Hollywood correct

Che Paul Thomas Anderson sia un regista dedito alle tematiche scomode non è certo una novità. Che l’Academy si dimostri, di anno in anno, una piatta cerimonia la cui politica nell’assegnazione dei premi è del tutto allergica alla vertigine, anche. Cosa c’entrano le due cose? In un illuminante articolo apparso poche settimane fa su Film Tv, Mauro Gervasini si sofferma sull’ultima edizione degli Oscar ricavandone un quadro di desolante immobilità conservatrice: in una stagione in cui il cinema americano ha tirato fuori le sue carte migliori, Hollywood ha preferito rimasticare vecchie consuetudini che solo in apparenza possono vantare l’applicazione di criteri meritocratici, se di arte cinematografica si parla. Da una parte Argo (miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio), del politicamente impegnato (e corretto) Affleck, film dagli umori settanteschi non privo di una esibita furberia filoamericana; dall’altra, i cosiddetti premi “già scritti” e anticipati dai Golden Globes, i cui riconoscimenti sono spesso l’anticamera che conducono sul tappeto dorato dell’Academy (Day Lewis, Waltz, Tarantino e Lee in primis). In entrambi i casi, forte è stata la sensazione di trovarsi di fronte a una manifestazione accomodante, falsamente progressista e immancabilmente legata a quelle logiche di mercato e di salvaguardia etica che da sempre Hollywood in quanto ente si preoccupa di preservare. Grande escluso da questo valzer di potere, proprio il quarantaduenne Paul Thomas Anderson, senza dubbio l’ultimo, grande romanziere e narratore cinematografico americano vivente. Un percorso che certamente ricorda quello del primo Scorsese, snobbato per così lungo tempo dall’empireo hollywoodiano da far pensare che fosse vittima di una congiura. Il suo “The Master” è entrato dalla porta di servizio del Dolby Theatre attraverso nomination di circostanza (attori protagonisti e non protagonisti) uscendosene a gola secca e senza tanti complimenti, quasi come elemento non gradito. Un dettaglio – e che dettaglio! – che non ha sorpreso i più smaliziati o chi ha avuto la fortuna di vedere in sala il film (uscito in sordina nel mese di gennaio e distribuito dalla Lucky Red), dinosauro in celluloide da 70 mm, memorabile opera monstrum, epopea smisurata e magmatica sin dal suo anacronistico formato. The Master (da leggersi come “Padrone”), che è al tempo stesso impresa titanica e progetto intimo nel quale Anderson può permettersi di riversare tutte le sue ossessioni tematiche e formali (Ophüls e Kubrick sono di casa), costringe l’America (di oggi, ma anche di ieri) a guardarsi allo specchio e possibilmente a riconoscere la reale entità del fallimento di un sistema andato in frantumi attraverso il glaciale melodramma di un amore impossibile, platonico, tutto al maschile. Lancaster Dodd, santone, filosofo e Freddie Quell, ex marine senza bussola emotiva, erotomane e alcolizzato, in fondo, non sono altro che figure speculari divorate dallo stesso malessere, da una solitudine esistenziale che non può non essere riconducibile alle ferite non suturate di una grande guerra. Ed è proprio dalla fine del secondo conflitto che Anderson sceglie di partire per raccontare ancora una volta le pagine in ombra della sua America, lontano questa volta dalla coralità delle sue opere precedenti (se si esclude l’altro capolavoro There Will Be Blood), posizionando la macchina da presa a tu per tu con i due mattatori della pellicola, i monumentali Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman. Le similitudini con Scientology e le sue fondamenta sono innegabili, certo, ma perdono essenzialità e peso specifico di fronte alla complessità di un testo che, per chiara intenzione del suo autore, non si riduce ad essere semplice biografia non ufficiale di una setta. The Master va oltre e si pone come radiografia delle nevrosi che nell’uomo moderno trovano loco, nella entomologica costruzione di un rapporto irrisolto ed emotivamente efferato tra due anime erranti, le stesse che da sempre, sin dal bellissimo Hard Height, frequentano la Costellazione Anderson, un Cinema analitico e articolato, disilluso e terreno, certo troppo distante dalle edulcorate e luccicanti vetrine dell’Academy.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>