Eugenio Montale trent’anni dopo

 

«La vita fugge, et non s’arresta una hora, / et la morte vien dietro a gran giornate, / et le cose presenti et le passate / mi dànno guerra, et le future anchora». Eugenio Montale pensava probabilmente a questi versi del Canzoniere di Francesco Petrarca quando compose “Poiché la vita fugge”. In questi giorni ricorre il trentesimo anniversario della morte del poeta ligure, morte che non dovrà aver sorpreso lui che aveva scritto: «prepàrati al gran tuffo». Non sono molti che si sono ricordati di questa ricorrenza, segno non tanto di disattenzione, quanto di una radicale trascuratezza rispetto alla verità dell’esistenza che Montale ci ha presentato e allo stesso incalzare della vita che appunto «non s’arresta una hora». È un peccato, perché il pessimista Montale è stato, paradossalmente, uno dei pochi a saper rendere “ragione della speranza” che è in noi – per richiamare il versetto petrino. Per capirlo bastano questi versi: «Certo / chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere / senz’accorgersi ch’era una rinascita».

«Fummo felici un giorno, un’ora, un attimo / e questo potrà essere distrutto?» scrive il poeta in “Poiché la vita fugge”. Dunque, sebbene «la morte vien dietro a gran giornate» si può dire con questo che abbia il potere di distruggere anche soltanto «un giorno, un’ora, un attimo» della felicità? È difficile pensare che ci sia qualcosa che abbia «la virtù di galleggiare / sulla cresta delle onde / quando il diluvio avrà sommerso tutto» e anche di ciò diranno «ch’è una stoltezza dirselo», come si legge in “Prima del viaggio”. È vero però che questa è una speranza che non può essere taciuta, la speranza cioè che un imprevisto scuota il destino e faccia giustizia del cuore che aspira alla felicità.

Basta anche soltanto il richiamo della governante a ridestare il cuore: «Gina all’alba mi dice / il merlo è sulla frasca / e dondola felice». Non è la morte dunque che restringe l’orizzonte dello sguardo – sembra essere questa la risposta di Montale a Petrarca. È la dimenticanza di quel momento, per quanto breve, – un giorno, un’ora, un attimo – in cui è stato consegnato al cuore dell’uomo, come al merlo montaliano, la promessa della felicità. «È una stoltezza dirselo?» Stoltezza, ci suggerisce Montale, non è l’attesa del compimento della promessa, è piuttosto la censura di quell’evento imprevisto, capace di trasformare la vita. «Prima del viaggio si scrutano gli orari, / le coincidenze, le soste, le pernottazioni / e le prenotazioni; // si consultano / le guide Hechette e quelle dei musei […] // E ora che ne sarà / del mio viaggio? / Troppo accuratamente l’ho studiato/ senza saperne nulla. Un imprevisto / è la sola speranza».

Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura, moriva il 12 settembre 1981 nella clinica San Pio X di Milano. Il Corriere della Sera, al quale Montale collaborava, nell’edizione del giorno dopo, pubblicava “Poiché la vita fugge”, una delle ultime poesie composte, che anche noi qui abbiamo riproposto e nel quale il poeta confida il suo finale presentimento: «Se non di me almeno qualche briciola / di te dovrebbe vincere l’oblio».

Paolo Tritto

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