Il fattore Fulci

 

Lo vedi nelle rarissime foto in circolazione, sguardo intenso e aria assorta. Nelle interviste, poi. Un po’ burbero e dai modi spicci, ma sempre disposto a parlare del suo cinema senza inutili diaframmi, sinceramente, con vena autocritica e grande senso dell’umorismo. Lucio Fulci è (usare il passato sarebbe immeritevole) il cineasta che ha esportato nel mondo un modello di cinema antiaccademico, fondato sulla pura trasgressione, sull’impulso emotivo, sul disinteresse sfrontato nei confronti del conformismo. Autore tra i più contestati e censurati e insieme insaziabile sperimentatore, Lucio Fulci ha attraversato, perforandolo come una fresa, quarant’anni di cinema italiano senza mai tradire la sua viscerale verve che, nel corso degli anni, lo ha inevitabilmente intrappolato nelle etichette sotto la voce di “Uomo dal carattere difficile”. Era certamente un uomo dal carattere difficile, Lucio Fulci. Battuta pronta e ghigno sarcastico, la sua è sempre stata una voce fuori dal coro che ha disturbato più di qualche addetto ai lavori. Attori compresi. Celebre è la rottura dei rapporti con Totò come anche lo scambio di battute al vetriolo tra il regista romano e l’attrice Florinda Bolkan sul set di “Una lucertola con la pelle di donna”, all’epoca del loro primo incontro. A dispetto degli screzi iniziali, però, tra i due nacque un rapporto di profonda amicizia e rispetto coronato con due dei film più belli realizzati da Fulci nel corso degli anni ’70, vale a dire il già citato “Una lucertola con la pelle di donna” e “Non si sevizia un paperino”. Due pellicole che hanno consacrato la Bolkan come icona femminile del cinema di Fulci. Dopo aver frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia, il suo nome compare sin dai primi anni ’50 nell’ambito di alcuni film diretti da Steno e con Totò come protagonista. Sceneggiature di successi come “Un giorno in pretura” e “Un americano a Roma” portano la sua firma. Grazie alle prime sceneggiature riesce ad imporsi nell’ambiente cinematografico, esordendo dietro la macchina da presa nel 1959 con la commedia “I ladri” e intraprendendo un percorso che lo porterà, nel corso degli anni ’60, all’incontro con due grandi maschere del cinema italiano, vale a dire Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Classificati come prodotti di scarso rilievo (per usare un eufemismo) anche a causa della presenza dei due comici siciliani come interpreti – ritenuti all’epoca attori mediocri(!) – i film appartenenti alla prima decade dei ‘60 hanno contribuito certamente a rendere Fulci il bersaglio ideale per certa critica superficiale e distratta. [1]“C’era una critica con l’alito fecale che scriveva addirittura, a proposito dei miei primi film gialli, chi era l’assassino” dice il regista nel corso di una delle sue ultime interviste. E’ proprio con il giallo “Una sull’altra” che il nome di Lucio Fulci, come un’epidemia, si diffonde a macchia d’olio. Ispirato al modello hitchcockiano e scritto assieme allo sceneggiatore Roberto Gianviti, il film viene girato a San Francisco (altra analogia con Hitchcock, che nella città americana diresse “Vertigo”) riscuotendo un enorme e inaspettato successo commerciale a livello internazionale. Resta certamente impressa nella mente la scena saffica tra Marisa Mell e Elsa Martinelli, angeli perversi che scatenarono le ire (e le censure) di un’Italia troppo miope e conservatrice. Sensazionalismi a parte, gli sviluppi estetici e drammaturgici del film sembrano designare il perimetro entro il quale la poetica fulciana si svilupperà e germoglierà completamente nel corso dei tre lavori successivi, ovvero “Una lucertola con la pelle di donna”, “Non si sevizia un paperino” e “Sette note in nero”. Quest’ultimo, per chi scrive, il capolavoro di Lucio Fulci. Nell’arco dei tre film, tutti realizzati negli anni ’70, un periodo congestionato e influenzato dai killer guantati di Dario Argento, in Fulci prevale il suo senso di diversità e anticonformismo che gli permetterà di distanziarsi dalla totalità per poter intraprendere un discorso cinematografico del tutto nuovo, legato sì alle ferree regole di mercato ma, nonostante questo, capace di rendersi riconoscibile e personale. Proprio con Sette note in nero nel suo cinema irromperanno le derive irrazionali, incarnate magnificamente dall’eterea Jennifer O’Neill, ricca donna borghese afflitta da violente visioni di morte. Un mistery con sfumature paranormali che ha certamente influenzato il bellissimo “Sesto senso” di M. Night Shymalan. Durante la fase di scrittura, inoltre, avviene l’incontro che per Fulci segnerà da quel momento in poi una svolta radicale nel suo cinema: vale a dire l’incontro con lo sceneggiatore Dardano Sacchetti. Sin dal primo momento tra i due si sviluppa una sorta di complicità (non esente da incomprensioni) che si concretizzerà, a partire da Zombi 2, nella nascita della cosiddetta trilogia della morte, ossia “Paura nella città dei morti viventi”, “L’aldilà” e “Quella villa accanto al cimitero”. Proprio con Zombi 2, Fulci preme l’acceleratore sulla sperimentazione e, come “Una sull’altra” era stato il banco di prova per i tre thriller successivi, così Zombi 2 rappresenterà la fase preparativa per i tre horror che, come detto, andranno a formare un’ideale trilogia della morte. Tra l’altro, in questo film, si rafforzerà il rapporto di fiducia, coronato con le future collaborazioni, tra il regista e il suo cast tecnico (Sacchetti alla sceneggiatura, Sergio Salvati come direttore della fotografia, Giannetto De Rossi agli effetti speciali e Vincenzo Tomassi al montaggio. Senza dimenticare il contributo fondamentale di Fabio Frizzi come autore della colonna sonora). Rinunciando completamente alla complicazione narrativa Fulci e la sua factory compongono una macabra sinfonia per immagini, ambientando la vicenda nella fittizia isola di Matul infestata dai repellenti morti viventi realizzati da De Rossi. Se, come dicevamo, lo sviluppo procede per scarti di logica e lacune in sede di scrittura le potenzialità del film risiedono invece nella regia iperrealista e impietosa di Fulci cui fa da contrappunto lo score elettronico di Frizzi, geniale nel fondere partiture sintetiche con suoni caraibici.

