I cavalli degli Zar – pt.1

Il filosofo Diderot, sul finire degli anni 60 del Settecento, è impegnato in amabili conversazioni con lo scultore Falconet. Al centro del dibattito, l’attenzione degli artisti a creare opere tenendo conto della posterità, e viceversa, a quanto le opere del passato influenzino gli artisti di oggi. Emergeva con Diderot lo spirito antiautoritario e molto critico verso la tradizione di Falconet.
Non a caso, una violenta discussione accese Falconet nei confronti del celebre critico d’arte Winckelmann, reo di aver elogiato il monumento equestre per eccellenza: la statua a Marco Aurelio, presente nel Campidoglio. Falconet non tollerava la scarsa plasticità della statua, i movimenti innaturali che la contraddistinguono, e mal digeriva che Winckelmann, che la osannava, non fosse in grado neanche di scolpirne l’orecchio: solo uno scultore può comprenderne e criticarne un altro.
Solo due anni dopo, a Falconet, fino ad allora specializzato in statuette rococò, venne offerta l’occasione della vita. Caterina II, zarina di Russia e intima amica di Diderot anch’ella, propone a Falconet, per tramite dell’amico comune, la realizzazione di un monumento equestre allo Zar Pietro I, il fondatore nel 1703 della città di San Pietroburgo (che sarà chiamata per alcuni decenni anche Pietrogrado, e poi Leningrado).
L’occasione era irripetibile. Diderot consigliò a Falconet un monumento allegorico, con lo Zar su una roccia che simboleggiasse le asperità e circondato da altre staue allegoriche che rappresentassero il popolo, la nazione e le barbarie. Falconet pensò invece ad un monumento più semplice, con lo zar a galoppo su una roccia ripida, la mano destra distesa, senza scettro, a protezione della nazione. Un basamento di roccia come quello ideato da Bernini per un monumento a Luigi XIV, in cui il basamento architettonico squadrato viene sostituito da una roccia aspra che sembra far parte della natura, dominata dall’Uomo, che vince sulle mille asperità. Ma Marco Aurelio sembra seguirlo come una maledizione: uno dei ministri di Caterina II, gli propose proprio una replica del monumento capitolino, scatenando le ire del Falconet che rispose con un libello dal titolo eloquente: “Observations sur la statue de Marc-Aurele” in cui nega ogni valore artistico all’opera.
Falconet ebbe così mano libera, ed il risultato è eccezionale: si tratta di uno dei massimi capolavori dell’Illuminismo. Anche Pushkin verrà ispirato dall’opera, e scriverà “Il cavaliere di bronzo“, in cui maledirà la statua (riconoscendone la grandiosità), simbolo dello scontro fra i bisogni del popolo e gli inutili sfarzi dei potenti. Eppure Falconet, intriso della filosofia illuminista, è stato molto accorto nell’evitare di celebrare nel monarca russo gli attributi tipici degli imperatori, ed accentuarne invece il ruolo di benefattore del popolo, e di legislatore. La posa è cordiale, non vi sono scettri, sono assenti attributi marziali e non c’è un piedistallo che lo ponga sopra il popolo, ma solo una roccia naturale dalla quale lo sorveglia, non lo comanda.

Oltretutto il trasporto della roccia che funge da base è leggendario esso stesso. L’enorme masso, alto oltre sette metri, affondava in una palude e fu mosso da 400 uomini nell’arco di nove mesi, con l’utilizzo di avveniristiche sfere a cuscinetto e una pista di 100 metri che veniva smontata e ricostruita di continuo, fino al trasporto su una nave costruita appositamente per ospitare la roccia. All’enorme masso è riservata una tale importanza, indipendentemente dal monumento equestre che sorregge che ha l’onore di avere un nome proprio, ed infatti è conosciuta come Pietra Folgore. Difatti, fu la costruzione della statua, inaugurata poi in assenza di Falconet a causa di un diverbio con Caterina II, e durata oltre 14 anni, ad ispirare il romanzo di Pushkin, più che la simbologia stessa in essa contenuta. Il compositore Myaskovsky verrà a sua volta ispirato dal romanzo, e comporrà la cupe Sinfonia 10 proprio sul Cavalirere di Bronzo, che potete ascoltare nella Media Gallery.

Siamo ormai nel 1927: ben due rivoluzioni sono intercorse dalla realizzazione del capolavoro illuminista, e altri due monumenti equestri avranno visto la luce sulle acque della Neva ad indicarci gli stravolgimenti intercorsi, e che sono oggetto della seconda parte di questo articolo, disponibile a questo link.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.