Flaiano e la burocrazia

 

«Da ragazzo ero anarchico» scriveva Ennio Flaiano, «adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato siano rispettate da chi ci governa».

È vero. Ma come si possono eludere le leggi? Si dice “fatta la legge trovato l’inganno”. E allora, come si può trovare l’inganno? Per questo servono due condizioni: essere privilegiati e avere a disposizione una macchina adatta allo scopo. Questa macchina è, appunto, la pubblica amministrazione.

La burocrazia ha avuto un grande rilievo nella satira di Flaiano, il quale diceva: «vivere è diventato un esercizio burocratico». Perché mai lo scrittore si esprimeva in questi termini? Che diritto aveva di oltraggiare in questa maniera la casta dei potenti e la loro formidabile macchina burocratica? Bisogna riconoscere che ne aveva ben donde.

Per rendersene conto, basta dare una fugace occhiata alla sua carta d’identità che lo dà nato il 6 marzo dell’anno 1910 a Pescara, città di residenza della famiglia. Le generalità sono sfacciatamente false – il classico caso di falso in atto pubblico. In realtà, Flaiano è nato il 5 marzo 1910 a Cappelle sul Tavo, provincia di Teramo – Pescara non figura quindi nemmeno come provincia, sarà infatti elevata al rango di capoluogo soltanto nella successiva epoca fascista. Inoltre, all’ufficio anagrafe il neonato fu registrato col nome di battesimo di Enio, senza la consonante doppia. Tutto ciò, per lo scrittore, era il segno della deprimente sciatteria della burocrazia, ma anche di qualcosa di più inquietante.

Diego de Carolis spiega come andarono veramente le cose alla nascita di Flaiano. Scrive: «Quindi, tornati tutti a Pescara, la mattina dell’11 marzo 1910 alle ore 10.30, il padre si recò presso l’ufficio anagrafe del Comune di Pescara e dichiarò verosimilmente “falsamente” (absit iniuria verbis), forse con la complicità o all’insaputa di due testimoni (F.R. e G.D’A.) che suo figlio, al quale vennero assegnati i nomi di “Enio” (con una enne sola…), Vincenzo, Carlo e Antonino, (come risulta dall’originale dell’atto di nascita) era nato alle ore 7.30 del sei marzo 1910 nella casa di C.so Manthonè al numero civico 91 (!)».

A cosa si debba attribuire il papocchio è facile immaginare. Il signor Cetteo Flaiano, padre del bambino, non era disposto a tollerare che rimanesse traccia addirittura nei registri dell’anagrafe del fatto che sua moglie avesse abbandonato il tetto coniugale, per giunta in prossimità del parto, per tornarsene dai suoi genitori. Fece valere dunque la sua astuzia e il suo potere per ottenere una mendace annotazione anagrafica. È un episodio che infastidirà non poco Ennio Flaiano ma che nello stesso tempo fornì allo scrittore la chiave di lettura di quel mondo bizzarro che è la pubblica amministrazione. Un mondo che teoricamente dovrebbe garantire imparziali procedure nell’intervento dei pubblici poteri, ma che in realtà è usata senza ritegno come una scienza che in maniera inclemente “aggiusta” tutto in favore di chiunque abbia un qualche potere da far valere.

Si diceva che la burocrazia abbia avuto un grande rilievo nella satira di Flaiano. Infatti, i suoi scritti hanno mosso l’interesse di un certo numero di giuristi, uno dei quali è appunto Diego de Carolis, docente universitario e avvocato, autore di “Flaiano e la pubblica amministrazione” pubblicato da REA Edizioni di L’Aquila lo scorso anno, in occasione del centenario della nascita dello scrittore. Il volumetto del de Carolis è una raccolta antologica nella quale troviamo uno spettro davvero ampio, fornitoci da Flaiano, della realtà amministrativa italiana e della sua caratteristica manifestazione patologica. Una realtà che però, per quanto frutto di irrazionalità, sa tenere bene in pugno la nazione e far valere il suo cieco potere sui sudditi sottomessi.

Scrive Faliano in “La solitudine del satiro”: «Da questa insulsa dominazione sono venuti agli indigeni i mali che li affliggono: la devastazione “costruttiva” del paese, la corsa sfrenata verso quelli che essi ritengono i piaceri della vita: stermino della natura, furti di beni dello Stato, costruzione intensiva di orribili abitazioni che essi chiamano ville, frantumazione di idee, libertà intesa come prigionia del proprio vicino, amore forsennato per lo sport fatto dagli altri, frodi alimentari, disboscamento, suoni e luci, rumori molesti, distruzione dei parchi per far posto alle automobili; che sono i soli feticci tenuti da conto».

Si deve dire che in Ennio Flaiano non v’è sdegno nei confronti del meschino burocrate. Probabilmente perché lo sdegno richiede quell’alterazione dell’animo che nel mite scrittore non avrebbe mai potuto attecchire. Né si ritrovano in lui tracce di giustizialismo, di quella esigenza di trionfo delle leggi che nessun sincero anarchico potrebbe veramente desiderare.

«Ecco perché» diceva, «non mi sento di dir male della nostra burocrazia». In “Le ombre bianche” confessa inoltre: «Sono tornato all’Anagrafe per quella storia dei nomi. Non spero di ottenere nulla, ma l’ambiente mi piace e più ancora le persone che lo frequentano, tutte preoccupate di essere ciò che sui registri non risulta».

In tempi remoti, l’uomo preistorico abitava nelle caverne o sulle palafitte. Oggi l’uomo preistorico ha trovato il suo habitat naturale negli uffici della pubblica amministrazione. È una buona cosa, è così che si preservano le specie animali a rischio di estinzione. Per questo Flaiano non odia chi esercita un potere burocratico. Anzi, manifesta una certa comprensione nei confronti di chi ha ricevuto in sorte l’attribuzione di una qualche funzione all’interno dell’organizzazione statale. Il burocrate, con il suo goffo approccio alla realtà, fa sorridere. Come è impacciato questo uomo preistorico quando è chiamato a confrontarsi, per esempio, col mondo evoluto dell’arte. Scrive Flaiano: «Il cinema? Ah, va benissimo, si fa ormai un solo tipo di film, storico e a colori, che ha permesso la produzione “su domanda”. Si tratta di questo: chi vuol fare un film storico e a colori fa domanda in carta da bollo all’ente dello spettacolo, specificando alcuni elementi della sua storia: il nome del tiranno, il nome del ribelle, il grado di parentela tra la donna amata dal ribelle e il tiranno, il luogo dove avviene la festa (reggia, castello, parco?), quanto dura l’assedio, la località dove avviene il duello tra il tiranno e il ribelle. Questo per evitare che si facciano due o più film sullo stesso episodio, com’è, purtroppo, avvenuto».

Vivere e, come si vede, anche fare arte, cultura, «è diventato un esercizio burocratico». Ma niente paura. Flaiano è lì a ricordarci che riusciremo a salvarci: «Mi spezzo ma non m’impiego!»

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.