di Padre Brown «non fu un conservatore tradizionalista o (come qualcuno l’ha definito) un reazionario». Il ragionamento di Chesterton è abbastanza semplice: il grande peccato dell’uomo è che «si dimentica di se stesso. […] È assai probabile che ci troviamo ancora nell’Eden. Sono stati solo i nostri occhi a mutare». Il male è dunque soltanto una sinistra rappresentazione delle cose reali. Dovremmo provare, invece, a considerare «la vera roccaforte della realtà».

Insomma, Chesterton appare come l’uomo che, di fronte alla cacciata dall’Eden, si è rifiutato di uscire. E nessuno, forse per la sua considerevole mole, è riuscito a smuoverlo. Bisogna riconoscerlo: un po’ di ragione ce l’ha; infatti, se l’uomo fosse stato cacciato dal paradiso terrestre dovrebbe essere finito in un luogo che potremmo chiamare “inferno terrestre”. È vero, ci sono uomini che credono proprio questo, che cioè la vita terrena sia proprio un inferno. Ma se così fosse, come si spiega la gioia? L’uomo terrestre può fare benissimo, nella sua vita terrena, esperienza della felicità. Dunque, che inferno è mai questo? Basta aprire la finestra per osservare gli alberi, il cielo. Se la felicità è così a portata di mano perché non riconoscere la positività di tutto ciò che ci circonda?

Il male non è una colpa morale. Come una virtù morale non è di per sé un bene. «Non credo affatto» scrive G.K.C. in Menalive, «che essere veramente buono, sotto tutti i punti di vista, possa rendere uno contento».

Perché, dunque, non riconoscere la verità del bene e la menzogna del male? Cosa volete che succeda? Che qualche giornale venda qualche copia in meno, che qualche “uomo della provvidenza” perda il suo posto in parlamento? Che sarà mai?

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.