Giovannino Guareschi e la Lucania

 

Negli anni Cinquanta, ormai affermato scrittore, Giovannino Guareschi scriveva: «In un certo senso mi pare d’essere ancora collegiale al “Maria Luigia”. In un certo senso mi par d’essere ancora allievo ufficiale alla scuola d’artiglieria di Potenza».

L’8 novembre del 1934 il giovane Guareschi partiva per il servizio militare, destinato al Corpo d’Armata di Potenza per il corso ufficiali di complemento d’artiglieria. La partenza non sarà priva di conseguenze: al Corriere Emiliano, dove lavorava, approfitteranno dell’allontanamento per licenziarlo. E il padrone della casa che aveva affittato non sarà da meno: approfitterà anche lui per dargli lo sfratto. Guareschi dovette cominciare a fare i conti, dunque, con problemi economici abbastanza seri.

Oreste Del Buono, in “Amici, Amici degli Amici, Maestri”, scrive: «Giovannino Guareschi a ventisei anni non aveva più potuto rinviare la prestazione del servizio militare perché non aveva dato abbastanza esami a giurisprudenza e si era trovato in viaggio per l’Accademia militare di Potenza, da cui era venuto fuori come sottotenente di artiglieria destinato al sesto artiglieria del Corpo d’armata di stanza a Modena, dove era stato giudicato, al primo colpo d’occhio, dal colonnello Efisio Marras, un soggetto da tener lontano da un cannone. Era il più scassato aspirante uscito dalle scuole addette all’istruzione degli ufficiali di complemento, ma aveva, in compenso, sfondato come pittore e decoratore di muri di caserma».

Durante il suo soggiorno a Potenza, Giovannino Guareschi collaborò al numero unico “Macpizero” che circolava tra i soldati in servizio di leva nel capoluogo lucano e dove disegnava caricature, oltre a pubblicarci “L’epistolario amoroso del soldato Pippo”. Scrive Guido Conti: «Nel “Macpizero” Giovannino sperimenta un racconto a puntate, con una serie di nove lettere alla fidanzata in cui spiega la vita militare. La domanda retorica iniziale è un meccanismo comico e narrativo per raccontare. Le lettere sono illustrare da vignette molto importanti, perché costituiscono l’inizio di una serie dedicata alla vita militare nei primi numeri del “Bertoldo”: “Gli strani soldati di Carillon”.»

Interessanti sono anche le fotografie che in questo periodo egli scattava a Potenza e quelle del campo di addestramento tenuto a Melfi.

L’esperienza militare influenzò molto la vita e la personalità di Giovannino Guareschi. Come sappiamo, questa si concluderà tristemente nei campi di internamento nazisti; la vita nel lager ispirerà poi il “Diario clandestino”, il libro che lo consacrerà come scrittore al grande pubblico prima ancora che si affermassero i racconti di don Camillo e Peppone.

Matura in questo periodo anche la sua attività di giornalista umoristico. Era proprio durante il servizio militare che Rizzoli faceva sapere a Guareschi della sua intenzione di fondare un giornale umoristico per contrastare lo strapotere del Marc’Aurelio, giornale satirico fondato qualche anno prima a Roma. Il Marc’Aurelio aveva raggiunto l’incredibile tiratura di 350 mila copie e si avvaleva della collaborazione di firme di primissimo piano, come quelle di Cesare Zavattini, Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Mario Camerini, Ettore Scola, Stefano Vanzina, Federico Fellini.

Angelo Rizzoli chiese dunque a Guareschi se volesse coinvolgersi in questo nuovo progetto editoriale e se fosse disposto a incontrarlo, ma si sentì dare dal giovane una risposta negativa; non era cioè disponibile. La verità  di questo rifiuto la apprendiamo in una lettera che Guareschi spedì al suo mentore Cesare Zavattini: non aveva i soldi per il viaggio. Scrive: «Verrei volentierissimo a Milano ma la cosa è impossibile, impossibilissima perché ho disponibili soltanto due lire al giorno per arrivare alla fine del mese. Non sono mai stato così pezzente e me ne vergogno mortalmente». Così, fu Rizzoli che andò a trovare il militare Guareschi e così fu fondato il Bertoldo, il giornale intitolato “al più famoso villano della letteratura italiana”.

Giovannino Guareschi fu deportato nei campi di internamento militare insieme a quegli ufficiali dell’esercito italiano che si erano rifiutati in massa di aderire alla Repubblica di Salò. Molti di questi ufficiali avranno poi un ruolo rilevante nella società italiana del dopoguerra. Uno di questi compagni di prigionia è stato Guido Carli, futuro governatore della Banca d’Italia, anche lui proveniente dalla caserma di Potenza.

Per tenere alto il morale, gli internati dovevano tirare fuori tutta la loro creatività. Nacque praticamente dal nulla la Radio Caterina, una radio ricevente perfettamente funzionante, realizzata con mezzi di fortuna: scatole di caramelle, stracci, cartine di sigarette. Fu fondata anche una “Regia università di Sandbostel”, con vere lezioni universitarie tenute dagli ufficiali; basti pensare che uno di questi docenti era il professor Giuseppe Lazzati, storico rettore dell’Università Cattolica. Il maggiore interesse di Guareschi fu però suscitato dalla lezione tenuta dall’avvocato Rocco Buccico di Matera.

Nel Grande Diario, Giovannino Guareschi scrive: «Conferenza di Buccico: “Cos’è l’umorismo?”. Ottima». Nella stessa giornata annota anche che pioveva, che faceva freddo, che la salute era discreta. Era il giorno 8 giugno 1944. Nella pagina troviamo anche una sigla: “SB”. È un’abbreviazione della parola “sbarco” e ciò significa che nel lager nazista gli internati riuscivano a seguire dalla Radio Caterina le operazioni di sbarco degli alleati in Normandia. Sembra incredibile.

