Il cinema di carta di Umberto Lenzi

Risale allo scorso mese di giugno la pubblicazione di “Scalera di sangue”, quarto libro, edito da Coniglio editore, della saga gialla dell’investigatore Bruno Astolfi, specializzato in delitti nell’ambiente del cinema, ideata e scritta dal maestro Umberto Lenzi, regista italiano di film-culto (tra “poliziotteschi”, horror, thriller e persino storici), dal 2008 consegnatosi alla letteratura o meglio, come ama dire lui, al “cinema di carta”. A tre anni fa, infatti, risale il primo libro dei quattro con protagonista questo detective privato, antifascista ma ben addentro al cinema dei telefoni bianchi, “Delitti a Cinecittà”, cui sono seguiti “Terrore ad Harlem” (2009), tutto sul set di “Harlem” di Carmine Gallone, e “Morte al Cinevillaggio”, uscito lo scorso anno e ambientato a Venezia, nella città del cinema voluta dalla Repubblica di Salò. La recente uscita del libro è stata una bella occasione per scambiare quattro chiacchiere, in un’intervista al telefono, col Maestro Lenzi, scrigno affascinante di professionalità ma soprattutto di storie da raccontare, con dovizia e passione, come purtroppo oggi in Italia si fa sempre meno.

Maestro Lenzi, Bruno Astolfi è tornato, significa che il cinema degli anni ’40 è tornato a tremare?

Sì, l’ambiente è sempre quello. Le vicende di Astolfi iniziano nel 1940, a Cinecittà, con le indagini su dei delitti che avvengono durante le riprese de “La corona di ferro” di Blasetti e che lui risolve, poi continuano dopo tre anni su quello di “Harlem” di Gallone, mentre l’Italia sta perdendo la guerra e ci sono i prigionieri americani di colore che vengono usati a Cinecittà come comparse e anche in questo caso si verificano delitti che lui finisce col risolvere, anche perché si è rivelato uno specialista nel settore. Nel terzo capitolo, però, Astolfi si sposta al Nord, a Venezia, dove la Repubblica di Salò ha fatto costruire un cinevillaggio, anche perché Cinecittà, come tutta l’Italia centrale era occupata dai tedeschi. E’ in questa struttura che Astolfi risolve una serie di delitti, dopo essersi trovato a Venezia casualmente senza sapere che ci sarebbe rimasto due anni, precisamente fino alla liberazione di Roma. Tornato nella Capitale (e qui comincia la storia del nuovo romanzo, ndr), Astolfi rimane disoccupato e, quando tutte le sue speranze di lavorare sembrano vane, lo chiama il regista Mario Camerini, che sta girando un film alla “Scalera”, l’unico stabilimento di ripresa in funzione in quel periodo. L’indagine al centro di “Scalera di sangue” è molto ampia ma prende le mosse dal 25 aprile nel Nord: una fuggitiva della Decima Flottiglia Mas, scampata alla fucilazione, arriva a Roma ma viene uccisa e da qui si dipanano varie storie. E’ interessante sottolineare il fatto che il protagonista dei libri è sempre lo stesso ma raccontato lungo un’evoluzione cronologica, dal ’40 del primo libro all’estate del ’45 di quest’ultimo, quando ancora a Roma c’erano gli americani. Era l’epoca delle segnorine e degli sciuscià, e l’industria non aveva ancora ripreso a funzionare. Storie raccontate nei film neorealisti di Rossellini e di De Sica.

Insomma, per lei la scrittura diventa un ottimo modo per omaggiare due sue grandi ragioni di vita: il cinema e la letteratura?

