Forse ci salverà un regista

 

Rispetto alla crisi economica che sta mettendo in ginocchio l’Europa, nulla sembra essere capace di arrestare il declino e di allontanare lo spettro della recessione. Ci troveremo di fronte a scenari catastrofici, con milioni di diseredati finiti in mezzo a una strada? Ci sentiamo impotenti, le nostre ricette sembrano valere ben poco a scongiurare un simile pericolo e del resto siamo forse noi stessi la causa di tutto questo.

«Il tenore dominante è la distruzione. Siccome non siamo più contenti del nostro mondo, passa l’idea che prima dobbiamo distruggerlo e poi potremo costruirne uno migliore. Ma si tratta di un atto suicida e irresponsabile. Se in Europa vuoi ricevere un premio letterario, giornalistico, teatrale o cinematografico, devi dimostrare che niente è sacro, che è tutto una porcheria, che la vita umana non conta e che l’uomo è peggiore di quello che crede. Se dici tutto questo il premio è garantito».

Chi parla così, in un’intervista al settimanale Tempi, è Krzysztof Zanussi, regista polacco. Zanussi non è un economista, né ha responsabilità di governo. È soltanto un uomo attento alla realtà. Forse anche per questo, pur avendo in tasca due lauree, tra l’altro diversissime tra loro, una in fisica e l’altra in filosofia, a un certo punto ha mollato tutto e ha preso in mano una cinepresa. Ha girato pellicole come “L’anno del sole quieto”, nel 1984 Leone d’oro alla Mostra di Venezia, e “Da un paese lontano”, popolare film sulla vita di Giovanni Paolo II.

Zanussi ha una visione della situazione economica europea quasi apocalittica; dice che dopo il rischio default dei paesi mediterranei, Italia compresa, «domani sarà la volta della Germania e della Francia». Ma l’elemento di vera novità della citata intervista è l’idea che, secondo il regista, la causa della crisi economica è proprio il benessere: «Uno degli effetti collaterali del benessere è la perdita del contatto elementare con la realtà. Si è persa l’idea che bisogna lottare per sopravvivere, un’idea invece molto viva in Cina, e non è un caso se ci surclassano».

È un paradosso: ciò che blocca lo sviluppo è il benessere, perché soffoca quel desiderio che spinge alla lotta per migliorare le proprie condizioni di vita. Dice Zanussi: «Il benessere sta bloccando l’uomo». Il giornalista di Tempi, quindi, gli domanda cosa fare se questo desiderio scompare. «L’ormone del desiderio non è ancora stato inventato» risponde, «non lo si può distribuire come sostanza da iniettare con una siringa. È una cosa naturale, che abbiamo dentro: l’uomo desidera quando è povero». E non si tratta di attendere di diventare poveri, basta aprire gli occhi per rendersi conto che poveri lo siamo diventati già: «Oggi abbiamo tutti una casa, un lavoro, una macchina, e pensiamo di essere ricchi. Ma non è così. Dobbiamo tornare a renderci conto che siamo poveri».

La ripresa economica ci sarà quando torneremo a renderci conto di ciò, quando torneremo a essere realisti. «L’uomo» conclude il regista, «deve avere il coraggio di andare incontro al tremendo. In questo può essere aiutato – è paradossale, lo so – dalla percezione della precarietà della propria vita. In fondo, il compito dell’arte è questo». È necessario, perciò, cambiare anche il modo di fare arte. Che non può essere una descrizione infiocchettata della propria esistenza – una “narrazione”, come si dice adesso – non può essere un’evasione, un compiacimento. «Sciocchezze» dice Zanussi, «l’arte deve essere dolorosa. Shakespeare è tremendo, le tragedie greche sono tremende, eppure la gente andava a vederle apposta». Perché era un’arte che costringeva lo spettatore a guardare in faccia la realtà. Quindi a suscitare il desiderio di un cambiamento.

Paolo Tritto

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