FORZA

 

E’ concettualmente drammatico dover sintetizzare così, e l’uso di questa parola si presta a così tanti fraintendimenti che qualcuno trova da troppo conveniente (e più efficace) neppure citarla.
Occorre Forza, una forza grande, un’enorme forza. Occorre sempre.
Per fronteggiare la nostra parte migliore.
L’altra parte, l’Ombra, quella che vivacchia e prende il sole nel silenzioso beneplacito degli altri bagnanti, è ben più collaudata e riconosciuta. Ne abbiamo un fiuto finissimo: segretamente riconosciamo e tolleriamo negli altri questa nostra prepotente energia, e nell’idea che ci siamo fatti del mondo accogliamo l’Ombra altrui come fosse un presupposto quasi naturale. Ci limitiamo così a giudicare la maggiore o minore sopportabilità d’un altro essere umano dalla capacità di tenere la sua Ombra in qualche modo a bada, almeno socialmente. Riconosciamo con una certa precisione negli altri quale gesto accennato o sfuggito soggiaccia al poderoso richiamo della disarmonia cristallizzata funzionalmente che qui chiamo Ombra.
Sentiamo che non può non esserci e sappiamo che non le si può sfuggire; lo affermiamo a noi stessi con la stessa certezza con cui alberghiamo il tristo sentimento che troppa vita s’è già consumata sotto l’egida d’una civiltà che non fu architettata per rimuoverla, ma che al contrario v’edifica bar, cinema, discoteche, studi televisivi, letteratura, supermercati, ospedali, scuole e cimiteri. Il mercato della vita e della morte.
E dall’altro lato le facili soluzioni, le spicciole epifanie d’un segreto, d’un benessere raggiungibile tramite corsi De Agostini o Filosofie Variegate ugualmente proliferano. Io stesso, a ricalcare così le sempiterne prefazioni a libri di liberazione spirituale un po’ mi vergogno. Tutto ciò ch’è dicibile e intendibile di questi tempi sembra già irrimediabilmente farlocco o fuori tempo massimo.
La sensazione si rinforza se concedo a me stesso la libertà di pensare che in fondo la soluzione è a portata di mano. Il problema è che non è esprimibile tramite alcun piano di lavoro o elencazione di pratiche igieniche da seguire scrupolosamente.
Se provo a sintetizzarla in qualche modo mi ritrovo sempre di fronte a questa parola. Forza. E alla sua prima specificazione: forza di sopportare la luce ch’è in noi.
E bisogna allora ch’io sfugga alla sensazione di starmi esprimendo a favore d’una filosofia che faccia del principio di bastian contrario il suo perno. Non tutto ciò che afferma la vita pur entro questo stato di cose è negativo. La vita trascende le sue forme. Vi sono forze in noi che vengono semplicemente stornate verso esiti imprevidenti o dannosi, ma meglio: verso esiti inconsapevoli. La forza non dovrebbe esser mai lasciata all’inconsapevolezza. E consapevolezza è: conoscere la misura della propria Ombra.
Sintanto che la si occulti dietro principi generali, la si vezzeggi diffondendola come prevenzione, la si adori in sé sopportando il peso di una vita pubblica inautentica per garantirle una salvifica manifestazione nelle segrete tenebre del privato e dell’inconfessabile le si soggiace.
Ciò che mi preme sottolineare è che l’Ombra viene fuori in maniera più semplice ed agevole della Luce: cedendovi si avrà perlopiù la sensazione di stare obbedendo alla propria natura più profonda. Questo fraintendimento è causa di molti mali.
In primis la lacerante e ben nota alienazione di dover essere costretti a dire e recitare una parte sociale totalmente incoincidente con i propri pensieri più riposti. In secondo luogo non offrire a tali pensieri alcuna via per trovare le sue distanze da istinti fatalmente e storicamente incattiviti, votati alla sopravvivenza e cristallizzazione coatta dell’Ombra.
Niente che non fluisca porta Luce ed energia positiva.
Una volta che della Luce (e uso questi termini un po’ stereotipi e ormai banalizzati dall’uso, ma tutte le parole ne sono vittime, il che non deve impedirci di sceverare fra significante e significato) non vi sia altro significato emotivo che “impedimento e ostacolo”, il processo di ottenebramento (che qualcuno, che andrebbe oggi ripescato, definiva “peste emozionale”) diventa difficilmente reversibile.

Forza dunque. Segue lista estemporanea.
La forza di apparire banali, fuori luogo, talvolta criptici talvolta troppo espliciti; la forza di reclamare ciò che non v’è e che serve; la forza di non mortificare il bambino dentro sé; la forza di sopportare il proprio e l’altrui dolore alla luce della consapevolezza tragica dell’esistenza; la forza di dare un senso alle cose per noi; la forza di condividerlo con altri; la forza di prender parte anche da soli; la forza di non accettare la comodità d’un discorso ben riuscito senza sentire d’aver in qualche modo banalizzato la vita e riuscire ad andare tuttavia ancora più a fondo in essa; la lucida forza di non parlare solo per sortire un effetto che mitighi illusoriamente la nostra solitudine; il coraggio di sentire che senza qualcun altro con cui “vivere” il senso il senso stesso s’isterilisce e muore; il coraggio di capire che l’altro uomo è nemico solo se lo temiamo o se ci teme; la forza di persuaderlo della nostra consapevolezza, di metterlo nelle condizioni di non difendersi, di non aver paura, di non provare senso di colpa; non demonizzare alcunché; non ipostatizzare niente; non credere in verità assolute e nei suoi simboli più deteriorati (Dio, Spirito, Verità, Legge); il coraggio di affrontare ogni singolo giorno come dotato di un senso intrinseco e non delegabile a concetti permanenti; la forza di cogliere negli altri gli aspetti di noi stessi che a noi stessi danno più noia; la bellezza di confessarli e la serenità di sentirsi supportati nel’affrontarli, sublimarli, cantarli, scherzarci; il coraggio di non coincidere con la nostra immagine sociale; l’assumersi il peso di ogni singola azione donandole il significato d’un viaggio di scoperta e non della perdita di una meta (che non è mai raggiunta).

Se basta aver fame per sentirsi egoisti allora non abbiamo scampo.
Forse un giorno luminoso che verrà l’unica differenza fra un uomo che crede (nell’Altro Uomo, in Dio, Spirito, Verità, Legge et similia) e uno che non crede sarà semplicemente la cifra di quanto è disposto a donare a sé in termini di qualità.

Alessandro Calzavara 

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