Più che la letteratura io direi la storia. Io sono un cultore di storia contemporanea e attraverso queste indagini gialle racconto sia il cinema sia l’Italia durante il periodo bellico. E’ un omaggio alla settima arte per la quale ho lavorato tanti anni e della quale conosco praticamente tutto anche perché io, ancor prima di essere un regista, ero un cinefilo, per cui tutto quello che scrivo l’ho vissuto e quindi è perfettamente autentico. Ad esempio il mio primo libro, “Delitti a Cinecittà”, si svolge durante le riprese de “La corona di ferro” e io sono stato allievo del regista (Alessandro Blasetti, ndr), al Centro sperimentale di Cinematografia; ho conosciuto molti dei personaggi del cinema di quel periodo (Camerini, Amedeo Nazzari, Clara Clalamai, Doris Duranti) che interagiscono con il protagonista Bruno Astolfi, e questa è la caratteristica originale dei romanzi. Per esempio, in “Terrore ad Harlem”, Astolfi incontra Indro Montanelli, e il giornalista, toscano come lui, gli dà dei suggerimenti che gli permettono di arrivare a risolvere le indagini. In altre occasioni incontra i registi Mario Soldati, Zavattini, Gallone e infine Camerini che si ricorda di averlo conosciuto a Cinecittà nel ’40 e lo richiama per l’indagine di “Scalera di sangue” che si svolge durante le riprese di “Due lettere anonime”. Il film ambientato nella Capitale occupata dai tedeschi, Mario Camerini lo girò mentre Rossellini era impegnato con“Roma città aperta”. Anche lui, vecchio regista del cinema dei telefoni bianchi, autore di commedie di successo, sentì il richiamo del Neorealismo. Io ho ambientato la mia storia proprio durante le riprese di questo film, sul cui set avvengono dei delitti,e di conseguenza si verificano situazioni molto tese che però si risolvono con la scoperta dell’assassino. Una delle invenzioni più divertenti di questo libro, è che Astolfi chiama a fare l’identikit dell’omicida il pittore Renato Guttuso; cosa assurda se si pensa che nel 1945 l’identikit non era ancora stato inventato in Italia, solo in America si era iniziato a disegnare i presunti lineamenti di un assassino. Io ho inteso omaggiare così uno dei grandi pittori dell’ Italia di allora fat E alla fine si scopre che l’assassino corrisponde veramente al disegno delo pittore siciliano.

horrormovie.it”, il festival di genere in programma a Roma, al Pigneto, dal 12 al 17 luglio prossimi, domenica contempla la presentazione del libro e una mini-retrospettiva sulla sua cinematografia. Nessun ritorno al cinema, però?

No, io non faccio più cinema da dieci anni e non lo voglio più fare, sono anziano ormai e non mi va di morire sul set. Quello in programma al Pigneto è un omaggio a due mie vecchie pellicole, “La casa 3” e “Paranoia”, un horror e un thriller. Non facendo più il regista, per me scrivere questi romanzi è un po’ continuare il cinema con altri mezzi. Non potrei sopportare ora lo stress del set, molto forte per chi deve tenerne le redini, soprattutto per film come quelli degli anni ‘70, che per la loro struttura costavano molto e richiedevamo mezzi adeguati e una troupe numerosa. Al contrario di quelli attuali, realizzati con la telecamera e l’elettronica in modo quasi amatoriale. La vita di ogni persona ha le sue stagioni, considero, per quanto mi riguarda, definitivamente conclusa la stagione sul set .

E invece di questa riscoperta, o scoperta, soprattutto fra i giovani, del cinema italiano di genere, tipicamente anni ’70, complice anche la diffusione massiva dei dvd, che idea si è fatto?

