Giorgio Bassani stroncò Carlo Levi

Giorgio Bassani, fra i massimi intellettuali italiani, fondatore di “Italia Nostra” e rinomato scrittore (suo “il giardino dei Finzi-Contini“, da cui De Sica trasse il film che lo scrittore ripudiò in quanto troppo lontano dal suo testo), analizza in un suo scritto passato finora inosservato, “Levi e la crisi”, lo scrittore torinese e le sue opere.

L’autore del “Cristo si è fermato ad Eboli“, che tanto ha significato per la Lucania è definito ambiguo, mediocre. La sua versatilità, che lo fa essere scrittore, medico, pittore (un’intera ala del Museo d’arte di Matera è dedicata ai suoi dipinti), giornalista, politico, medico, è apparente, formale: è invece ambiguità, indeterminatezza.

Carlo Levi non è come i grandi del Rinascimento, che riuscivano a meravigliare ed eccellere nei più diversi campi del sapere; è un semplice e comune mortale che semina il suo credo in vari campi, ma ogni sua opera necessita la conoscenza del suo contesto, del suo pensiero, per essere apprezzata: se isolata è mediocre.

Persino “Cristo si è fermato ad Eboli” deve il suo straordinario successo ad un equivoco di fondo. Un libro, sia chiaro, meritevole per la giusta denuncia, un testo sicuramente opportuno. Un libro però dove sia i critici che i lettori pensarono erroneamente di leggere una descrizione della Lucania, così come era durante gli anni del Fascismo. Una descrizione a torto considerata documentaristica, cui si perdonavano i pochi eccessi (le donne-vacca, gli uomini-lupo e altro).

In realtà “Cristo si è fermato ad Eboli” non parla della Lucania. Ed è un altro testo di Levi, “Paura della libertà“, scritto precedentemente (ma pubblicato un anno dopo) a fornirci la giusta chiave di lettura delle opere di Levi.

Secondo Levi, l’Uomo moderno vive una crisi perenne che rende incerto il suo destino, e oscilla fra due condizioni dal fragile equilibrio: da un lato l’astratta libertà e la vuota ragione che cercano di distaccarlo dal flusso dell’indifferenziato, e all’opposto  l’incapacità assoluta nel differenziarsi. E’un testo molto ostico, i cui enunciati necessitano chiarimenti e approfondimenti.

La figura del medico-pittore confinato in uno sperduto borgo è l’incarnazione della volontà di liberazione e di autodeterminazione propria dell’Uomo.

Lo Stato fascista, con il volto inespressivo dei gendarmi, la crudeltà dei Signori di Aliano, simboleggia invece tutto ciò che è trascendente e incomprensibile all’uomo e pertanto a lui avverso.

I contadini, con i loro volti indeterminati, con le loro figure tutte uguali, con la loro passiva, anarchica, antistorica opposizione alle nemiche forze dello Stato, altro non sono che la personificazione della natura oscura e ineffabile, dell’indifferenziato cui è sempre necessario tornare per essere liberi davvero.

Tutto, nel Cristo, serve a enunciare e esplicare il credo di Carlo Levi sulla crisi dell’Uomo contemporaneo. La Lucania, i suoi luoghi, la sua gente, fungono da semplice pretesto e scenografia per quest’operazione: un coro generico e pittoresco che dia forma visibile agli enunciati filosofici di Levi.

Parlando della Lucania e dei suoi contadini, Levi non intende affatto darci una visione oggettiva delle cose, come è apparso ai più (da qui l’equivoco) ma intende verificare in quelle persone e cose la sua ideologia, la sua vicenda intellettuale.

Non c’è una singola figura, un singolo passaggio o episodio del Cristo che non accenni a qualcosa di soprasensibile, a un significato altro.

Ed è infatti proprio il protagonista del racconto, Levi stesso, il medico torinese che si auto-compiace narcisisticamente, a simboleggiare la crisi stessa di cui Levi vuol parlarci.

Una crisi che si sviluppa attorno ad alcuni punti precisi in cui convivono lo Stato, il brutale nemico, segno al contempo del bisogno di rapporti umani veri e dell’incapacità ad istituirli liberamente il bisogno di autodeterminarsi (il confino in terre dove lo Stato, il Cristo, non arriva), e per far questo perdersi nell’indeterminatezza di un mondo primordiale, pre-statale o anti-statale (il mondo dei contadini), in cui però non si riuscirà mai del tutto a fondersi, poiché ormai lo Stato ci ha reso impuri e incapaci a farlo.

Il tentativo irrealizzabile di determinarsi affogando nell’indeterminatezza: questa la chiave di lettura dell’opera omnia leviana: i suoi quadri, i suoi libri (incluso “l’orologio”, successivo), il suo agire politico.
Ed è proprio questa indeterminatezza di cui ci parla Levi, a contraddistinguere lo scrittore in primis, che non riesce a spiegarsi, e non riesce a trovare un canale che possa esprimerlo, e resta così indeterminato: pittore, scrittore, politico, giornalista, e in ultimo tutti e nessuno di questi.
E forse proprio perché indicativo della crisi degli intellettuali della sua generazione, che il Cristo di Levi ha qualcosa da dire a noi posteri.
Una lente distorta attraverso la quale -nota Bassani in un convegno del 1966 tenutosi a Matera alla presenza dello stesso Levi- gli intellettuali hanno visto i Sassi di Matera, soffermandosi sull’immagine della miseria tollerata dallo stato fascista, e non considerando l’enorme portato di patrimonio culturale, artistico e storico insito in quel bene e in chi vi abitava.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>