I cattivi di Hollywood

 

Touch of Evil. Letteralmente “Il tocco del Male”. E, letteralmente, il male si insinua nei volti di coloro che finiscono per essere toccati dal suo fascino sinistro e magnetico. Questa volta, però, le vittime sono stelle del firmamento hollywoodiano che, con trasporto, grande senso di immedesimazione e un briciolo di autoironia, si sono trasformate per la durata di un minuto, secondo più secondo meno, nei personaggi cinematografici che più di tutti hanno rappresentato nel corso degli anni l’incarnazione del male e dei suoi derivati. Touch of Evil è il titolo di una serie di cortometraggi pubblicati pochi giorni fa dal New York Times Magazine e che vede tredici grandi attori interpretare in altrettanti cortometraggi i grandi cattivi del cinema o, almeno, richiamarne gli archetipi. I nomi vanno dal misterioso Ryan Gosling all’inquietante Gary Oldman, passando per Brad Pitt e George Clooney, immortalati entrambi in circostanze inedite e inusuali se si considerano le maschere che fino ad oggi hanno interpretato. Infatti, se Clooney ricopre il ruolo di William Bligh, il tiranno capitano de “Gli ammutinati del Bounty” con tanto di divisa napoleonica, quello destinato a destare più attenzione è proprio il socio Brad Pitt, impegnato a “rispolverare” la figura di Henry Spencer, lo stralunato e kafkiano protagonista di Eraserhead, film culto del 1977 diretto da David Lynch che proprio grazie a questa pellicola ha introdotto uno stile unico e personale fatto di atmosfere ansiogene e dimensioni surreali e che lo ha poi reso universalmente noto. L’attore, in una originale rivisitazione a colori, offre una performance di sicuro impatto che lo vede colto da spasmi improvvisi e avvolto da una nebbia dal sapore lynchano. Ma non è finita qui: c’è anche spazio per le dive come Kirsten Dunst, premiata come miglior attrice al festival di Cannes per la grande prova in Melancholia di Von Trier, e per la fincheriana Rooney Mara, che vedremo tra pochi giorni sbarcare nelle sale degli Stati Uniti nel ruolo dell’hacker più famosa del mondo, quella Lisbeth Salander resa famosa dal bestseller svedese “Uomini che odiano le donne”. Nello specifico, la Mara si diletta nel ridare nuova linfa all’immagine del drugo Alex DeLarge, l’indimenticato protagonista del capolavoro distopico Arancia Meccanica, diretto da Stanley Kubrick nel 1971. Figurano inoltre, nei restanti cortometraggi, Glenn Close, Michael Shannon, Mia Wasikowska, Adepero Oduye, Jean Dujardin, Viola Davis, ricoperta di coccinelle, nel ruolo della terribile infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo e Jessica Chastain, quest’ultima nei panni di Carol, protagonista del Répulsion di Roman Polanski e il cui vero ruolo fu affidato a una magistrale Catherine Deneuve. Gli splendidi cortometraggi in questione portano la firma dell’eclettica fotografa californiana Alex Prager, artista dotata di un particolarissimo senso estetico capace di dare vita a vere e proprie composizioni che nascono dalla combinazione di epoche passate filtrate però attraverso l’obiettivo della modernità. I suoi scatti, oscuri e magmatici benché cromaticamente saturi, sono permeati da un immaginario vintage e plastificato, eppure così straordinariamente evocativo, da risultare perturbante nella sua artificiosità. Formatasi principalmente da autodidatta, Alex Prager ha dapprima lavorato come fotografa di moda per poi intraprendere un percorso indirizzato verso le immagini in movimento, come testimoniano due dei cortometraggi da lei realizzati nel 2010 di cui uno, Despair, stratificato, enigmatico e denso di suggestioni hitchcockiane, mostra una sensuale Bryce Dallas Howard fuggire da un pericolo astratto e indefinito mentre il secondo, Sunday, ancor più audace e sperimentale, mediante la tecnica dello split screen tanto cara a Brian De Palma e di un virtuoso piano sequenza, riprende una tribuna colma di gente assistere a un evento non meglio specificato. Grazie all’uso della dissolvenza incrociata la macchina da presa documenta ogni singola azione intrapresa dal pubblico e in cui la percezione temporale dello spettatore, seppur per pochi secondi, viene soggiogata fino all’evento inaspettato. Sono riconoscibili, in questi due seminali cortometraggi, tutti gli elementi già presenti nelle fotografie realizzate da Prager prima dell’esordio dietro la macchina da presa e che, grazie all’aggiunta del movimento, assumono una più ampia valenza artistica e sperimentale che testimonia la forza visionaria che l’opera dell’artista californiana sprigiona. Le sue composizioni, statiche o dinamiche, sono però ben lungi dal prestarsi a facili interpretazioni che possano sminuirne il forte impatto che sono capaci di generare e, anzi, aprono mondi altri in cui è bello perdersi e perdersi ancora. Le immagini, potenti e ossessive, fungono – almeno in questi primi lavori – da unico mezzo narrativo in cui ogni forma di dialogo è bandita in favore delle suggestioni. I cortometraggi da lei diretti per il New York Times Magazine non smentiscono questa attitudine e, anche se ispirati a lavori preesistenti, brillano di luce propria sfuggendo a ogni tentativo di dar loro una misura, un raccordo, un senso. Capaci di infondere un reale disagio proprio grazie all’incomunicabilità di cui sono vittime, i suoi cattivi sono figure grottesche imprigionate in dimensioni oniriche e testimoniano lo scarso interesse della Prager nei confronti del reale, da cui però prende in prestito i dettagli per poi distorcerli attraverso una visione caricaturale e stilizzata, desiderosa di raccontare attraverso le immagini “un mondo che esiste e non esiste allo stesso tempo”.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>