Il Dalai Lama e noi

 

In una conferenza stampa tenuta a Matera, il Dalai Lama ha parlato dell’influenza che ha avuto sua madre sulla sua formazione e sul suo ideale religioso. Ha raccontato: «Una signora all’ingresso mi ha salutato come se mi considerasse una persona speciale, ma siamo tutti uguali. Siamo sette miliardi di persone e ognuno potenzialmente ha dentro di sé l’affetto del buon cuore ricevuto dalla propria madre».

Mi colpiva la consonanza delle parole del capo dei buddisti tibetani con i famosi versi del poeta latino Virgilio, quando nelle Bucoliche recita: «Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem» – inizia, o neonato, a conoscere la realtà a partire dal sorriso della madre.

Ha continuato il Dalai Lama: «Io sono stato fortunato ad aver avuto una madre straordinaria e ho ricevuto da lei il seme potenziale dell’affetto e del buon cuore e per questo riesco a essere di buon cuore verso gli altri. Benché tutti hanno dentro il seme potenziale dell’amore, molto dipende da condizioni circostanti, a volte sfavorevoli».

Il sorriso materno, che rivela ciò che il leader tibetano chiama il “buon cuore” della madre, è secondo Virgilio il principio della conoscenza. Di una conoscenza che la ragione ricerca in maniera sistematica, ma che trae origine in qualcosa che deve necessariamente precedere la ragione. Solitamente si ritiene il contrario: che la conoscenza sia l’esito di un ragionamento o di una ricerca scientifica. E invece, non si cerca se non ciò che in qualche modo si conosce già. Quale filosofo, quale scienziato non è consapevole di questo?

«Sono determinato fino alla morte» ha detto il Dalai Lama, «a favorire lo sviluppo del buon cuore per l’umanità. L’altruismo e la compassione sono la vera causa del benessere collettivo. Il popolo tibetano ha in sé la cultura della pace ed è importante diffondere questa cultura».

Il discorso richiama, come detto, i versi delle Bucoliche virgiliane: «Il grande ordine dei secoli nasce di nuovo. / E già ritorna la vergine, ritornano i regni di Saturno, / già la nuova progenie discende dall’alto del cielo. / Tu, o casta Lucina, proteggi il fanciullo che sta per nascere, / con cui finirà la generazione del ferro e in tutto il mondo / sorgerà quella dell’oro: già regna il tuo Apollo». In questi versi, composti da Virgilio l’anno 38 a.C., ci fu chi intravide una sorta di profezia del cristianesimo. Nella vergine che avrebbe partorito una progenie discesa “dall’alto del cielo” si vorrebbe vedere preannunciato il parto verginale di Maria di Nazareth che aveva concepito il Figlio di Dio.

Nelle parole del Dalai Lama, nei versi di Virgilio, nella dottrina cristiana, insomma, è possibile notare il comune richiamo a quella esperienza elementare che ogni uomo può fare, indipendentemente da appartenenze religiose o culturali e prima che intervenga la ragione a formulare un giudizio sulla realtà. Insomma, la positività della realtà è un’evidenza che precede la ragione e che la ragione non può non riconoscere.

Scrive Luigi Giussani, nel “Senso religioso”. «In che cosa consiste questa esperienza originale, elementare? Si tratta di un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste. La natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose, dotandolo – come strumento di tale universale confronto – di un complesso di evidenze ed esigenze originali, talmente originali che tutto ciò che l’uomo dice o fa da esse dipende. A esse potrebbero essere dati molti nomi; esse possono essere riassunte con diverse espressioni (come: esigenza di felicità, esigenza di verità, esigenza di giustizia, ecc…). Sono comunque come una scintilla che mette in azione il motore umano; prima di esse non si dà alcun movimento, alcuna umana dinamica. Qualunque affermazione della persona, dalla più banale e quotidiana alla più ponderata e carica di conseguenze, può avvenire solo in base a questo nucleo di evidenze ed esigenze originali… Una madre eschimese, una madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese danno alla luce esseri umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni esteriori che come impronta interiore. Così, quando essi diranno ‘io’ utilizzeranno questa parola per indicare una molteplicità di elementi derivanti da diverse storie, tradizioni e circostanze, ma indubbiamente quando diranno ‘io’ useranno tale espressione anche per indicare un volto interiore, un ‘cuore’ direbbe la Bibbia, che è uguale in ognuno di essi, benché tradotto nei modi più diversi…»

Come ricorda il Dalai Lama, nessun bambino può dubitare della positività dell’amore materno, del “buon cuore” della madre. È un’idea molto ben radicata anche nella cultura latina: attraverso l’amore materno, un bambino può giungere alla certezza della positività del reale, prima ancora di raggiungere l’età della ragione. Il termine latino “infans”, infante, sta a significare proprio questa idea; “in-fans” significa “che non parla”, è quel livello dell’esperienza che precede il momento della ragione, consiste in una forma di conoscenza che non ha bisogno di ragionamento. Anche nel cristianesimo, la fede è una forma di conoscenza. Talvolta si mette in contrapposizione fede e ragione. In realtà, la fede assicura una certezza ancor prima che il motore della ragione cominci a girare a pieno regime. C’è chi questo lo trova inaccettabile, chi invece estremamente ragionevole. E in ciò consiste, tutto sommato, la libertà degli uomini.

Per Virgilio «finirà la generazione del ferro», ci sarà una vera pace, quando si riconoscerà che la positività della realtà è un’evidenza primaria, come per l’infante è un’evidenza primaria il sorriso della madre. E come ha voluto ricordare il Dalai Lama: il benessere e la pace dipendono dal riconoscimento amoroso di quel “buon cuore” di cui siamo figli, di cui tutti i “sette miliardi di persone” indistintamente sono fatti.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>