Il buono il matto il cattivo

 

C’è il buono, cacciatore di taglie cinico e distaccato. C’è il matto, sguaiato ladruncolo dalle mille risorse. E c’è il cattivo, dandy dallo sguardo sinistro e insieme affascinante. Ma, soprattutto, c’è la Manciuria devastata dalla guerra sino-giapponese sullo sfondo, terra di nessuno e teatro di una mirabolante caccia all’uomo in cui è il piombo a parlare prima degli uomini. Yoon Tae-goo (il matto), durante una rapina, entra involontariamente in possesso di una mappa che si scopre essere l’indicazione verso un grande tesoro nascosto. Alla ricerca della mappa, però, c’è anche il killer prezzolato Park Chang-yi (il cattivo), intenzionato a impossessarsene a qualunque costo e ignaro del fatto che al loro inseguimento c’è il bounty killer Park Do-won (il buono), deciso a unire l’utile al dilettevole: acciuffare il cattivo e impadronirsi della mappa.

Se, come diceva Fernando Di Leo, la forma è contenuto, Il buono il matto il cattivo, titolo italiano di Jongheun Nom, Nabbeun Nom, Isanghan Nom, è la perfetta incarnazione di questa tesi, opera densa di sfrenati barocchismi come non se ne erano mai visti, perlomeno non nel genere western e soprattutto prima del tanto atteso western “Django Unchained” di Quentin Tarantino (tuttora in pre produzione) che, certamente, offrirà una visione elaborata e personalissima del mondo di frontiera. Ma torniamo al film in questione. Realizzato nel 2008 (ma giunto ingiustificatamente nelle nostre sale con tre anni di ritardo) e presentato fuori concorso al Festival di Cannes, Il buono il matto il cattivo è diretto dal coreano Jee-woon Kim, regista tra i più dotati in circolazione [1], e risulta essere, con i suoi 17 milioni di dollari, il film più costoso mai diretto in Corea. E’ noto, almeno tra i seguaci di certo cinema, come Kim non sia estraneo a simili sperimentazioni – estetiche, soprattutto – all’interno dei singoli generi: dall’horror claustrofobico Two Sisters al sontuoso noir Bittersweet Life fino al sopra citato western che, sin dal titolo, omaggia a più riprese l’opera del cineasta Sergio Leone. Anche in questo caso, l’impianto visivo mette i brividi: voli pindarici della mdp, carrellate dinamiche, close up asfissianti, campi lunghi geometricamente perfetti. Una danza registica in cui la macchina da presa rifiuta semplicemente di star ferma. Tutti i film del regista coreano vantano dunque una perfezione formale che, secondo i più maligni, cerca di saturare tutte le possibili lacune narrative che si insidiano nel plot. Nulla di più fuorviante: il cinema di Kim, proprio come sostenuto dal punto di vista dileiano riportato in apertura, fa della forma il suo contenuto e proprio partendo dal canovaccio leoniano che contrappone tre diverse figure iconiche radicate nell’immaginario western, Kim contamina, filtra, reinventa le immagini, offrendo così una nuova, possibile lettura di quello che è il genere americano per antonomasia trapiantato nelle immense e sconfinate terre asiatiche, glorificate dal formato Cinemascope, mai più così funzionale come in questo caso. Ne è testimonianza diretta l’interminabile, bellissimo inseguimento nel bel mezzo del deserto, sotto le note della spagnoleggiante “Don’t Let Me Be Misunderstood” riletta dai Santa Esmeralda.

Come dicevamo, il film cita più o meno direttamente tutta la filmografia di Sergio Leone, dagli evidenti richiami (la “nomenclatura” dei protagonisti, la guerra sullo sfondo, la resa dei conti con tanto di orologio da taschino e primi piani) fino a echi di natura più sottile come il possibile rovesciamento dei ruoli (il buono non è mai veramente buono e il cattivo non sempre si rivela essere un bastardo), senza però perdere di vista l’uso di un’ironia pungente in alcuni casi, fumettistica in altri, indispensabile per portare a compimento operazioni di questo tipo.
Accolto tiepidamente da alcuni, osannato da altri e giunto in Italia in tiratura limitatissima, Il buono il matto il cattivo è certamente un film che divide sin dalla rischiosa operazione citazionista che, a partire dal titolo, porta con sé. Benché il richiamo sia evidente in più punti, però, l’opera di Kim fa rima solo con sé stessa, destinata a diventare unica nel suo genere per la sua estrema eccentricità. E, per questo, intoccabile e inscalfibile.

[1] Appartenente a una generazione di cineasti che annovera, tra gli altri, “il vendicativo” Chan-wook Park, regista del famoso Old Boy, Jee-woon Kim si appresta a diventare noto anche al grande pubblico. Suo sarà infatti il film, il primo negli Stati Uniti, che segnerà il ritorno al cinema di Arnold Schwarzenegger, protagonista di “The Last Stand”, che si annuncia come un western moderno ambientato al confine con il Messico e dove l’ex Governatore della California interpreterà uno sceriffo in guerra contro il cartello della droga messicano. 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>