Prima, quando erano stampati solo in pellicola, i film avevano vita propria soltanto per cinque anni; dopo venivano mandati al macero perché esaurivano tutte le potenzialità divulgative, essendo stati proiettati tanto dai grandi cinema quanto da quelli delle parrocchie. Oggi, invece, con queste nuove tecnologie (DVD, Internet, TV digitali) è come se resuscitassero: i film di una volta, se ben fatti, risorgono a nuova vita, e vengono diffusi e apprezzati dalle nuove generazioni. Penso a un mio film, “La montagna di luce”, che ho presentato la settimana scorsa al Museo Nazionale del Cinema di Torino e che era rimasto praticamente sconosciuto. Uscì nel ’64, lo videro in pochi perché non ebbe adeguata distribuzione in Italia, pur essendo un capolavoro. Oggi per fortuna è stato riscoperto proprio grazie al restauro digitale. Ma questo è un discorso che vale per tutti i film: per un giovane 20enne che ad esempio acquista “Paranoia”, è come se il mio film fosse uscito ieri, non si vede che in realtà ha 40 anni. I dvd, i blu-ray e simili, insomma, hanno avuto il merito di far rinascere film che altrimenti sarebbero scomparsi, cadendo nell’oblio.

Parallelamente alla riscoperta del cinema di quegli anni, oggi si è proceduto anche a rispolverare le colonne sonore di quei film, sotto svariate forme. L’emblema di un’azione simile sono i Calibro35, la band italiana che recentemente ha risononorizzato, live, durante la proiezione della pellicola, le musiche di un suo cult, “Milano odia”…

Certo, li conosco i Calibro 35, ho fatto anche una presentazione radiofonica con loro, tempo fa. E’ un restyling esecutivo, un riarrangiamento delle musiche di Morricone che, insieme a tanti altri musicisti italiani dell’epoca ha potuto sperimentare tantissimo, anche grazie a editori lungimiranti e illuminati. Ultimamente ho ricevuto a casa un cofanetto della Beat contenente quattro cd con le colonne sonore di “Da Corleone a Brooklyn”, “Roma a mano armata”, “Il cinico, l’infame e il violento” e “La banda del Gobbo”, tutte di Franco Micalizzi, che senza dubbio nel poliziesco è stato il compositore numero 1. Questi omaggi musicali di band e artisti vari rientrano nelle dinamiche del successo quotidiano che questi film sono tornati ad avere. Proprio oggi, ad esempio, su Facebook mi hanno proposto il link al trailer de “Il grande attacco”, un film di guerra straordinario che girai in parte a Hollywood e in parte in Spagna, con molti soldi e un cast stellare come Henry Fonda, John Huston, Samantha Eggar, Stacy Keach. Il quel periodo furoreggiavano i western e il film non ebbe il successo che meritava. Ora, dopo l’uscita in dvd, e una periodica riproposizione su Rai Movie, continua a riscuotere consensi sulla rete, in tutto il mondo.

Cos’è cambiato, da ieri a oggi, nel cinema italiano? Non c’è più voglia di osare? Mancano gli sceneggiatori e quindi le storie valide?

Non è cambiato nulla, semplicemente il cinema italiano non esiste più. Se per cinema intendiamo le commedie sentimentali dei liceali o dei vari comici cinepanettoni in testa, quello per me non lo è. Il cinema era quello che si faceva un tempo, quando nei film si affrontavano i problemi del Paese, legati alla società del tempo, e non parlo solo dei film miei o dei miei colleghi, ma penso ad esempio allo strepitoso “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani o, ancor prima, a “La banda Casaroli” di Vancini. Ci sono stati sempre dei grandi film che, in un modo o nell’altro, affrontavano la realtà italiana della loro epoca. Oggi invece si fanno solo commedie, che magari fanno anche ridere, ma che nella maggior parte dei casi sono rivolte solo al pubblico giovane, spesso tratte da romanzetti adolescenziali. Io non vedo oggi la possibilità per il cinema italiano di tornare ai suoi vecchi fasti, soprattutto perché il cinema di genere si è trasferito nella fiction, che è un modo di raccontare precipuamente televisivo. In TV i tempi sono più lunghi, i tagli delle inquadrature più ravvicinati e soprattutto c’è la pubblicità a ipotecarne il risultato finale. Prendiamo “Milano odia”: un film come quello non potrebbe mai essere trasmesso in tv alle cinque del pomeriggio o in prima serata, perché non avrebbe nessuno spot di supporto. La pubblicità, quindi, condizionando ogni forma di programmazione televisiva finisce col condizionare, a monte, anche ogni produzione cinematografica per la tv, che deve essere fatta su misura per l’intera famiglia.

