Hugo Cabret

 

Finalmente libero da Leonardo Di Caprio che a dispetto di film discutibili gli ha ridato titoli (il sospirato Oscar) e potere contrattuale, Scorsese firma un altro capolavoro. Hugo Cabret è un felicissimo atto d’amore verso la settima arte e verso l’uomo che di fatto l’ha inventata, George Méliès. Il geniale regista francese è stato il primo a comprendere che quello straordinario mezzo era un veicolo perfetto per trasmettere sogni e infondere meraviglia. E, coerentemente, per raccontare le opere di Méliès e la natura più profonda del cinema, Scorsese utilizza l’incanto come fulcro del proprio film. Per la prima volta, da quando il famigerato 3D è approdato nelle sale come un virus, l’utilizzo degli occhialini ci sembra giustificato e logico. Scorsese enfatizza e sfrutta la risorsa tecnica (in altre circostanze indigesta) con lo stesso spirito dell’inventivo Méliès. Il 3D come le pionieristiche sperimentazioni visive del regista condividono il medesimo obbiettivo: dimostrare che l’esperienza cinematografica è magica. Le immagini possono farci fantasticare e non semplicemente documentare come accadeva nel Cinematografo Lumière.

Nessuno come Scorsese, almeno in America, poteva intraprendere questo viaggio nella memoria della settima arte. Hugo Cabret, potrebbe superficialmente sembrare poco “scorsesiano”, in realtà è uno dei film più personali e riconoscibili dell’autore, nonostante l’ambientazione fantasy. In questo poetico e, cosa non trascurabile, pedagogico film, c’è tutta la passione e l’attitudine da archeologo del cinema che caratterizza la produzione migliore del regista newyorchese.

Un fantasy, dicevamo, ma finalmente “umano” nel ritmo e nella narrazione. Per una volta i dispendiosi e onnipresenti effetti digitali (3d incluso) non sono la ragion d’essere del film ma uno strumento per raccontare sentimenti. Gli effetti speciali si insinuano elegantemente nella grande stazione ferroviaria di Parigi, ritratta come fosse un enorme palcoscenico teatrale nel quale si muovono pochi, e mirabilmente caratterizzati, personaggi. A tal proposito un particolare plauso a Sacha Baron Cohen nel ruolo del cattivo gendarme. Il comico inglese rende una prova di grande sobrietà e maturità, ben lontana dalle performance demenziali dei suoi film. Sorvolo sulla grandezza di Sir Ben Kingsley e sul giovane protagonista, il ragazzino prodigio di turno, già apprezzato come bambino prodigio, nel film “Il bambino con il pigiama a righe” .

Scorsese, in questo film incantato, non sbaglia nulla. Ci racconta una favola, utilizzando le grandi risorse del cinema americano ma con leggiadria europea. L’autore non cade nella rete delle favole “spielberghiane” (con i suoi pregi e difetti) ma sembra prediligere quelle di Jean Pierre Jeunet. Il regista di Amèlie, effettivamente, avrebbe potuto essere un altro grande candidato per raccontare questa storia.

Hugo Cabret è candidato a 11 premi Oscar. Sarebbe delittuoso (nonostante la Academy in questo senso sia un serial killer) negare la statuetta perlomeno al film e al suo regista o a Dante Ferretti che ci regala, forse, il suo capolavoro.

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