Il disco commerciale

“Nelle tastiere di un pc o di un mac (ma non di un Ipad) il tasto F5 serve a fare il refresh di una pagina web. F5 è anche il titolo del nuovo singolo degli Heroscimmia, destinato a fare refresh di tutto ciò che una volta, prima dell’uscita di questo disco, eravamo soliti chiamare pop music.”

PROLOGO

Avrei potuto iniziare la recensione del nuovo Disco Commerciale degli Heroscimmia così, con un tono enfatico da Mollica alla fine del Tg1, ma non lo farò. Andrò invece indietro nel tempo, precisamente a quando, pochi mesi fa, mi sono trovato a dover dire la mia sulla precedente opera della “band”: I Like Gazebo.

Mentre lo ascoltavo, però, ho subito quella che comunemente viene chiamata sindrome di Stendhal sonora, e lo shock è stato tale che per diversi mesi non ho potuto ascoltare altro. Solo silenzio assoluto.

Il risveglio dal coma è arrivato direttamente dentro una busta gialla delle poste con due francobolli recanti l’effigie di Mino Reitano. Il mittente non poteva che essere Antonio Andrisani, mente degli Heroscimmia insieme al prode compagno di avventure (e di merende) Peppino De Florio. Sono stati i miei familiari più vicini a prendere il cd masterizzato contenuto nella busta e a metterlo nel lettore cd, seduti al capezzale della mia brandina.

RECENSIONE

F5rappresenta la canzone “manifesto” degli Heroscimmia, in costante e precario equilibrio tra sacro e profano. Dopo un intro che oscilla tra Golden Brown degli Stranglers e i Pixies di Where is my mind, in poco più di 3 minuti vengono citati, nell’ordine: Gary Numan, Umberto Tozzi, Alan Sorrenti, Toto Cutugno, Drupi, la Rettore e Heather Parisi, Stevie Wonder e il treno dei Telex, Fruttero e Lucentini (nel video), i Matia Bazar e i Pink Floyd. E sicuramente me ne sono perso qualcuno per strada.

Un’attenta e puntuale esegesi del testo heroscimmiesco potrebbe dare luogo ad una interminabile saga metacinemusicale, una maratona da “Mille citazioni e una notte”, ma il modo migliore per godersi questo disco non è certo ascoltarlo con l’enciclopedia della musica pop in mano.

L’ideale è lasciarlo scorrere sul piatto, consumandolo durante una notte d’amore con la propria donna. Ma più che durante direi che “Il disco commerciale” è ancora meglio dopo l’amore, quando la passione più fisica lascia il posto alla contemplazione della propria virilità.

Perfetta metafora di tutto questo è il secondo singolo tratto dal disco, L’ultima cena. Ed estremamente rivelatore in questo senso è il prologo del video, tratto dal primo episodio di “Dove vai in vacanza?”, in cui uno strepitoso Tognazzi, ancora scosso nella sua virilità dopo l’incontro con la sua ex moglie (una splendida Stefania Sandrelli), si sfoga come può in una pantagruelica cena.

L’incomunicabilità tra sessi di antonioniana memoria (scusate ma ho sempre desiderato usare questa espressione così cacofonica) si traduce in una “grande abbuffata” per Tognazzi al ristorante e in una “grande spaghettata” per Andrisani e De Florio. Il menu è sempre lo stesso: il mal di vivere, la solitudine e la difficoltà di relazione con l’altro sesso. E anche il finale è il medesimo, con il potere consolatorio del cibo che appaga e seduce come un atto di autoerotismo.

La sensibilità straordinariamente acuta dei nostri viene messa in luce in modo incontrovertibile: mentre le persone normali si contendono la verità sulla carbonara (meglio con o senza panna?), gli Heroscimmia si tormentano alla ricerca della verità assoluta: chi siamo e dove stiamo andando (il “da dove veniamo” per loro ha già una risposta: da Matera).

E nel loro continuo oscillare tra l’homo faber (citato magistralmente anche nel videoclip de L’ultima cena) e l’homo sapiens, alla fine optano sempre per quello che sanno fare meglio: l’homo ludens (ma sarebbe meglio dire: homo ridens).

Trovare non dico una risposta, ma anche solo un orientamento di vita, nei testi delle canzoni degli Heroscimmia, è impresa perduta in partenza. Loro solleticano dubbi, aprono e chiudono parentesi, lanciano sassi nei laghi, fanno il pinzimonio coi pensieri, raccolgono fiori recisi dai prati, premono a casaccio gli interruttori dell’anima, il tutto con una naturalezza estrema.

Come mosche sulla merda, i due Heroscimmia analizzano ai raggi x la società contemporanea, sviscerandone le budella per portare alla luce manie e nevrosi social. Intro parte come un amplesso sonoro tra Alizée e i London Beat, e prosegue con un pesante j’accuse ad uno dei grandi falsi miti contemporanei, l’Outlet (Se non sai che significa Outlet/Te lo dico io che ho fatto il corso di inglese/Outlet significa: fuori dal mio letto).

Svolta pop? Tutt’altro, vero terrorismo sonoro. Si prenda una canzone come “Lachengimaia”: sembra di sentire miracolosamente dei nuovi Goblin, con Simonetti alle tastiere che duetta assieme a The Edge, mentre Michael Jackson balla sullo sfondo in pieno trip post-iniezione di Propofol.

