I giorni prima della primavera

Oggi nevica. E gli uomini sono inquieti. Anch’io lo sono. La neve è un imprevisto che costringe a rivedere i piani della giornata, a cambiare itinerari e mezzi di trasporto. Per questo gli uomini sono inquieti. Io mi domando come saranno le giornate di neve in città come Mosca o San Pietroburgo o Stoccolma, dove si verificano con frequenza molto maggiore. Mi domando, soprattutto, come hanno potuto imparare gli abitanti di quelle città a convivere con questa realtà, la neve, che frena i passi dell’uomo e condiziona la sua libertà di movimento. Come hanno potuto imparare a dominare l’ansia che le avverse condizioni del tempo scatenano.

Anna Achmatova è stata un poeta russo. Credo possiamo ritenerla una di quelle persone che possono insegnarci a mutare l’ansia in attesa. Una sua poesia recita:

«Prima di primavera ci sono dei giorni / che alita già sotto la neve il prato, / che sussurrano i rami disadorni, / e c’è un vento tenero ed alato. / Il tuo corpo si muove senza pena, / la tua casa non ti par più quella, / tu ricanti una vecchia cantilena, / e ti sembra ancora tanto bella…»

Non so cosa abbia fatto di questi semplici versi uno dei componimenti più apprezzati della poesia russa contemporanea e di Anna Achmatova uno dei poeti più amati. Sarà stato, probabilmente, questo presentimento della primavera che il freddo inverno russo alimenta. Il presentimento di quel risveglio “che alita già sotto la neve”. È vero, il generale inverno ha protetto e salvato tante volte la Madre Russia in tutta la sua storia.

Anna Achmatova è nata a Odessa, in Ucraina, nel 1889 ed è morta a Mosca nel 1966. Ha avuto una vita molto movimentata, finché ha potuto; prima, cioè, che il regime stalinista condizionasse pesantemente la sua esistenza. Amava la cultura italiana e particolarmente Dante Alighieri, passione condivisa anche da altri poeti russi della sua generazione. Nel corso del suo viaggio di nozze a Parigi, incontrò il pittore Amedeo Modigliani.

Abbandonò il marito Nikolaj Gumilëv poco dopo il matrimonio, ma ciò non bastò a sciogliere del tutto i loro legami. La scure della repressione sovietica unì indissolubilmente in un destino di persecuzione tutta la famiglia: il figlio Lev fu deportato nel Gulag e Nikolaj arrestato e poi fucilato con altri 60 compagni. Di questi, il regime non rese note le motivazioni dell’arresto, né quelle della sentenza di morte, né il luogo della sepoltura. Sorte analoga toccherà al secondo marito di Anna e ai suoi migliori amici, tra i quali i più grandi poeti russi.

Anna ebbe modo di tornare a Parigi. E tornò a vedere Amedeo Modigliani. Ripetutamente, Anna incontrò il pittore, che l’ex marito definiva “un mostro ubriaco”. Si vedevano su una panchina del parco parigino dei Giardini del Lussemburgo, leggendo versi di poeti francesi. Anna non posò mai per Modigliani; il poeta eseguì numerosi ritratti dell’amica russa, ricostruendo a memoria i suoi lineamenti. Soltanto uno di questi ritratti si salverà dalle razzie della polizia sovietica.

Il lettore attento avrà notato che ho definito l’Achmatova un poeta; ella, infatti, non amava il femminile “poetessa”. Non amava nemmeno il suo vero nome di Anna Andreevna Gorenko che mutò appunto in Achmatova. Sergio Romano, nella prefazione al volume “Io sono la vostra voce…” ricorda a questo proposito che questo pseudonimo voleva essere il patronimico di Achmat, nome di un khan tataro: «Anna Gorenko discendeva dall’ultimo grande khan tataro e amava dire con civetteria che fra i suoi antenati vi era Genghiz khan, il grande mongolo che nel primo Duecento aveva sconfitto i cinesi e distrutto i regni musulmani dell’Asia anteriore».

Questa donna che sentiva scorrere nelle sue vene il sangue di quei mongoli che sottomisero l’oriente intero, con l’avvento del regime sovietico visse senza avere la possibilità di muoversi dalla sua città – allora si chiamava Leningrado. Accusata di “ricercare l’estetismo” fu condannata al silenzio. La sua unica attività consisteva nel recarsi con un pacco viveri davanti alla prigione dove era rinchiuso il figlio Lev; nel caso le guardie avessero rifiutato il pacco, questo sarebbe stato il segno che Lev era stato ucciso.

Credo siano state queste circostanze a trasformare in lei l’ansia in attesa. Nella sua poesia, nonostante tutto quello che ha subito, non c’è inquietudine né insofferenza, tantomeno rabbia. Ma il semplice desiderio, come è stato scritto, di “dare del tu” alla realtà.

In un contesto molto meno drammatico, come può essere una nevicata che mi impedisce di allontanarmi da casa se non per consegnare alla famiglia il mio pacco viveri, anch’io provo un po’ dell’esperienza della costrizione. Ma anch’io ho imparato a stemperare l’inquietudine con i versi di Anna Achmatova. È «una vecchia cantilena, / e ti sembra ancora tanto bella…»

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