GMB Akash: Survivor

La fotografia è una questione di cuore.
Di sentimento, di sensazioni.
Molto spesso si tende a sottolineare aspetti puramente tecnico-stilistici o addirittura prettamente legati alla macchina fotografica. Ma quando si parla di fotografia, dal mio punto di vista, si parla di storie. Il fotografo è una sorta di moderno “menestrello”. Usa le immagini per raccontarci di luoghi e di persone lontane, di eventi tragicamente importanti, di circostanze sorprendentemente positive o ancora per sottoporci un personale punto di vista sul mondo. Attraverso l’obiettivo, il fotografo ci parla di se stesso attraverso gli altri e viceversa, mettendosi a nudo o evidenziando aspetti del quotidiano che sovente si è portati a sottovalutare. Una buona inquadratura, una buona composizione dell’immagine oppure una corretta esposizione sono sicuramente fondamentali, ma se dovesse mancare “la storia da raccontare” sarebbero solo uno sterile contenitore. Al contrario una foto tecnicamente sbagliata, per motivazioni di qualsivoglia natura, ma forte di un contenuto coinvolgente rimane indubbiamente opera di pregio. Per il semplice fatto che riesce a comunicare qualcosa di profondo e sentito all’osservatore.
E allora quando parliamo di fotografia, parliamo di cuore, sensazioni, poesia.

Il reportage è sempre stato associato al giornalismo “alto”e, di riflesso, Il fotoreporter alla figura del fotografo di guerra o d’assalto. Temerari armati di macchina fotografica che si gettano nella mischia rischiando la vita per documentare eventi di grande rilevanza storica e sociale. Foto di contenuto ma spesso crude. In certo reportage non è importante come si racconta la storia, ma raccontarla in ogni caso. Un servizio che è offerto alla società. Un documento che dovrebbe aiutare a riflettere e a non commettere i soliti grossolani errori di cui la storia è ricca. Non c’è spazio per i fronzoli.

Ma si può fare reportage con sentimento? Si può raccontare storie crude e drammatiche proponendole al pubblico con delicatezza e cuore? Tagliando corto: si può fare poesia anche nel fotogiornalismo?

Steve McCurry ha dimostrato che si può. E tanti altri reporter hanno seguito il solco tracciato da pionieri come lui. Curando aspetti spesso tralasciati in questo genere di fotografia e mettendo a frutto il proprio bagaglio umano e sentimentale. Prendendo contatto con l’ambiente in cui si opera e socializzando con chi sarà il protagonista della storia che si vuole raccontare. Una vera e propria missione in cui l’uomo è fondamentale con tutti i suoi pregi e difetti. Nel lasso di tempo necessario alla produzione del reportage il fotografo si cala completamente nel ruolo di “missionario”: viene a contatto con storie e ambienti e ne assorbe per osmosi tutti gli aspetti. Si affeziona inevitabilmente ai protagonisti, ne diventa amico e confidente. E quando il rapporto coinvolge i sentimenti è inevitabile riversarli nelle fotografie che si scatteranno. Con trasporto, dolore, felicità, amore. Il segreto, quindi, non è più osservare il mondo attraverso la macchina fotografica, ma viverlo.

GMB Akash è un esempio di questo modo di fare fotografia. I suoi scatti sono carichi di sentimento e di passione. La crudezza che spesso emerge dalle circostanze fotografate è attenuata magicamente dall’estrema delicatezza degli scatti, senza intaccarne l’intento riflessivo e di denuncia. Akash entra in punta di piedi in situazioni drammatiche senza invadere l’ambiente e ci racconta con profondo rispetto le difficoltà di chi vive certi luoghi del nostro pianeta. Chi osserva le foto di Akash non può non avvertire il tremito vibrante dei sentimenti che ha provato mentre scattava. Il coinvolgimento dinanzi a storie difficili e tremendamente tristi. Ed è proprio quel coinvolgimento che gli ha permesso di rispettare profondamente la dignità dei suoi soggetti, ritraendoli nella crudezza di quelle circostanze senza sminuirli e spogliarli della propria umanità.

Akash, mio “fratello” per sua stessa concessione, mi ha raccontato che la passione per questo media artistico è partita grazie ad una mostra sui giovani bengalesi affetti da HIV. Quello sguardo su un mondo di sofferenza ed emarginazione lo colpì profondamente. Non tanto per il contenuto delle immagini, quanto per il potere comunicativo che esprimevano. Si sentì investito da una missione: raccontare al mondo le storie che non hanno voce e che si perdono tra i vicoli più oscuri della nostra era. Non aveva i soldi per acquistare la pellicola e si esercitava nell’inquadratura semplicemente pigiando lo shooter. Si fermava lungo i vicoli più malfamati delle città asiatiche e scattava foto immaginarie. “Dio benedica il digitale” mi ha detto ridendo “si risparmiano un sacco di soldi!”. E risolto il problema delle pellicole, Akash ha iniziato a raccontare il mondo che gli interessava. A dare voce ai reietti. A denunciare cosa va cambiato. Racconti che esprimono un vero amore. Per la fotografia e per l’uomo.
Fare reportage e fare poesia.

Raccontare una storia e comunicare sentimento.

Rispettare l’uomo e denunciarne le brutture.
C’è forse qualcosa di più importante e più bello al mondo?

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>