Ma il loro pezzo forte sono ancora una volta le ballad, si, le vecchie ballad che una volta erano il primo vero approccio “fisico” con le ragazze. E una ballad da brivido è Una canzone che ti faccia arricordare: un vero e proprio film in super 8 sulle 7 note, dove riaffiora un mondo dai toni pastello (Tu/Che mi hai fatto portare la Lacoste/infilata dentro i pantaloni a vita alta/Che si vedevano i coglioni), denso di pulsioni crepuscolari (Tu che nella coppia hai fatto sempre il Duce/Mentre io pagavo la bolletta della luce).

Ma gli Heroscimmia meriterebbero anche la medaglia al valore da parte della Pro Loco di Matera per come riescono a dipingere, con delicati acquerelli, le bellezze della propria terra natìa. Come nella tragica storia dei due sventurati giapponesi che incontrano la persona sbagliata in Le chiese rupestri (Morti nei paesaggi campestri/Che ancora cercavano le chiese rupestri).

Qualcuno a questo punto si chiederà: che cosa avrebbero potuto fare nella vita i due Hiroscimmia se non avessero intrapreso la carriera di fannulloni dell’autoproduzione? Una delle risposte più gettonate sarebbe: gli autori di Un posto al sole (ambientato però tra Matera e Metaponto, altro che Napoli e Ischia). Chi altri saprebbe cesellare con altrettanta maestria racconti di straordinarietà quotidiana come Le riviste o DarWin for life. Quest’ultima poi è la vera gemma del disco, con una splendida intro in punta di banjo che evolve in ritmi electro-shock e si chiude con i versi forse più belli dell’intero lavoro (Ding dong/Anzi King Kong/Nonna apri sono io).

Ma il mal di vivere è sempre in agguato, e prima o poi arriva L’orrore (Ti svegli una mattina/In questo mondo rozzo/Riflesso nello specchio/Un bacherozzo). Tra cori da stadio (E ti viene lo schifo/Cominci a sputare sul mondo) e dolorose scoperte (Realizzi che l’umanità ti attanaglia/E sta in fila all’Equitalia) è consolante sapere che una soluzione per fortuna c’è. Parafrasando Dostojevskij, la cultura ci salverà (Corri in libreria a comprare il muro/Di Jean Paul Belmondo).

La traccia successiva,Gruppi ciucci, affronta invece un tema assai scomodo. Come mai quando si parla di nuove leve della musica italiana d’autore si citano Dente o Brunori Sas, Le luci della centrale elettrica ma mai gli Heroscimmia? Lo spiegano loro stessi con versi caustici sulle nuove generazioni di cantantucoli, senza ammettere repliche (Gruppi ciucci/Fai da te/Prigionieri di un cliché/Gruppi ciucci/Sai perché/Oltremodo demodè).

Che dire poi della litania pop Chanson minimal, in collaborazione con la soprano lucana Veronica Pompeo. La verità sull’amore (Ti amo e questo è tutto/Semplice/Come fare un rutto) chiude in un sol colpo il cerchio che va da All You Need is Love dei Beatles a Je t’aime… Moi non plus di Gainsbourg. Irridendo senza riguardi tutti i vari ed eventuali Coldplay che si sono succeduti negli ultimi decenni alla ricerca della love song perfetta (per vendere dischi agli innamorati).

Dopo questo delicato momento di romanticismo arriva come una scheggia impazzita, a scombinare le carte, Cartesio. Ospite Alessandro Humpty Dumpty Calzavara. Come in un valzer cosmico tra Gino D’Eliso (ma al suo posto va bene anche Faust’O) e il cadavere di Giorgio Moroder (ma non preoccupatevi, il vecchio è ancora vivo), il delicato crooning dell’ex Robyn Hitchcock prodigio di Messina ci solleva verso vette impensate, aprendoci gli occhi sui futuri amplessi della nostra civiltà (Devastazione ed uragano/su di un piano cartesiano).

Lo sguardo lucido e illuminato di Humpty Dumpty esigerebbe, quasi per contrappasso, una cazzata. Invece contagia come una malattia venerea gli Heroscimmia, che inanellano una serie di canzoni in cui si intravedono critica sociale e snobismo di classe, su di un sottofondo fatto di scorie di INXS (La gatta), particelle del nume tutelare Gary Numan (F5) e atomi di beat.

Dopo le brume anni ’80 tocca a Luigi Scarangella riportare un po’ di luce con La riva. Il giovane cantante materano crea il feeling giusto e consegna ai posteri un pezzo che potrebbe essere la Where the streets have no name dei materani in vacanza al mare.

Il vero pezzocommerciale (in senso naturalmente positivo) del disco, con il suo disperato elogio della fuga dalle responsabilità, fa da preludio a Orgoglio e povertà, dove la crisi del nostro debito diventa protagonista, e non ci sono liberalizzazioni che tengano (Non sia mai detto che un meridionale/Fa pagare alla donna il conto/Trema Piazza Affari/Ma tu/Stai ferma/Saldo io).

Da un lato le usanze tramandate da generazione in generazione (Non si tocca la tradizione/Pago io), dall’altro la modernità de I gabbiani col vocoder (Ti piace l’elettronica?/Posso offrirti un gin tronic?). E per finire i saluti, affidati ai titoli di coda per eccellenza: quelli cinematografici.

Mi rendo conto, arrivato ormai alla fine, di come dalle mie parole non emerga che un ritratto sommario di questo disco. La verità è che ogni album degli Heroscimmia tratta di un unico argomento, che però è vasto come il delta del Nilo: lo smisurato ego dei due, che si afferma in queste 22 chansons egocentriques con tale e costante pervicacia da rendere vana ogni resistenza.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.