Almeno due le sequenze da antologia: la lotta, in ripresa subacquea, Zombi Vs Squalo e l’occhio ceruleo di Olga Karlatos trafitto da una scheggia di legno. Sequenza, questa, che ritornerà a più riprese nei successivi film di Fulci, denotando una vera e propria ossessione da parte del regista nei confronti dell’occhio umano. Gli anni ’80, per Lucio Fulci, saranno periodo di massimo fulgore espressivo e insieme canto del cigno di un cinema destinato a eclissarsi e spegnersi anche a causa delle condizioni proibitive con le quali il regista romano era ormai costretto a realizzare i propri film. Un adattamento cinematografico de “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe, il noir “Luca il contrabbandiere”, la trilogia sopra citata più “Lo squartatore di New York” sono i lavori di maggior rilievo che vedono Fulci impegnato in un periodo, relativamente compresso per mole di lavoro, che va dal 1980 al 1982. E’ con “Paura nella città dei morti viventi” che Fulci, insieme allo sceneggiatore Sacchetti, introduce un modo di raccontare l’orrore puramente teorico, irrazionale, esule dai principii del reale e completamente disinteressato alla logica causa-effetto. Un oscuro scrutare fondato sull’accumulo spasmodico e incessante di tutte le istanze presenti nei lavori precedenti. La sperimentazione sul plot. L’attenzione rivolta al sonoro, dilatato e alienante. L’interesse morboso verso la morte e i rispettivi modi per filmarla (fattore che gli ha permesso di guadagnare l’appellativo di “Padrino del gore”). Il lavoro sugli attori, sempre più intesi come “dettagli all’interno dell’inquadratura”. Dichiarò Fulci, a proposito della tendenza verso la quale il suo cinema si fondava, che [2]“La gente lo accetta, perché l’orrore si accetta in quanto idea pura. La ragione non c’è… C’è l’idea pura.” Un concetto che troverà pieno compimento ne “L’aldilà”, apice del nichilismo fulciano e immenso crogiolo di citazioni e influenze che, se da un lato segneranno il punto di arrivo di un iter cinematografico intrapreso agli albori dei gialli hitchcockiani dall’altro lo resetteranno completamente, introducendo una poetica ibrida e innovativa che, se la malattia non lo avesse impedito, avrebbe potuto indirizzarsi verso prospettive nebbiose e metafisiche. Accartocciato dalle logiche di mercato e indebolito dalla malattia, si limiterà a dirigere pochi altri film dallo scarso successo commerciale e realizzati con budget irrisori. Uno di questi, “Un gatto nel cervello”, rappresenta forse l’ultimo tentativo di realizzare qualcosa che potesse definirsi come realmente partorito dalla sua mente. Interessante sulla carta, penalizzato da una resa non eccelsa. [3] “Costò non più di 180 milioni. Girato in 16 mm e poi gonfiato in 35 mm. Lo montammo anche prendendo spezzoni di altri film, per esempio ‘I fantasmi di Sodoma’, che io ho abbandonato a metà… Certo, non è un film indicativo della mia tecnica. Gli effetti speciali so’ schifosi… E’ un’operazione sperimentale.” A partire da lunedì 26 marzo, Iris, in collaborazione con Tatti Sanguineti, celebra il genio di Fulci con il ciclo “Fulci vive!”. E’ più vivo che mai, infatti. E i suoi film sono qui per ricordarcelo.

 

[1]Dichiarazione estratta dal documentario “La notte americana del Dr. Fulci” di Antonietta De Lillo [2]Citato in “Il terrorista dei generi. Tutto il cinema di Lucio Fulci” di Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore [3]Citato in “Dizionario dei film italiani Stracult” di Marco Giusti 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>