I rapporti di Giovannino Guareschi con la Lucania non furono sempre teneri. Ci fu, anche, un’aspra polemica che lo scrittore intavolò con il Corriere Meridionale, giornale di Matera, e con il direttore Leonardo Sacco riguardo all’ipotesi dell’apertura democristiana a sinistra, avversata energicamente invece da Guareschi. Era l’anno 1960 e quella che sembrava una semplice polemica giornalistica finì per degenerare in maniera clamorosa – fatto eccezionale all’epoca.

Tra Guareschi e Leonardo Sacco si arrivò allora alle parole grosse. Il Candido, nel numero uscito il 17 luglio, aveva attaccato il senatore democristiano Antonio Bollettieri di Matera al quale attribuiva il “record della stupidità” per essere riuscito a farsi ripetutamente applaudire dai social-comunisti nel corso di un discorso tenuto al Senato e che il Corriere Meridionale aveva pubblicato integralmente; un discorso con il quale si approvava il provvedimento del governo che aveva sciolto il congresso del Movimento Sociale convocato a Genova. Il senatore Bollettieri era stato fino a quel momento un duro oppositore del partito comunista e oggettivamente appariva un po’ strano che fosse proprio lui a inveire contro il MSI che scegliendo come sede del proprio congresso una città decorata con la medaglia d’oro al valore della Resistenza voleva di fatto, secondo il senatore, «forzare pericolosamente una situazione politica, morale, e psicologica».

Inutile dire che quella settimana le copie del Candido distribuite nelle edicole della città lucana si esaurirono subito. Il senatore Bollettieri certamente non si era reso conto del rischio di farsi carico di quella grave crisi che in quei giorni attraversava la DC, letteralmente allo sbando. Questo partito, infatti, non aveva deciso ancora quale direzione intraprendere, se aderire cioè definitivamente a una formula di centrosinistra o cercare, invece, alleanze a destra. Il Corriere Meridionale spingeva evidentemente per la prima ipotesi; la difesa dell’esponente democristiano dalle accuse del Candido aveva questo scopo. E ciò fa capire anche la violenza verbale cui fece ricorso il giornale di Matera per screditare Guareschi, accusato di essere un ubriacone, di essere un “proprietario di vacche” e perfino “odorando ottimo letame”.

Tre lettori materani del Candido prontamente scrissero a Guareschi, sollecitandolo a replicare. Ma lo scrittore emiliano “delegò” la faccenda alle sue vacche, che erano state appunto chiamate in causa; riferisce Guareschi che però le vacche «sono spiacenti di non potersi trovare d’accordo col “Corriere Meridionale”. Anche per loro, un senatore democristiano che si fa applaudire dai socialcomunisti non si dimostra un brillante ingegno. Ad ogni modo teniamoci visti».

La “soffiata” dei tre lettori di Matera non andò evidentemente giù al Corriere Meridionale che si affrettò a rispondere per le rime. Nell’edizione del 31 luglio possiamo leggere che Guareschi «ha rinunziato ad essere umorista per dimostrarsi ogni settimana scontento di tutto e di tutti con un linguaggio truculento e spesso triviale, e con un pessimo gusto perfino nella scelta degli argomenti, giacché ad ogni lettore, per poco che sia informato degli avvenimenti della settimana, non può sfuggire che Candido fa una scelta fin troppo faziosa delle notizie, perfino di quelle che si presterebbero proprio ad un giornale che voglia fare dell’umorismo e dell’ironia».

Il Corriere Meridionale conclude: «La verità è, come abbiamo accennato, che la questione di Candido e di Guareschi è fondata anzitutto su cistifellee malate. Non per niente, come ben si potrebbe dimostrare, si tratta di uno di quei casi in cui la migliore spiegazione può venire dalla medicina. Non senza una buona aggiunta di psicoanalisi».

Erano colpi bassi; ma quelli erano i tempi dell’intransigenza e in queste situazioni si capiscono certi toni e si capisce anche perché un giornale come il Corriere Meridionale sosteneva che con il Candido “non si può andare per il sottile”.

Guareschi incassò il colpo, senza reagire. Era fatto così. Paragonava se stesso a un pugile che sul ring deve essere capace di colpire l’avversario, ma anche di sapere incassare. Purché si rispettino certe regole della boxe, ciò che lui chiamava “un bendaggio regolare”. Guareschi non era solito protestare, come non protestava per le gratuite accuse di neofascismo, nonostante lui avesse preferito andarsene in campo di concentramento pur di non aderire alla Repubblica Sociale fascista. O come quando qualcuno, come fece Piero Lacaita, sindaco di Manduria e redattore del Corriere Meridionale, lo accusava di non conoscere «la miseria, la fame, la disperazione dei nostri contadini»; lui che invece aveva abbandonato Milano per andare a vivere nella Bassa padana che allora era molto più simile alle campagne di Manduria di quanto Lacaita potesse immaginare.

Scriveva Guareschi proprio in quel periodo: «In una repubblica che fa rimpiangere la monarchia, in un regime antifascista che fa diventare neofascisti i vecchi antifascisti, con una democrazia cristiana che vuol far diventare marxisti i cattolici, con i socialisti che trafficano con i clericali per conto dei comunisti e con dei monarchici che non vogliono il Re, un povero disgraziato come me dove vuoi che sbatta la testa?»

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.