Oltre che dal poco cinema con la C maiuscola, l’Italia è segnata anche dalla scarsa lettura di libri. Da regista che ha studiato e da scrittore, ma ancor prima da uomo di cultura, crede che la scuola potrebbe avere un ruolo più centrale per tentare di risolvere questi problemi di educazione culturale?

La scuola di oggi è quella che abolisce l’uso di penne e matite, come in America, per sostituirle col computer. Oggi i ragazzi sono h24 davanti al computer, per navigare o per giocare con le playstation varie, e se il cinema ha finito col trasformarsi in un’opzione secondaria, leggere lo è diventata per pochissimi. Il fatto che poi la scrittura al computer permetta, attraverso i correttori automatici, di evitare errori grammaticali e di sintassi, ha fatto sì che in Italia ogni anno si pubblichino migliaia di libri. Persino la figlia del mio portiere ha fatto un libro, ha dato tremila euro a una casa editrice, visto che ce ne sono tante a pagamento, e ha ottenuto in cambio trecento copie da dare in visione e da regalare ad amici e parenti. Tutti scrivono romanzi, tutti fanno tutto in Italia, non c’è più un’attenzione ai valori perché ormai il progresso tecnologico ha portato tutti a poter fare tutto. Un ultimo esempio in questo senso: in Italia si producono centocinquanta film horror l’anno a budget quasi zero, perché qualsiasi ragazzo che vuol fare il regista, o pensa di esserlo, si produce un bel film horror, usando gli amici come attori, la vernice rossa al posto del sangue e la plastilina per le mascheracce. Tutti film imperniati sugli zombi, sulle case nel bosco, rivisitazioni di vecchi miti delle favole per bambini, realizzati con dei budget di addirittura 1500 euro. E’ l’epoca dei registi (precari). Quando io facevo cinema negli anni ’70 in Italia si producevano trecento film l’anno e i registi eravamo non più di centoventi, oggi in Italia si producano soltanto trentacinque film all’anno e gli aspiranti registi, invece, sono cinquecento. Ne deriva che chi oggi vuol fare il regista per professione, a meno che non lavori per le fiction, può fare un film praticamente ogni sei/sette anni.

Quindi, detto tutto questo, un maestro come lei che si sente di dire ai giovani italiani e, in particolare, ai cineasti?

Consiglio prima di tutto di conoscere, studiandola, la storia del cinema e di non sentirsi registi soltanto perché possiedono una piccola telecamera e hanno visto tre o quattro film gialli o horror, tra cui magari i miei, a cui finiscono con l’ispirarsi credendo di avere le carte in regola per fare un film. Il cinema andrebbe studiato dal muto, come ho fatto io al Centro Sperimentale di Roma, fino a oggi, con tutte le varie correnti, l’espressionismo tedesco, le teorie sul montaggio di Ejzenštejn, il cinema americano di genere degli anni ’30, tutte le esperienze tecniche, di luce, di scenografia che sono state sperimentate nell’arco di un secolo. Invece oggi trovo molta ignoranza e la convinzione che esista un solo genere cinematografico da coltivare: l’horror. Questo mi rattrista molto, perché io amo il cinema in tutti i suoi generi e sperimentazioni, e constatare che l’evoluzione tecnologica del digitale sta portando contemporaneamente a un’involuzione tematica e di contenuti mi dispiace tanto. Mi piace chiudere col motto del famoso storico che disse: “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (cfr. Carl von Clausewitz, “Della guerra”), io dico che i miei libri sono la continuazione del cinema con altri mezzi, è cinema sulla carta, non ti lasciano il tempo di riflettere, ti prendono alla gola e devi leggerli nel giro di un giorno.

Leggere per credere, leggere per vedere.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>