Il “dangerous method” di Cronenberg

Clinico per tema e rigore formale, chirurgico per costrutto e linguaggio, asettico nella narrazione dialogica e visiva. Al di la del suo pur apprezzabile valore filmico, “A dangerous method” acquisisce ancor più spessore se lo si interpreta sul piano semiotico legato al suo autore.

E’ come se in questo film Cronenberg avesse deciso di giocare a carte scoperte con il suo pubblico mostrandosi per quello che realmente è: uno psicanalista che usa come linguaggio il cinema nello stesso modo in cui Freud e Jung utilizzavano la “parola” con finalità maieutiche per la mente, anche se partendo dalle stesse basi e separandosi poi, inevitabilmente, sull’evoluzione degli studi (di questo, ma non solo, parla “A dangerous method”)

Il film è la nuova tappa di un percorso artistico scomodo ma al contempo affascinante attraverso le mutazioni, fisiche e mentali, della realtà, a costo di mettere in discussione se stessi con sprezzo del pericolo. E Cronenberg, cinematograficamente, non si può dire che non l’abbia fatto, che non lo faccia e, è ipotizzabile, che non continuerà a farlo.
Un po’ come Burroughs faceva con la droga per la letteratura e Jung con la sperimentazione per la psicanalisi.

Non a caso quest’ultimo è il protagonista del film in questione e l’altro del memorabile “Il pasto nudo” (1991).

“A dangerous method”, in quest’ottica, oltre che la scommessa di Jung, diventa la perifrasi dell’opera cronenberghiana: un metodo pericoloso di usare l’immaginazione per dimostrare fino a che punto essa possa arrivare.

Il “dangerous method”, in definitiva, è anche quello utilizzato per scrivere queste poche righe, prescindendo dalla materia statica della sceneggiatura per ambire al livello dinamico delle suggestioni che la cinematografica, grazie ai suoi maestri, è in grado di dare, elevandosi ad arte concettuale.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>