I partiti sono lingue

 

Non saprei dire con precisione quali saranno le forze politiche in campo nell’ormai prossima campagna elettorale che si terrà in Italia. La confusione politica regna sovrana, mai come in questo momento e soprattutto nella mia testa.

Questa campagna elettorale però, a prescindere dalla politica, passerà certamente alla storia perché vedrà fronteggiarsi, oltre alla novità rappresentata da Mario Monti, due personaggi davvero singolari: Pier Luigi Bersani da sinistra e Silvio Berlusconi da destra. La circostanza è singolare perché mette di fronte non tanto due leader politici, quanto due modi diversi di parlare.

Di Bersani, quello che interessa maggiormente gli italiani non sono tanto le sue idee politiche – oggi soltanto a parlare di idee politiche viene da ridere – quanto il suo linguaggio. Il segretario del PD sembra di non voler sottovalutare la lingua, forse per far rialzare la testa a un partito umiliato da Nanni Moretti che nel film “Palombella rossa” apostrofava i politici italiani con la tremenda battuta: «Le parole sono importanti». È una cosa strana, ma è un fatto: gli ex-comunisti di fronte a Moretti “si mettono scuorno”, come si dice a Napoli.

Comunque sia, nel corso delle scorse elezioni primarie che lo opponevano al “giovincello” Matteo Renzi e che lo hanno visto poi trionfare, Bersani ha cercato di convincere l’elettorato interno al partito con questa metafora: «Meglio un passerotto in mano del tacchino sul tetto». Quando una persona mostra di saper usare le metafore, vuol dire che ha una non comune padronanza linguistica. Ma le metafore – questa è la loro specificità – vanno interpretate. Nel caso concreto, sembra di capire che il tacchino sarebbe Matteo Renzi; e la cosa potrebbe starci. Che Bersani poi presenti se stesso come un tenero passerotto, sembra un accostamento improbabile. Ma lo ha fatto.

Altro filone linguistico del leader democratico deriva dal noto motto “non stiam mica qui a pettinar le bambole”. È un filone che ha generato un’infinità di declinazioni. E, per esempio, non si contano i siti internet dove si elencano queste divertenti espressioni: non siam mica qui a raddrizzar le banane, ad asciugar le lacrime al coccodrillo, a romper le noci a Cip e Ciop. L’espressione ha dei corrispettivi anche nella lingua inglese, tipo “we’re not here to do our nails” che Berani tradurrebbe: “non siam mica qui a dar lo smalto alle unghie”. Oppure “we’re not here to make the monkey dance”, cioè “non siamo qui a far ballare la scimmia”. Sono espressioni che si usano per dire “non perdiamo tempo”.

Altrettanto interessante è il modo di esprimersi dell’avversario Silvio Berlusconi che ha ricevuto una consacrazione nientemeno che sul sito della Treccani, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, con un intervento di Gianluca Giansante, autore di “Le parole sono importanti. I politici italiani alla prova della comunicazione”, edito da Carocci. Giansante non ignora le critiche che vengono rivolte al Cavaliere, ma mette in guardia gli avversari: «Tuttavia ci sembra utile soffermarci su alcune caratteristiche dell’efficacia del suo discorso politico, che lo rendono comunque interessante per un’analisi linguistica, a dispetto della diminuzione del suo appeal elettorale».

Insomma, se le pettinate delle bambole di Bersani riempiono le pagine web dei blog, Berlusconi finisce sul sito della Treccani. Perché? Principalmente perché Berlusconi, pur contestato da tutti, riesce a imporre il suo linguaggio a tutti gli italiani, perfino ai suoi nemici giurati dei giornali “comunisti”. Non ci credete? Leggete cosa scrive Giansante a proposito della “pressione fiscale” che non è «un’espressione neutra ma è portatrice di un punto di vista molto netto sulle tasse, quello della destra, che vede la tassazione come un fardello e chi le elimina come l’eroe della storia. Continuando a ripeterla ad ogni apparizione televisiva, Berlusconi e i suoi l’hanno fatta entrare nel lessico di uso comune: oggi la utilizzano giornalisti, osservatori e studiosi, ignari della sua funzione partigiana. La usano anche gli esponenti del centrosinistra che, così facendo, promuovono un punto di vista a loro avverso sulle tasse e sull’economia».

Per i “comunisti” – come dice Berlusconi – parlare di pressione fiscale è come darsi la zappa sui piedi. E se la danno veramente sui piedi, eccome! Sul caso del linguaggio di Berlusconi, ormai se ne occupano anche studiosi di livello internazionale. Ricorda Giansante che c’è una pubblicazione inglese, “Berlusconi in concert”, edita dalla Otzium di Londra, dove si riporta una disarmante dichiarazione del Cavaliere che spiega perché il suo discorso sarebbe “meritevole di attenzione”. Scrivono gli autori di “Berlusconi in concert”: «Quando ho cominciato a fare televisione, nessuno mi credeva e allora io raccontavo le mie convinzioni sotto forma di aneddoto attribuendo l’origine e la paternità a qualche personaggio americano. In questo modo chi mi ascoltava restava a bocca asciutta e dentro di sé certamente pensava: “Beh, se l’hanno detto gli americani…”».

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.